Archivio Prog

AM-AZ

Amazing Blondel Ame Son Analogy Andromeda Anonima Sound LTD. Anyone's Daughter

Aphrodite's Child Apoteosi Aquila Arachnoid Arc Arcadium Argent Artcane Arzachel Ash Ra Tempel Asia Minor Asoka Atila

Atlantic Bridge Atlantide Atlas Atoll Atomic Rooster Audience Aunt Mary

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  Amazing Blondel   - Gruppo inglese originario di Scunthorpe (Lincolnshire), formato nel 1969 sulle ceneri della band hard rock Methuselah: ne facevano parte John Gladwin (voce e chitarra) e Terry Wincott (flauto, tastiere), che con Eddie Baird (chitarra) danno vita alla nuova formazione. Gli Amazing Blondel suonano un peculiare folk di epoca elisabettiana, acustico e senza concessioni al rock. Infatti l'album di debutto omonimo (1969) è dominato dagli strumenti a corda (liuto e chitarra), più flauto, ocarina, glockenspiel e harmonium con aggiunte episodiche di batteria e basso. La bella apertura di "Saxon Lady", con la melodia inserita nella cornice di flauti, liuto e chitarra, riecheggia davvero atmosfere rinascimentali. Belle anche "Shepherd's Song", ballata evocativa al pari di "Minstrel's Song", e "Season of the Year", con le voci corali in primo piano. Meno efficaci invece brani come "Canaan" o "Though You Don't Want My Love", con fiati e voci di sapore blues decisamente fuori contesto. In confronto, il successivo "Evensong" (1970) è senz'altro più rigoroso e compatto, e fa un bel passo avanti. Tra gli undici brani, tutti brevi e un po' simili, si segnalano "Willowood", in mirabile equilibrio tra la bella voce solista di Gladwin e il flauto di Wincott, poi "The Ploughman", sottolineato dall'harmonium di sfondo e anche "Under the Greenwood Tree", col significativo apporto del clavicembalo. Ancora migliore è "Fantasia Lindum" (), pubblicato nel 1971. La lunga suite omonima firmata da Gladwin, divisa tra canzoni e danze per venti minuti complessivi, è probabilmente l'apoteosi dello stile rinascimentale tipico del trio: le pure armonie vocali, spesso corali, cullate dall'eccellente lavoro di chitarra, liuto e flauto, come in "Swifts, Swains, Leafy Lanes", toccano qui la perfezione. Tra gli altri cinque pezzi del disco spiccano la raffinata sequenza strumentale "Two Dances: Almaine/Bransel Bransle For My Ladys' Delight", con la virtuosa chitarra di Baird protagonista, e l'ariosa ballata a sfondo religioso "Safety in God Alone", dove si ascolta il pianoforte. Jim Capaldi (Traffic) suona la batteria nella marziale "Siege of Yaddlethorpe", segnata dal crumhorn di Wincott. In "England" (1972), al trio si aggiungono spesso gli archi e si respira un melodico pop-folk cameristico. Vanno segnalate comunque "Afterglow", guidata dal flauto e gli archi di rinforzo, e poi "Sinfonia for Guitar and Strings", composizione quasi barocca con il clavicembalo in evidenza, mentre l'harmonium è protagonista dell'epilogo strumentale "Lament to the Earl of Battesford Beck". In seguito, Gladwin abbandona e il duo Wincott-Baird registra altri dischi come "Blondel" (1975) o "Bad Dreams" (1976), che precede lo scioglimento. Nel 1997 il trio si riunisce e realizza "Restoration". Altre notizie qui.

"Fantasia Lindum"

  Ame Son   - Il gruppo si forma a Parigi nel Giugno del 1969, su iniziativa di Patrick Fontaine (basso) e Marc Blanc (voce, batteria), i quali avevano già suonato con i Bananamoon di Daevid Allen, che di lì a poco fonderà i Gong. In quartetto con il flautista François Garrel e il chitarrista Bernard Lavialle, gli Ame Son realizzano quindi l'album "Catalyse", registrato tra Londra e Parigi e uscito per l'etichetta Byg Records nel 1970. La musica è una mescolanza vivace di jazz, folk e rock psichedelico, con chitarra e flauto quasi sempre al centro delle trame, vista la mancanza delle tastiere: evidente il richiamo ai primi Gong, però con una tendenza ancora più marcata all'improvvisazione. La produzione e la qualità della registrazione non sono all'altezza, ma l'insieme suona spesso eccitante, considerato il contesto e il periodo, e si può senz'altro parlare di una delle prime vere uscite prog in terra francese. Se i sei brani si somigliano negli ingredienti, l'iniziale "Hein, quant a toi" è una sorta di paradigma del suono-Ame Son: ritmica irregolare in stile jazz, con il suono avventuroso del flauto e della chitarra elettrica sugli scudi tra pause e riprese, e le voci corali. "Coeur fou", la traccia più lunga, parte con un lungo assolo del batterista Marc Blanc, poi affiancato dalla chitarra di Lavialle, particolarmente inventivo, quindi da basso e flauto, mentre le parti vocali legano sempre poco con il tessuto strumentale. Per il resto, "Eclosion" suona perlopiù rarefatta intorno al flauto, con episodiche accensioni sul cantato, mentre la chitarra solista di Lavialle si prende la scena soprattutto in "Seventh Time Key", caratterizzata da lunghi e insistiti riff e il canto che si accoda insieme al flauto. L'unico momento che, sia pure nel consueto schema di fondo, lascia emergere un motivo melodico più compiuto è "Reborn This Morning On The Way Of...", che infatti include il tema del singolo "Unity", pubblicato dal gruppo poco prima dell'album. La finale "A coup de hache", invece, esprime bene il dosaggio acerbo di una ricetta sonora che per quanto coraggiosa è lontana da una convincente maturità: i trilli del flauto e le scariche elettriche della chitarra, singolarmente interessanti, somigliano perciò alle tessere di un mosaico ancora incompiuto. L'album è comunque consigliato a chi ama certi incroci stilistici della prima ora all'insegna dell'improvvisazione, secondo una formula minoritaria nel prog transalpino, più orientato al rock sinfonico. Sciolta la band, il batterista Blanc suona prima nei Red Noise, poi realizza un paio di dischi da solista. Nel 1998 è stato pubblicato anche "Primitive Expression", con materiale d'archivio e pezzi del primo disco in una diversa versione. Varie le ristampe, in CD e vinile.

"Catalyse"

  Analogy   - Organici al movimento prog italiano, gli Analogy sono in realtà un gruppo formato da tedeschi residenti tra Luino e Laveno (Varese). Nel 1971 incidono un 45 giri sotto la sigla The Joice (ma la copertina reca la sigla errata "Yoice") e quindi, schierati a quintetto e scelto il nome definitivo, realizzano il loro album d'esordio omonimo per la Produzioni Ventotto (1972). La musica degli Analogy è tipica dell'epoca: un prog-rock dai risvolti dark, ben distribuito tra l'organo di Nicola Pankoff (unico italiano del gruppo) e la chitarra solista di Martin Thurn-Mithoff, valorizzato poi dalla voce interessante della bionda Jutta Nienhaus. Nell'iniziale "Dark reflections" l'atmosfera oscura è appunto sottolineata dai toni enfatici della vocalist, in un insieme ricco di fratture ritmiche, con qualche inserto più melodico e lunghi assoli chitarristici. Simile anche il resto dell'album, tra momenti più vivaci e ricchi di variazioni dei solisti, soprattutto "Weeping my endure" e la bella "Indian meditation", e lunghe composizioni (come "Analogy") dove emerge un lato più rarefatto, sostenuto soprattutto dalle tastiere di Pankoff, con la chitarra elettrica che trova effetti psichedelici. Nell'epilogo di "Pan-Am flight 249" torna in primo piano la voce incisiva di Jutta, in un discreto rock-blues. Il piglio della cantante, che appare nuda come gli altri sulla copertina del disco, aiuta comunque la band a crearsi una buona fama nel circuito live dell'epoca, in Italia e Svizzera, ma dopo l'uscita di Pankoff gli Analogy si sciolgono nel 1974. Jutta e Thurn-Mithoff vanno a Londra dove formano gli Earthbound, attivi nel periodo 1975-'79 e con un solo EP pubblicato. Nel 1993 però, dopo una laboriosa genesi, pubblicano finalmente la mini-opera "The Suite"() ancora a nome Analogy per l'etichetta tedesca Ohrwaschl. Registrato da un settetto che comprende anche membri degli Earthbound, è un concept di argomento onirico composto da due suites, con un tema musicale che si articola in nove segmenti. Sin dall'attacco di "Sink or Swim", Jutta Nienhaus fa valere la sua duttile voce all'interno di un tessuto strumentale che coniuga sonorità elettriche a classiche armonie di sapore rinascimentale, ad esempio in "The Treatment". Espliciti nelle liriche i richiami alla poesia medievale tedesca nel vivace rock di "Merseburg Charm", ma anche all'antica tradizione provenzale: splendido davvero il breve "Ventadorn", in apertura della seconda suite, con un flauto leggiadro e la viola da gamba che cullano il delicato canto solista, come pure nella finale "Is There a Chance". Sicuramente un disco da recuperare.

"The Suite"

  Andromeda   - Forse solo tangenziali al progressive, con il loro hard-rock molto underground, gli Andromeda hanno il merito però di aver preparato il terreno a molte band dei Settanta. Questo classico power-trio inglese è organizzato intorno al potente chitarrista e cantante John Du Cann, in combutta con un valido bassista come Mick Hawksworth e il batterista Ian McLane. Nel loro unico album, un omonimo dato alle stampe nel 1969, i tre inanellano otto tracce che contribuiscono a spostare la lezione di Cream e simili in avanti, corroborando la miscela rock di base con eccellenti spunti dai colori più scuri e personali. Se l'apertura di "Too old", e ancor più "Day of change", sono all'insegna di un sanguigno rock melodico, scandito dal binomio chitarra-basso, e la nervosa "The reason" evoca Jimi Hendrix, altrove si colgono indizi di un suono più complesso: è il caso soprattutto di una minisuite come "Return to sanity", con l'intro di spiccato gusto dark basato sul ritmo marziale della batteria. Interessante anche la tripartita sequenza di "When to stop", dove la chitarra di Du Cann trova inflessioni quasi jazzate, interrotte da vampate improvvise, e il basso funge da ottima spalla all'estro del chitarrista. Abile anche il lavoro della batteria di McLane, capace di segnare il tempo irregolare della composizione senza sbavature. Il trio si concede però anche il lusso di momenti più raccolti, come "And now the sun shines" e soprattutto "I can stop the sun", episodio intimista dove Du Cann fa valere soprattutto la sua bella voce. Sciolta la band, Du Cann suona con gli Atomic Rooster e Hawksworth è tra i fondatori dei Fuzzy Duck.

"Andromeda"

  Anonima Sound LTD.   - La storia di questa band minore del progressive italiano è abbastanza complessa. Della prima formazione, chiamata semplicemente Anonima Sound, un classico trio in stile beat formato a Urbino nel 1964, fa parte anche Ivan Graziani: il primo 45 giri "Fuori piove/Parla tu", uscito nel 1967, riscuote un grande successo, ma la band si sfalda nel 1970 quando Graziani parte militare, prima d'iniziare la sua fortunata carriera solista. Nel 1971 il batterista Velio Gualazzi riforma però il gruppo con la nuova sigla. Dopo un altro 45 giri ancora in trio ("Io prendo amore/Cerchi"), l'Anonima Sound LTD. si stabilizza come settetto: ne fanno parte anche il cantante e flautista Richard Ingersoll e la percussionista Claudine Reiner, americani, e il chitarrista inglese Peter Dobson. Nel 1972 finalmente viene realizzato per l'etichetta Arcobaleno l'unico album del gruppo, "The Red Tape Machine", al quale lo stesso Ivan Graziani collabora suonando il basso in un paio di pezzi. La mancanza in organico delle tastiere (presenti sporadicamente) porta in primo piano soprattutto le chitarre e il flauto, oltre al cantato in lingua inglese di Ingersoll, in otto episodi di buona fattura. Bello l'attacco della title-track, che offre uno spaccato degli equilibri raggiunti dalla band: un pop-rock morbido di buona atmosfera, con misurati interventi di chitarra solista e di flauto. In qualche caso la musica scivola verso toni marcatamente blues, ad esempio in "Dog's Life", che può ricordare alla lontana i Jethro Tull degli inizi. Più spesso però l'Anonima rimane in una zona intermedia, tra rock, blues e ballata melodica di stampo folk, con risultati gradevoli nell'insieme, ma non sempre originali: è il caso di "Triangle", "The Last Deboutante", brano ancora dominato dalla buona voce solista, e anche "Metro Song", più tirata e con il basso di Piero Cecchini in evidenza. "Freedom", con un vivace lavoro percussivo e chitarre acustiche in primo piano, rimanda chiaramente al folk americano e alle suggestioni libertarie degli anni Sessanta, in questo rivelando che le vere radici del gruppo di Gualazzi sono nel decennio precedente. "The Red Tape Machine" rimane un disco di piacevole ascolto, con interessanti innesti di elementi prog (il flauto alla Ian Anderson ad esempio) in un tessuto musicale più vicino al folk-rock che ai nuovi fermenti degli anni Settanta.

"The Red Tape Machine"

  Anyone's Daughter   - Questa formazione tedesca, originaria di Stoccarda dove nasce nel 1972, esordisce sul finire dei Settanta con "Adonis" (1979), quando la stagione del prog classico è agli sgoccioli anche in Germania. L'ispirazione del quartetto (chitarra, tastiere, basso/voce, batteria) è dichiaratamente romantico-sinfonica, con evidenti debiti nei riguardi dei maestri Genesis, soprattutto, ma si avvertono echi di morbido space-rock. Composto di quattro episodi, l'album ha senza dubbio il suo vertice nella lunga suite del titolo, divisa in quattro parti, e molto ben congegnata attorno alle morbide tastiere di Matthias Ulmer (organo, piano e molto synth), la chitarra elegante di Uwe Karpa e la delicata voce solista del bassista Harald Bareth. Niente di sorprendente, forse, tuttavia l'insieme si ascolta con innegabile piacere per la buona caratura dei quattro e una scrittura estremamente raffinata. In particolare, colpiscono i momenti dal ritmo più serrato, quando il tono generale si fa più intenso: è il caso del secondo tempo "The Disguise", e soprattutto del terzo, "Adonis", con eccellenti combinazioni tra la batteria di Kono Konopik e il synth. Il resto del disco è appena un gradino al di sotto, ma conferma il buon livello della band. La chitarra solista, ad esempio, trova più spazio in un brano come "Blue House", episodio strumentale che sviluppa insieme alle tastiere di di Ulmer un crescendo romantico di sicuro effetto. "Sally" è invece una frizzante pop-song per niente banale, scandita a dovere sul pianoforte e con l'apporto interessante del sax, mentre la finale "Anyone's Daughter" recupera una dimensione barocco-sinfonica più complessa, con un grande lavoro dell'organo e del basso, tra pause e riprese continue del tema. Nella medesima scia di questo buon esordio sotto il segno della misura, il gruppo incide negli anni Ottanta altri dischi che ne accrescono la popolarità in patria, a partire dall'omonimo del 1980: nove tracce mediamente brevi e con parti cantate più estese, che confermano le qualità della band di Stoccarda. Bella l'iniziale "Swedish Nights", dal ritmo sostenuto e suggestive aperture sulle tastiere, mentre altri brani mostrano l'avvicinamento a certi modelli di rock più immediato, seppure sempre interessante: è il caso di "Moria", con l'uso dinamico del synth, o anche "Superman". Nel brano più lungo, "Another Day Like Superman", il gruppo recupera un certo prog romantico basato su arpeggi di chitarra e la voce di Bareth sempre efficace, fino a un moderato crescendo quando la chitarra elettrica torna protagonista insieme al moog dilagante di Ulmer. Negli anni escono poi nuovi dischi, in verità di alterno valore, come "Piktors verwandlungen" (1981), lavoro registrato dal vivo che si basa su un racconto di Herman Hesse, con i testi cantati per la prima volta in lingua tedesca, seguito da "In Blau" (1982), "Neue Sterne" (1983) e da ultimo "Live" (1984).

"Adonis"

  Aphrodite's Child   - Famosa band ellenica, gli Aphrodite's Child nascono nel 1967, quando Evangelos Papathanassiou detto Vangelis (tastiere) e Demis Roussos (voce e basso) si legano al batterista Loukas Sideras e al chitarrista Silver Koulouris. Nel 1968 il gruppo parte per Londra senza il chitarrista, impegnato nel servizio di leva, ma per problemi di passaporto deve fermarsi a Parigi. Proprio qui esce il primo singolo di successo, "Rain and Tears" (1968), basato sul secentesco "Canone in Re maggiore" di Johann Pachelbel. L'organo e la voce solista, dal falsetto inconfondibile, sono il marchio di fabbrica della band greca, e il primo album "End of the World" (1968) è un piccolo gioiello che mescola umori classici, melodie folk e psichedelia. Nella title-track il pianoforte suggerisce un'eleganza fuori del tempo spezzata da sussulti rock, mentre oltre a "Rain and Tears" spiccano la mantrica "Valley of Sadness" e soprattutto la fantasia ipnotica di "The Grass is No Green", tra i momenti più riusciti. Tiratissima è "You Always Stand in My Way", e contagiosa l'atmosfera balcanica di "The Sheperd and the Moon", fino alla coda di "Day of the Fool", che esalta la voce polimorfica di Roussos e le tastiere gotiche. Più dispersivo suona invece il secondo album, registrato stavolta a Londra, "It's Five o'Clock" (1969): nonostante il meraviglioso brano omonimo sia un altro successo, la sequenza procede tra alti e bassi. Vanno segnalate soprattutto la ballata greca "Annabella" e anche "Marie Jolie", quindi il sanguigno rock di "Let Me Love, Let Me Live", con una bella coda strumentale, fino al canto di protesta di "Wake Up", un crescendo corale scandito dal pianoforte. Roussos lascia spesso il canto al batterista Sideras, come nello strano country-blues di "Take Your Time", e forse il suo ruolo defilato non è casuale. Un disco dai troppi sapori, che non convince. Il singolo "Spring Summer Winter and Fall" (1970) accresce comunque la fama del gruppo, e viene pure inciso un 45 giri per il mercato italiano: "Lontano dagli occhi"/"Quando l'amore diventa poesia". Nel 1971 esce l'album-raccolta "Best of Aphrodite's Child", ma il capolavoro è il successivo "666" (), un doppio pubblicato nel 1972 su Vertigo. Concept-album basato sull'Apocalisse di Giovanni, con liriche di Costas Ferris e musiche di Vangelis, è un progetto tipicamente prog. Nonostante le tensioni interne, il risultato è sorprendente: brevi frammenti riferiti alle sacre scritture ("The Seventh Seal" o "The Battle of the Locusts", con la chitarra in evidenza) e parti strumentali di grande varietà, si alternano a tracce insolite. Roussos canta in "Babylon", una vivace rock-song con i fiati ed echi di Beatles e Who, e in "The Four Horsemen", fascinoso crescendo spezzato da pause con un lungo solo chitarristico, mentre Sideras interpreta "The Beast", pezzo dominato da una sardonica ironia. "Do It", invece, chiama in causa il manifesto della controcultura americana di Jerry Rubin. Notevole il tema strumentale di "The Lamb", costruito sulle tastiere, mentre "Aegian Sea" vive in un'atmosfera sospesa e indefinita, con enfatiche voci narranti. L'ossessiva "Altamont" (che ricorda i Magma) richiama invece il noto festival funestato da quattro morti. Se la lunghissima "All the Seats Were Occupied" è quasi un complesso puzzle dell'intera sequenza, e "The Wedding of the Lamb" uno splendido strumentale con echi folk-elettronici che anticipa Mike Oldfield, il brano che sconcerta è "∞"(Infinity), straordinaria performance vocale dell'attrice Irene Papas. Disco ancora oggi controverso, è il sigillo degli Aphrodite's Child. Vangelis si afferma da solista e celebrato autore di colonne sonore, mentre Roussos ha grande successo come interprete melodico, fino alla scomparsa (gennaio 2015).

"666"

  Apoteosi   - Ancora un nome dimenticato dalla scena prog italiana dei prolifici anni Settanta. Si tratta in questo caso di un gruppo di origine calabrese (Palmi) a struttura familiare, imperniato sui tre fratelli Massimo, Silvana e Federico Idà, che insieme a due altri elementi ha inciso un solo album omonimo nel 1975. La musica del giovane quintetto è un rock sinfonico-romantico assai gradevole, con un buon equilibrio strumentale intorno alle tastiere (pianoforte e synth in particolare) e testi dedicati all'eterno problema del meridione, sentimentali e un poco naive. Senza forse inventare niente, ma con gusto e indubbie qualità di base, gli Apoteosi alternano delicati inserti melodici della bella voce femminile, forse un poco timida, spesso cullata dal flauto come in "Prima realtà", a pregevoli e intensi breaks più ritmici. In questa direzione si segnalano in particolare episodi come "Il grande disumano" e soprattutto "Attesa", caratterizzati da qualche breve spunto della chitarra elettrica di Franco Vinci, in un disegno sonoro che per il resto rimane sempre corale e articolato con molta misura. Di buon effetto anche la chiusura di "Apoteosi", un atmosferico space-rock incentrato sulle brillanti tastiere dell'enfant prodige Massimo Idà, all'epoca appena quattordicenne, che dimostra qui tutto il suo versatile talento. Sebbene all'epoca sia passato del tutto inosservato, anche perché pubblicato in tiratura limitata dalla piccola etichetta Said, di proprietà di Salvatore Idà, questo è comunque un bel disco, ancora oggi di piacevole ascolto nonostante qualche piccola ingenuità che affiora a tratti. Tra i componenti, dopo lo scioglimento, il chitarrista Vinci suona oggi blues con la sua band, il batterista Marcello Surace è turnista, come lo stesso Massimo Idà, che compone anche musica per la televisione. Il bassista e flautista Federico Idà, invece, è scomparso precocemente nel 1992: la ristampa dell'album su CD della Mellow Records è dedicata proprio alla sua memoria.

"Apoteosi"

  Aquila   - Un'altra band inglese della prima ora, formata dal chitarrista e cantante Ralph Denyer subito dopo aver lasciato il gruppo psichedelico Blonde on Blonde. Con gli Aquila, un quintetto che include tra gli altri il fiatista George Lee (flauto e sax) e l'organista Martin Woodward, il suono vira in direzione di un corposo prog dalle blande venature jazz, come si evince dall'unico disco omonimo realizzato nel 1970 per la Victor - RCA. Nei primi quattro episodi della sequenza si ha modo di notare il fluido tessuto strumentale del gruppo, non particolarmente complesso e sempre dominato dai fiati e dall'organo Hammond di Woodward: nell'iniziale "Change Your Ways", ad esempio, colpisce l'effetto di saturazione sonora e il ruolo importante del basso creativo e pulsante di Phil Childs. La voce solista di Denyer non è forse memorabile come altre della scena britannica, ma duttile quanto basta, come si nota in "How Many More Times?", brano con il flauto di Lee che affianca la chitarra acustica e lo sfogo consueto dell'organo nella parte centrale, o anche in "We Can Make It If We Try", che abbina un andamento sincopato a sanguigne accelerazioni con il sax lancinante e la chitarra elettrica in bella evidenza insieme alle parti vocali. Le maggiori ambizioni del gruppo, tuttavia, sono ravvisabili nella tripartita "The Aquila Suite". La vena qui si fa più esuberante, anche se a tratti un poco dispersiva, come nel "First Movement" contraddistinto dall'uso del flauto. Più convincente "Second Movement", un avvolgente crescendo con il flauto prima e quindi il sax che scandiscono la ricca trama sonora insieme all'organo e alla chitarra, con una trascinante coda strumentale. Infine la costruzione più pacata del "Third Movement", con la voce cullata dall'organo nelle pause, prima di un enfatico finale vagamente sinfonico. Il solo album degli Aquila mostra evidenti affinità con altre esperienze coeve del prog-rock inglese, come i Cressida, ma per quanto molto interessante in alcune singole parti, a mio avviso resta inferiore nella resa complessiva e nel dosaggio stesso dei singoli ingredienti, a tratti ancora acerbo. Dopo lo scioglimento, il fiatista George Lee milita brevemente nel gruppo Arrival. Ristampe a cura di TRC e Aurora.

"Aquila"

  Arachnoid   - Questo gruppo francese di culto prende le mosse nel 1967 a Gournay-sur-Marne (Île-de-France) su iniziativa di Patrick Woindrich (basso) e Michel Pilot (chitarra), ma solo dopo molte traversie e cambi di organico riesce a trovare una sua stabilità. Dopo l'abbandono di Pilot, Woindrich recluta altri elementi e intorno al 1975 la nuova formazione comincia la sua attività live, per realizzare finalmente il suo unico album omonimo (), registrato nel Maggio del 1978 e pubblicato nel 1979 dall'etichetta Divox. Il sestetto è imperniato sui due fantasiosi tastieristi François Faugières (organo Farfisa e mellotron) e Pierre Kuti (piano e synth), che con l'apporto di un chitarrista creativo come Nicolas Popowski svilluppano un sound oscuro e intrigante, figlio della psichedelia più audace e di un prog visionario, spesso poetico ma anche sinistro, che richiama a tratti i King Crimson, oltre ai connazionali Ange nelle parti cantate. Ogni traccia ha qualcosa di peculiare, ma il pezzo forte è sicuramente l'apertura di "Le chamadère": in combutta con una chitarra ossessiva, spirali di organo e synth sorreggono il canto solista di Marc Meryl, aspro e vibrante, creando una tensione che si scioglie soltanto sul mellotron e il synth nell'ultima parte, tra una batteria marziale e misteriose invocazioni ("Jézabel"). Un pathos ugualmente speciale si respira in brani tumultuosi come "Toutes ces images", ancora col synth e l'onnipresente mellotron protagonisti, mentre la chitarra di Popowski trova sonorità graffianti, e quindi nel solo episodio cantato in inglese, "In the Screen Side of Your Eyes", costruito su arpeggi chitarristici e belle linee di flauto, con il mellotron di sfondo più synth e piano elettrico. Un altro episodio notevole del disco è "Piano Caveau": qui una voce recitante, sulla base di un piano classicheggiante che si avvita poi su se stesso, prelude a una serie di variazioni per synth e organo che preparano il finale, nuovamente sul pianoforte. Originale è pure "La guêpe" (cioè "la vespa"), dove il ritmo serrato della batteria di Bernard Minig guida una danza costellata di interferenze vocali e ambientali, pause e riprese sincopate, dominate dal synth istrionico di Kuti e dalla chitarra in un insieme disturbante come l'insetto del titolo. La sequenza di chiusura "L'adieu au Pierrot / Final" riprende in parte l'episodio precedente e non aggiunge molto a quanto già ascoltato. Arrivati troppo tardi sulla scena, in un periodo difficile per certe proposte, gli Arachnoid fanno poi perdere le tracce dopo aver cambiato il nome in Color, nel 1980, e registrato anche un disco mai pubblicato. Diverse le ristampe in CD con bonus-tracks, e in vinile da Si-Wan e Replica.

"Arachnoid"

  Arc   - Micky Gallagher, tastierista di Newcastle, fonda prima un gruppo beat chiamato The Chosen Few, e quindi gli Arc nel 1970 insieme al chitarrista John Turnbull, conosciuto quando entrambi militavano negli Skip Bifferty, formazione di pop psichedelico responsabile di alcuni singoli e un solo album nel 1968. Il nuovo quartetto include anche il batterista David Montgomery e Tom Duffy al basso, e realizza il suo unico album nel 1971 per la Decca. "...At This" è una sequenza di nove pezzi dove la band inglese si destreggia tra alti e bassi con una sorta di ibrido pub-rock piuttosto melodico, con qualche ambizione progressiva non troppo pronunciata. Il momento migliore della sequenza è probabilmente la lunga "Hello, Hello Monday", dove le chitarre taglienti sullo sfondo di organo e piano, oltre ai frequenti cambi di tempo, sottolineano le buone qualità strumentali del gruppo. E' un rock vivace e dinamico, che rifugge soluzioni troppo enfatiche e punta invece su piccole trovate dei solisti, con la brillante chitarra solista di Turnbull e il pianoforte in buona evidenza. L'attacco della briosa "Great Lager Street" e poi anche "It's Gonna Rain" rappresentano bene quest'indirizzo stilistico, con le voci corali, a volte in verità un poco incerte, e i riff elettrici sempre di buona presa. Interessante, tra gli altri momenti della raccolta, l'altalena di tonalità acide e spunti improvvisati di "Perfectly Happy Man", mentre un paio di tracce, come "Sophie's Cat" e "Four Times Eight" mostrano il versante più leggero degli Arc, che punta soprattutto sulle voci corali, le chitarre acustiche e il caratteristico pianino. Non si tratta certo di un disco memorabile, nè particolarmente originale nel contesto del rock britannico, tuttavia nel complesso di gradevole ascolto, nonostante la mancanza di un cantante all'altezza. Una volta sciolta la band, Gallagher e Turnbull formeranno Bell and Arc con il vecchio amico Graham Bell, senza però trovare il successo. Tutti i membri, ognuno per suo conto, resteranno molto attivi nella scena pop-rock inglese dei Settanta e anche oltre: il chitarrista tra l'altro suona con i Glencoe. Varie le ristampe CD oggi in circolazione.

"...At This"

  Arcadium   - La proposta degli Arcadium si segnala soprattutto per aver anticipato un'embrionale formula di dark-progressive psichedelico ai confini del rock più duro, che altre band inglesi riprenderanno poi più compiutamente nel corso dei Settanta. Il loro unico album, "Breathe Awhile"(), esce nel 1969 per la piccola etichetta Middle Earth. Il quintetto che lo incide è imperniato sui fratelli Allan e Robert Ellwood, rispettivamente all'organo e alla chitarra solista, con l'intensa voce di Miguel Sergides, unico firmatario del materiale, costantemente in evidenza. E' un rock abrasivo, a volte perfino sepolcrale, ben rappresentato dall'iniziale "I'm on My Way", quasi dodici minuti di fosca tensione strumentale dalle tinte gotiche: la chitarra solista di Robert, tra pause e voci corali che trasmettono una certa inquietudine, domina la scena con una serie di lunghe divagazioni assecondate a dovere dall'organo, con un torrido finale che lascia il segno. Rimane senza dubbio il momento più tipico e memorabile del disco, ma decisamente interessanti sono anche gli altri episodi. Bella soprattutto "Change Me", con la voce solista di Sergides grande protagonista sul consueto sfondo dell'organo: è un episodio più lineare, ma sicuramente di grande effetto. Il tono generale dell'album scorre comunque sui binari d'un sanguigno rock chitarristico, non troppo complesso eppure tremendamente efficace nella sua ricetta: lo si vede, in particolare, nel tiratissimo hard rock di "It Takes a Woman", con la chitarra elettrica in grande spolvero e l'organo in appoggio, e poi in "Walk on the Bad Side", dove la melodia un po' angosciosa del tema, sviluppata sulla base dell'organo, è minata da una serie di impetuosi breaks strumentali capitanati ancora dalla chitarra. La chiusura di "Birth, Life and Death", eloquente fin dal titolo, dilata nuovamente in oltre dieci minuti le migliori caratteristiche della band: lunghi e insistiti riff di chitarra che intersecano il grande lavoro delle tastiere, secondo uno schema consolidato che si apre poi sul canto esasperato di Sergides, capace di trasmettere un pathos sempre notevole. Un disco che non ha troppa fortuna all'epoca, come la stessa label, ma ampiamente rivalutato negli anni come una gemma del rock inglese a cavallo di due decenni. Le ristampe in CD e vinile a cura di Akarma includono due bonus-tracks del singolo "Sing My Song"/"Riding Alone", uscito nel 1969.

"Breathe Awhile"

  Argent   - Dopo l'esperienza con gli Zombies negli anni Sessanta, Rod Argent, tastierista e cantante, fonda una band a suo nome che conta tra gli altri il brillante songwriter Russ Ballard (chitarra, piano, voce). Schierati a quartetto, gli Argent esordiscono con l'album omonimo nel 1970: è un discreto esempio di pop-rock ben suonato, che risente ancora del suono degli Zombies, ma si fa apprezzare per la gradevolezza del repertorio. Sui dieci pezzi in scaletta, tre portano la firma di Ballard, come la sincopata "Liar" e "Schoolgirl", mentre Argent domina il resto del disco, a cominciare dall'apertura di "Like Honey", ottima nel gioco delle voci. "The feeling's Inside" è basata sull'organo del leader, come "Freefall", con il consueto contorno di voci accattivanti e riff melodici di buona presa. Il successivo "Ring of Hands" (), pubblicato nel '71, offre la stessa ricetta di base, ma il tastierista si concede qualche spunto più generoso e la band si muove con maggiore scioltezza nel solco di un suono più intrigante, seppure ancora molto melodico. E' soprattutto un episodio come "Lothlorien" a mostrare il lato più classicheggiante di Argent, con il basso di Jim Rodford che pulsa sullo sfondo delle trame eleganti disegnate dall'organo, ma anche "Pleasure" è nella stessa scia. "Sweet Mary" sfodera invece un sinuoso piglio blues, ben orchestrato nelle armonie vocali, mentre Ballard firma episodi più roccheggianti, come "Chained", tra i momenti migliori della sequenza, e poi la nervosa "Cast Your Spell Uranus", con organo e piano in bella combinazione. Sicuramente è il disco più convincente della band in un'ottica prog. Il successo commerciale arriva solo con il terzo disco, "All Together Now" (1972). "Hold your Head Up", che apre l'album, è un successo in USA e in patria, e mostra le migliori qualità degli Argent: un suono compatto e agile, che fonde melodia e piccole trovate strumentali con indubbio gusto. In realtà è un album più aggressivo e dai toni più commerciali: lo dimostrano episodi in puro stile rock'n'roll, come "Keep On Rollin'" e "He's a Dynamo", dove la chitarra e il pianino a martello hanno la meglio. Argent può sfogare le sue ambizioni classiche solo nella suite finale di "Pure Love", largheggiando con l'organo in un rock più interessante e dinamico. In seguito, i contrasti interni accelerano il declino della band fino allo scioglimento nel 1975, dopo l'uscita di "Counterpoint".

"Ring of Hands"

  Artcane   - Originari dell'Alvernia, tra Bézenet e Clermont-Ferrand, i francesi Artcane (sigla che unisce "arte" con "arcano") si formano nel 1974 e realizzano un solo ma pregevole album nella seconda metà dei Settanta. Il quartetto, nato su iniziativa di Jack Mlynski (chitarra) e Alain Coupel (tastiere), con il batterista Daniel Locci e il bassista Stanislas Belloc, si fa conoscere dal vivo e in alcuni passaggi televisivi, finché nel 1976 vengono registrate sei tracce grazie al produttore François Wertheimer. Solo nel Maggio del 1977, spuntato un contratto con la Philips, queste registrazioni diventano l'album "Odyssée"(). Se l'influenza dei secondi King Crimson (periodo "Larks' Tongues in Aspic") è abbastanza evidente, il disco ha comunque una sua personalità non trascurabile: molto bella l'apertura della title-track, unita a "Le chant d'Orphée", con il synth e la chitarra solista in primo piano, ben assecondate da una sezione ritmica incalzante che cattura nelle sue spirali. Tutta la sequenza, in effetti, tiene fede al nome scelto dal gruppo, mescolando l'amore per certe atmosfere misteriose a una raffinata ricerca di suoni capace d'ingenerare una tensione palpabile. Vale lo stesso per brani come "25eme anniversaire", strumentale come quasi tutto l'album, dove l'intreccio vizioso di synth e chitarra sfocia in una deriva ossessiva che ricalca da vicino le sonorità del Re Cremisi, con lunghe divagazioni di Mlynski tallonato senza posa da basso e batteria. Più atmosferica suona la lunga "Novembre", dominata all'inizio dalle tastiere di Coupel e poi sviluppata in un ramificato crescendo sulle bordate di una chitarra ancora protagonista, tra riff sanguigni sostenuti dalla batteria di Locci e le coloriture del synth. Il fulcro del disco sta probabilmente nella lunghissima "Artcane 1", di oltre sedici minuti. L'incipit è tutto elettronico, in una chiave space-rock sapientemente orchestrata da Coupel, con echi di Mike Oldfield, finché il brano evolve sulla batteria sempre mordente e il basso, creando quella tensione torbida che sembra la cifra peculiare della band francese, tra intervalli di chitarra acustica e un pianoforte ostinato e spigoloso. E' un arazzo cangiante di grande effetto visionario, dalle tinte gotiche. La finale "Nostalgie", al confronto, procede pacata e lineare sul canto e la chitarra acustica, con morbidi inserti di synth a definire un episodio decisamente romantico e davvero molto francese, seppure non memorabile come il resto. A conti fatti, "Odyssée" è un album di grande fascino, e i debiti con l'immaginario del maestro Robert Fripp non offuscano il risultato complessivo, che colloca gli Artcane tra le migliori esperienze del prog transalpino dei secondi Settanta. Ristampa CD a cura di Musea.

"Odyssée"

"Odyssée"

  Arzachel   - Oscura e leggendaria formazione del calderone canterburyano, gli Arzachel sono titolari di un unico album omonimo realizzato nel 1969 su etichetta Evolution. Nel quartetto, formato due anni prima col nome di Uriel, troviamo infatti rinomati personaggi celati dietro nomignoli di pura fantasia: Dave Stewart (tastiere) e Steve Hillage (chitarra e voce), oltre al bassista e cantante Mont Campbell e al batterista Clive Brooks, tutti destinati ad altre band più note come Egg, Gong e Khan. Nelle sei tracce del disco si nota l'assenza d'una personalità definita, eppure non mancano le sorprese. Ottime cose offrono i pezzi più brevi, come l'iniziale "Garden of earthly delights" e soprattutto "Azathoth", in bilico tra la genuina grazia melodica delle parti vocali e la morbida vena strumentale, guidata dall'organo e dalla chitarra solista. E' un suono ora solenne, ora dolcissimo, comunque ricco di spunti ancora embrionali, e a volte increspato da improvvisazioni strumentali più acide. Succede soprattutto negli episodi più lunghi, ad esempio nella conclusiva "Metempsychosis", che privilegia distorsioni chitarristiche, riverberi e sonorità più ostiche di chiara suggestione psichedelica. La chitarra di Hillage domina in lungo e largo "Clean innocent fun", una galoppata elettrica piuttosto pesante sullo sfondo cerebrale dell'organo. A completare il piatto c'è perfino un blues alla maniera classica come "Leg", ovviamente riletto e aggiornato. Un disco minore che non fa scuola, ma in qualche modo, per l'audacia di certi accostamenti, lascia intuire le potenzialità del Canterbury maggiore che sta per affermarsi. Ristampe digitali di Drop Out e Akarma.

"Arzachel"

  Ash Ra Tempel   - Famosa band tedesca, che negli anni settanta è protagonista della scena più alternativa. Si formano a Berlino nel 1970 come trio: ne fa parte anche Klaus Schulze come batterista, ma il vero ispiratore è Manuel Gottsching (chitarre e sintetizzatori), perno di una formazione sempre mutevole. L'esordio omonimo () del 1971 rimane uno dei vertici del gruppo: la tipica iconografia egizia, come le suggestioni della musica proposta, illustrano molto bene le ambizioni del Krautrock tedesco. Sono due lunghe escursioni cosmiche, ipnotiche e avvolgenti, con sintetizzatori e chitarra elettrica in primo piano: più tumultuosa "Amboss", col determinante contributo delle percussioni, più assorta "Traummaschine", entrambe ereditano la migliore psichedelia inglese (Pink Floyd in testa) per seguire nuovi percorsi di grande fascino. Dopo "Schwingungen"(1972), in formazione molto allargata, e "Seven Up" (1973), esce poi "Join Inn"(ancora 1973). E' in qualche modo un disco di svolta, se non altro per l'ingresso di una cantante come Rosi Muller. La musica prosegue comunque il discorso precedente, in due lunghi brani. "Freak'n'roll" è ritmicamente più mosso e nervoso, come una variazione infinita e piuttosto ipnotica di chitarra e basso (Hartmut Henke), con un grande lavoro percussivo di Schulze e solo in fondo qualche effetto elettronico. L'altro pezzo è "Jemseits", dove si ascolta la voce delicata e perlopiù recitante della nuova cantante: in questo caso il clima è decisamente rarefatto e fa a meno delle percussioni, con tastiere liquide e sognanti a dominare la scena, molteplici effetti speciali e in generale atmosfere tipiche dei corrieri cosmici. Sono musiche evocative, che lasciano molto spazio alla fantasia e all'improvvisazione, e non sempre di facile approccio: tuttavia è difficile anche restare immuni dal fascino di certe sonorità cerebrali e astratte, in parte umanizzate qui dai brevi interventi della voce femminile. E' quindi la volta di "Starring Rosi"(1973), prima che Gottsching, sciolto il gruppo, inizi sotto la stessa sigla un lavoro di solitario sperimentatore con la sua chitarra. Gli Ash Ra Tempel rimangono uno dei più significativi contributi tedeschi alla musica di ricerca dei settanta.

"Ash Ra Tempel"

  Asia Minor   - Le origini di questa pregevole band francese vanno ricercate a Istanbul, in Turchia, dove Setrak Bakirel (voce/chitarra) e Eril Tekeli (flauto/chitarra) cominciano a suonare insieme. Nel 1973 i due si spostano a Parigi e con alcuni musicisti locali formano la band Layla, che solo nel 1977, con l'arrivo del batterista Lionel Beltrami (ex-Atlantis e Graal), diventerà Asia Minor. Dopo l'abbandono del bassista Paul Levy, la band si riduce a trio e nel 1979, dopo contatti infruttuosi con la CBS, viene autoprodotto l'album "Crossing the Line". Al disco, composto di nove episodi, partecipa anche il tastierista Nicolas Vicente, ma il fulcro della musica è costituito dal suadente flauto di Tekeli e dalla malinconica voce di Bakirel, alle prese con atmosfere raffinate rispecchiate anche nei testi. E' un progressive romantico che ricorda a tratti i Camel, ma si distingue per i suoi richiami alla tradizione turca pur all'interno di strutture solidamente rock, dove spicca l'incisiva chitarra di Bakirel. Stupisce che musica di questo spessore sia passata inosservata: l'intensa apertura di "Preface", seguita dalla bella "Muhzun Gozler", dall'andamento ondivago e misterioso, passando per "Landscape", col suo crescendo emotivo sulla bella voce solista e lo spunto di chitarra nel finale, fino a "Hayal Dolu Gunler Icin", dominata dal flauto vibrante di Tekeli all'interno di un dinamico schema ritmico, sono le punte di un album già notevole per ispirazione e qualità tecnica. La distribuzione limitata, in un periodo che vede ormai trionfare il punk, non aiuta certo l'elegante musica degli Asia Minor a imporsi, ma il gruppo non molla. Dopo l'ingresso di Robert Kempler (basso e tastiere), il quartetto registra un secondo disco che, come il primo, viene pubblicato in proprio sul finire del 1980: si tratta di "Between Flesh and Divine"(). E' un altro splendido esempio di prog, più rifinito dell'esordio grazie a una migliore qualità d'incisione e a una scrittura più fluida, che ribadisce il talento della band. Magnifica soprattutto "Northern Lights", seducente impasto di atmosfere soffuse e ripartenze in stile fusion, con il canto romantico di Bakirel in bella evidenza. La lenta e avvolgente "Boundless" viaggia sulle morbide tastiere di Kempler, sulle quali la chitarra solista incide con un effetto quasi ipnotico. Quanto al flauto di Tekeli, incanta ancora in episodi come la più mossa "Dedicace", intervallata da vivaci parti di tastiere e chitarra, e in "Nightwind", briosa apertura con il basso di Kempler in primo piano, mentre "Lost in a Dream Yell", dall'atmosfera uggiosa e sospesa è il vero gioiello dell'album, con il suo meraviglioso crescendo sulle ali del flauto e della batteria marziale di Beltrami: da brividi. Nonostante una tardiva distribuzione dei due dischi negli anni seguenti, con buone vendite in Giappone, la band si scioglie nel 1983. Ristampe Musea. Info qui .

"Between Flesh and Divine"

  Asoka   - Svedesi originari di Malmö, il cantante Patrick Erixcon e il tastierista Claes Ericsson suonano insieme nella band Taste Of Blues. Dopo un solo album ("Schizofrenia", 1969) i due tentano però la nuova avventura sotto la sigla Asoka insieme ad altri quattro musicisti, e nel 1971 realizzano il loro disco d'esordio omonimo () per la Sonet. E' un album aggressivo e potente, con larghi spazi improvvisati e chitarre in primissimo piano: lo si nota fin dall'iniziale "Psykfoni For Ekogitarr Och Poprkester", dove psichedelia acida e hard rock convivono all'insegna della chitarra solista di Robbar Larsson, specie nella seconda parte, "Ataraxia", scandita dal ritmo pulsante di batteria e percussioni "latine", con i caldi inserti dell'organo di Ericsson a supporto. Nella ricetta del gruppo svedese non mancano neppure episodi di classico blues, come "Leave Me": anche in questo caso però il violino di Ericsson aggiunge un tocco meno canonico e decisamente più intrigante al tema. La voce solista di Patrick Erixcon ha grinta e personalità, ad esempio in "If You Feel", altro brano di spessore che scorre all'insegna di chitarra e violino, sul consueto tappeto ritmico che non perde un colpo, e in "Svensson Blues", un rock-blues tiratissimo con gli inserti percussivi ancora a fare la differenza. Questa mistura di sapori diversi, che tiene insieme esotismo e sanguigne cadenze rock, si respira anche in "1975": il piano jazzato e le percussioni si ritagliano spazio tra le tipiche atmosfere rock dominate dal canto solista, secondo uno schema piuttosto originale. La chitarra è sempre protagonista nella più canonica "Tvivlaren", con lunghi e infuocati soli di Larsson e il fattivo apporto del bassista Tjobbe Bengtson a fare da sponda e l'organo di sfondo. La band dimostra vitalità e buona caratura tecnica anche nella più lunga "I'm Tryin'", che pur richiamandosi a certo hard rock inglese non rinuncia a una vena più personale: le sincopi di piano sotto la chitarra, il fraseggio dell'organo, echi di "latin rock" e un pizzico di umorismo sigillano una sequenza di grande impatto. In seguito, Claes Ericsson milita negli Storm, e poi insieme a Larsson fa parte dei Lotus. Nel 2004 infine, gli Asoka si ritrovano per realizzare due nuovi dischi come "36 Years Later" (2007) e "Asoka Spellar Allan" (2009). Ristampe di Sunrise Records.

"Asoka"

  Atila   - Rinomata formazione spagnola, gli Atila si formano nel 1973 come trio (chitarra, tastiere e batteria) a Gerona, centro catalano non distante da Barcellona. Fanno il loro debutto con "The Beginning of the End", pubblicato nel 1975 e per anni dimenticato: è un disco autoprodotto con distribuzione limitata, parzialmente registrato dal vivo e consistente in un solo lungo brano privo di parti vocali per una durata inferiore ai trenta minuti. Oggi suona un po' datato, ma tra fughe d'organo di Paco Ortega, che riprendono la "Toccata e fuga in re minore" di Bach, e gli acidi spunti chitarristici di Eduardo Alvarez Niebla, oltre a un lungo assolo del batterista Joan Punyet, i tre mostrano comunque verve e qualità tali da guadagnarsi un contratto con la label tedesca BASF. L'organico si allarga per l'occasione al bassista Miguel A. Blasco, mentre il tastierista Benet Nogué rileva Ortega: è questo il quartetto che realizza "Intencion", uscito nel 1976. Il disco si colloca nella scia del prog sinfonico dell'epoca, con sonorità più complesse e una produzione all'altezza. Accanto all'organo, protagonista di episodi in stile barocco come "Cucutila", o la stessa title-track iniziale, con qualche inserto melodico e cori femminili, si ascoltano anche ottime parti del synth di Benet: è il caso soprattutto di "Dia perfecto", contrassegnata da sterzate ritmiche ad effetto e buoni parti di chitarra. La traccia più lunga è invece "El principio del fin", cioè una nuova versione più sintetica del primo album, dove organo e synth convivono organicamente insieme all'incisiva chitarra di Niebla. Con numerose partecipazioni ai Rock Festivals dell'epoca, gli Atila sono votati alla fine del '76 come la migliore live band spagnola, e nel 1977 ottengono un contratto con la Emi-Odeon. Dopo l'abbandono di Niebla, con Blasco che si sposta alla chitarra e l'ingresso del nuovo bassista Jean Pierre Gomez, i catalani realizzano quindi l'ottimo "Reviure" (1977), che rimane il loro disco migliore, oltre che uno dei manifesti più personali del progressive iberico. Sono quattro lunghi brani di eccellente fattura, tutti firmati da Benet Nogué: le sue ricche tastiere (organo, piano e soprattutto synth), e la chitarra elettrica sono l'asse portante dei momenti migliori, a cominciare dalla splendida title-track iniziale, tra ipnotiche tonalità di stampo psichedelico e micidiali progressioni strumentali che lasciano il segno. Le parti vocali in catalano sono più estese che in passato, ad esempio nella chiusura di "Al mati", ma non reggono il passo del rock multiforme del quartetto, che attraversa trasognati umori cosmici ("Somni") e brillanti escursioni fusion: soprattutto "Atila", unico strumentale del disco, che sottolinea il perfetto amalgama raggiunto, con il basso di Gomez e la chitarra protagonisti accanto al consueto e massiccio lavoro di synth. La band si sfalda purtroppo l'anno seguente, ma recentemente sembra tornata attiva: altre notizie qui .

"Reviure"

  Atlantic Bridge   - Poco si sa di questa effimera formazione inglese che lascia alle cronache musicali un solo album omonimo (), pubblicato nel 1970 dalla Dawn, per rientrare subito dopo nell'ombra. Recentemente ristampato dalla Breathless, il disco offre comunque un eclettico esempio di jazz-rock dai contorni melodici, e suonato con bella coesione da un quartetto che dimostra di sapere il fatto suo. Nelle note interne i musicisti parlano di una musica che non dovrebbe avere barriere, ma appunto farsi ponte tra stili e tradizioni diverse: concetto quanto mai in linea coi dettami del progressive, che trova effettivo riscontro nel disco. Non a caso tra i sei episodi troviamo ben tre covers: la prima, che apre l'album, è "MacArthur Park", brano di Jim Webb portato al successo da Richard Harris nel 1968. Il sax di Jim Philip è il protagonista del pezzo, come pure di "Something" (dei Beatles), ben coadiuvato dal pianista Mike McNaught e soprattutto dall'eccellente lavoro solista di Daryl Runswick al basso: un episodio di notevole fattura, dove tecnica e affiatamento tra i singoli contribuiscono all'ottimo risultato. Oltre all'altra cover beatlesiana, "Dear Prudence" (inserita nel celebre "White Album"), il quartetto britannico mostra il suo valore anche nei tre restanti episodi. Molto bella e sofisticata è "Rosencrans Boulevard", ad esempio, soffice composizione con il flauto che guida la linea melodica e il basso che detta interessanti cambi di tempo sottolineati dal pianista, fino alle brillanti variazioni di sax nella seconda parte, dove si avvertono echi di Coltrane. Ancora basso e sax in evidenza nell'evocativa traccia finale "Childwood Room (Exit Walt)", e addirittura struggente il mood di "Dreams", classico episodio ch'esalta la vena sempre fluente di Philip. A conti fatti, non si tratta del solito reperto d'epoca rispolverato solo per onnivori collezionisti, ma di un disco di sicura qualità, che può offrire soddisfazioni a un pubblico eterogeneo. La ristampa in cd, inoltre, aggiunge come bonus i due pezzi di un EP ancora più raro, uno dei quali con tanto di voce femminile aggiunta.

"Atlantic Bridge"

  Atlantide   - Un'altra band minore del prog italiano anni Settanta. La curiosità è che si tratta di quattro fratelli lucani originari di Cirigliano (Leonardo, Mimmo, Mario e Matteo Sanseverino) emigrati nel 1973 in Germania, dove esce appunto il loro unico album "Francesco ti ricordi", autoprodotto nel 1976. È una sequenza composta da sei tracce cantate in italiano, che mette in evidenza un buon amalgama strumentale e uno stile che mescola hard rock con qualche inclinazione progressiva non troppo sviluppata. Proprio per questo, comunque, il rock degli Atlantide scorre piuttosto fluido e gradevole dal principio alla fine, pur restando lontano dai vertici assoluti del prog italiano. Come per altre formazioni italiane del periodo, il punto veramente debole sono i testi, semplicistici a dir poco, cantati da Mimmo, il chitarrista, con una voce grintosa e neppure malvagia, a tratti caratterizzata da un forte accento regionale. L'apertura di "L'uomo e il cane", compatto hard rock senza fronzoli, cattura bene l'anima del gruppo: chitarra elettrica in primo piano insieme al canto, all'interno d'uno schema ritmico elementare quanto vigoroso, con l'organo di Leonardo solo in appoggio. Le tastiere recitano un ruolo più attivo nel brano "Sporcandosi di sangue", tra i momenti migliori, e poi in "Se perdessi la vita così", dove si ascolta un corposo intermezzo di sintetizzatore, ma il comando delle operazioni è saldamente nelle mani del chitarrista. Lo si vede soprattutto nella conclusiva e tiratissima title-track, con un gran lavoro alla batteria di Matteo, che affianca a dovere la ruggente chitarra solista nelle sue lunghe e insistite variazioni, come accade anche ne "Il pagliaccio". La traccia più lunga del disco, "Quando la luna", è forse quella più ambiziosa e fa parzialmente eccezione: prima parte lenta e atmosferica, con l'organo protagonista accanto alla voce, finché un lungo break di chitarra, synth e batteria riporta il pezzo verso il consueto rock energico e grintoso che si placa solo nel finale. Suonato discretamente, ma tutt'altro che trascendentale e anche un po' ripetitivo, l'unico album di questo gruppo italiano passa inosservato all'epoca per mancanza di una distribuzione, anche se oggi non manca di ammiratori. Ristampa Mellow Records.

"Francesco ti ricordi"

  Atlas   - Band svedese originaria di Malmö che si forma nel 1974, ma pubblica solo nel 1979 il suo unico album. "Blå Vardag" (cioè "Martedì blu") somiglia al frutto maturo della tradizione sinfonica che ha dominato il prog dell'epoca. Il quintetto infatti si avvale di ben due tastieristi, Björn Ekbom e Erik Björn Nielsen, sui quali poggia l'ossatura interamente strumentale del disco (non ci sono parti cantate), composto di cinque episodi tutti ugualmente pregevoli. L'apertura di "Elisabiten" ci offre subito uno spaccato delle migliori qualità degli Atlas: il gioco incrociato delle tastiere (essenzialmente synth, organo, piano e mellotron) disegna un complesso mosaico ben integrato dalla chitarra elettrica di Janne Persson, solista misurato e mai banale. Qualche passaggio ricorda i connazionali Kaipa, ma a mio parere con un approccio meno ingenuo e più personale a livello compositivo. La lunga "På Gata" ("Sulla strada") sviluppa uno spartito ancora più variegato, con ottime combinazioni di organo e piano in uno schema dinamico, fatto di pause e cambi di tempo: pur nella vivacità, però, la musica degli Atlas conserva il compassato equilibrio degli scandinavi, scevro da ogni forzatura in favore di eleganti sfumature strumentali. Un passo felpato, unito a un timbro più evocativo, domina ad esempio la title-track, con synth e piano elettrico in primo piano. Intrigante anche "Den Vita Tranans Väg", dall'inizio vagamente malinconico, che prende corpo sull'organo e sul basso pulsante: la sezione ritmica e la chitarra incidono insieme in questo pezzo che lascia emergere anche il lato più fusion del gruppo, come pure la breve "Gånglåt", con chitarra e piano elettrico protagonisti. Arrangiamenti di stampo classicheggiante e sonorità più moderne si tengono per mano nel raffinato amalgama creato dai cinque musicisti, e per questo motivo "Blå Vardag" merita senz'altro un posto di spicco nel prog svedese, e non solo. La ristampa digitale a cura di Ad Perpetuam Memoriam contiene anche tre eccellenti bonus-tracks.

"Blå Vardag"

  Atoll   - Originari di Metz, gli Atoll sono uno dei nomi più conosciuti del progressive francese, nonostante una discografia altalenante. Formati nel 1972, dopo un primo singolo uscito l'anno seguente pubblicano solo nel 1974 il loro album di debutto, "Musiciens magiciens". Favolistico e romantico, come nella suite in tre parti "Le baladin du temps", il disco è basato principalmente sulle ricche tastiere di Michel Taillet, ma con buone parti di chitarra acustica ed elettrica, e voci molto ben orchestrate, anche corali: ad esempio nella vivace title-track. L'insieme rimanda senza dubbio ai capiscuola inglesi del genere, ma con una discreta personalità e un'attitudine fusion che fa capolino qua e là, nei fraseggi più serrati della sequenza. Un esordio promettente, seguito da quello che è ritenuto giustamente da molti il loro disco più riuscito: "L'araignée-Mal" (1975). Per l'occasione l'organico a cinque si allarga a sei con l'arrivo del violinista Richard Aubert, che contribuisce non poco ad arricchire il sound della band transalpina. Il risultato finale, in effetti, è un album davvero molto buono, più maturo e personale: è un rock sinfonico, ma con spiccate tendenze fusion ora più evidenti, dinamico e anche vigoroso, imperniato sulle tastiere di Taillet e sull'incisiva chitarra solista di Christian Beya, senza dimenticare il corposo lavoro di una sezione ritmica che non perde un colpo. Il violino di Aubert spicca soprattutto in "Le voleur d'extase", e in "Cazotte n.1", un episodio che ricorda certi passaggi degli italiani Arti + Mestieri, specie per la disinvolta convivenza di elementi e atmosfere diverse. Il meglio dell'album comunque è raccolto proprio nella lunga suite marcatamente sinfonica che intitola il disco: in particolare, i due segmenti "Le robots debiles" e il gran finale di "Le cimetiere de plastique", offrono un suggestivo crescendo di pathos sulle tastiere e intorno al canto drammatico di André Balzer. Dopo l'abbandono del violinista, la band francese si dedica invece a un rock più accessibile, ma comunque interessante, a partire da un album come "Tertio" (1977), che abbina rock-songs di forte impatto ("Paris, c'est fini") a qualche composizione più complessa, come le due parti di "Tunnel". La band pubblica ancora "Rock Puzzle" (1979) e quindi nel 1981 termina il primo ciclo degli Atoll. In seguito, il chitarrista Beya riforma la band su nuove basi nel 1987, e sotto la sigla Chris Beya Atoll realizza quindi l'album "Ilian", pubblicato nel 2003. Per qualche tempo, in realtà, anche il cantante André Balzer si esibisce con un suo gruppo chiamato Atoll Sud e più avanti André Balzer's Atoll, senza incidere dischi. Sono anni confusi e litigiosi, fin quando Balzer e Beya, su richiesta della label nipponica Marquee, si riuniscono con altri elementi ex-Atoll in un concerto tenuto a Tokyo nel Luglio 2018. Ristampe CD a cura di Musea e Arcangelo, ma anche in vinile (Replica).

"L'Araignée-Mal"

  Atomic Rooster   - Con gli Atomic Rooster siamo davanti a una delle band più tipiche e rappresentative del prog inglese d'impronta dark. E' Vincent Crane, tastierista di buon livello, a fondarla nel 1969 dopo l'esperienza con il Crazy World Of Arthur Brown. Assieme a Nick Graham (basso e voce) e al potente batterista Carl Palmer, il trio realizza il primo disco omonimo() nel 1970 e subito impone il suo pirotecnico rock dai colori scuri e martellanti, come nell'apertura di "Friday The Thirtheenth" o "Decline And Fall". Crane si destreggia abilmente tra organo e pianoforte, sostenuto al meglio dai ritmi di Palmer, inanellando otto brani di buon impatto, tra i quali spiccano soprattutto la cover di "Broken Wings" (di John Mayall) e un momento inusuale come "Winter", sofisticata parentesi crepuscolare con flauto e pianoforte in evidenza. Il cambio di organico successivo (Graham emigra per gli Skin Alley e Palmer si unisce a Emerson e Lake per formare E.L.P.) porta all'arrivo del chitarrista e cantante John Cann (dagli Andromeda) e del batterista Paul Hammond. Il risultato è "Death Walks Behind You" (ancora 1970), album ancora brillante, e con un maggiore equilibrio strumentale tra la chitarra e le tastiere, già nella lunga title-track iniziale. La mistura di corrosivi umori dark e potenti riff, a tratti di presa immediata, è ancora vincente. Cann firma tre brani e contribuisce a spostare verso un certo hard-rock più melodico gli equilibri dalla band, come in "Sleeping For Years", mentre l'estro di Crane si rivede nella conclusiva "Gershatzer", audace mescolanza di momenti classicheggianti al pianoforte, fughe d'organo e duetti con la chitarra solista, con un lungo assolo del batterista. Tra l'altro "Tomorrow Night", un bel rock scandito da chitarra e piano, ottiene un discreto successo come singolo. Il passo successivo (dopo un altro singolo di successo come "Devil's Answer") è l'album "In Hearing of Atomic Rooster" (1971), con l'ingresso del nuovo cantante solista Peter French. Gli ingredienti sono i medesimi del disco precedente, con qualche trovata ironica di Crane nel numero ad effetto di "A Spoonful Of Bromide Helps The Pulse Rate Go Dawn", di bella tensione ritmica, e qualche episodio più intimista ("Decision/Indecision" ad esempio). Trionfa però un certo rock più duro, come "Break The Ice" (buona prova del cantante French) o "Head In The Sky", firmata da Cann. Umorale e irrequieto, Crane cambia poi ancora formazione (arriva anche il famoso cantante Chris Farlowe), in una serie di dischi di scarso esito come "Made in England"(1972) o "Nice'n'Greasy" (1973). Tra alti e bassi, nonostante qualche ritorno ad effetto, la fama del gruppo declina. Crane resta attivo, ma senza ritrovare il successo commerciale, fino alla scomparsa nel 1989.

"Atomic Rooster"

  Audience   - Tra i gruppi inglesi meno celebrati, seppure apprezzati dalla critica più attenta, i londinesi Audience incidono il primo album omonimo già nel 1969. Solo con i successivi però si guadagnano una certa considerazione nel circuito prog. La band è un quartetto atipico, senza tastiere, nel quale spiccano i fiati di Keith Gemmel (sax, clarinetto e flauto) e la vibrante voce solista di Howard Werth, impegnato anche alle chitarre: con loro sono Trevor Williams(basso) e Tony Connor (batteria). Passati alla Charisma, celebre etichetta del progressive inglese, gli Audience incidono il più maturo "Friend's Friend's Friend" (1970): nove tracce nei quali il quartetto delinea molto meglio le sue qualità strumentali, fin dall'apertura di "Nothing You Do", con i fiati e la voce solista in evidenza. Si segnalano anche curiose divagazioni folk ("Ebony Variations" o "Belladonna Moonshine") e tumultuose sezioni strumentali dal sapore jazz, come "Raid", accanto a umbratili episodi costruiti su voce e chitarra acustica, in particolare la title-track. Un buon disco che fa quasi da prologo al successivo "The House on the Hill" (1971), sicuramente da considerarsi il miglior prodotto del gruppo. In una scaletta ricca e articolata, si segnalano splendide ballate dalle venature blues che esaltano il canto solista ("I had a dream" e la cover "I put a spell on you", da Screamin' Jay Hawkins), sofisticati intermezzi strumentali per chitarra classica come "Raviolé" (con l'ausilio d'una sezione d'archi) o l'intrigante "Eye to eye", col flauto di Gemmel in primo piano, oltre a un paio di brani più lunghi che confermano la buona personalità dei quattro. In "Jackdaw", posto in apertura, i cambi di tempo, la bella voce di Werth e le brillanti divagazioni fiatistiche danno la misura del versatile talento di questa formazione, ribadito anche dalla title-track. Un piccolo gioiello che porta gli Audience a compiere una tournée di gran successo negli States. Subito dopo però, in disaccordo con gli altri membri, Gemmel abbandona, rilevato da Nick Judd in "Lunch"(1972). E' proprio questo l'ultimo atto ufficiale della band inglese. Altre notizie nel sito ufficiale.

"The House on the Hill"

  Aunt Mary   - Norvegesi di Fredrikstad, gli Aunt Mary si formano nel 1969 e realizzano pochi ma interessanti dischi. L'esordio è un album omonimo, pubblicato nel 1970 dalla Polydor danese: undici tracce che spaziano tra morbide ballate melodiche ("Come In" ad esempio) e intriganti rock-blues come "Rome wasn't built in one day", basati su chitarra, organo e fiati. Si tratta di canzoni, senza troppe divagazioni strumentali, ma godibili e ben suonate dal quintetto scandinavo: discrete anche le voci, ora del tastierista Jan Groth, ora del chitarrista Bjørn Kristiansen. Tra i pezzi migliori si segnalano la trascinante "There's a Lot of Fish in the Sea", guidata dalla chitarra di Kristiansen, con organo e sax protagonisti della parte centrale, mentre il flauto di Per Ivar Fure caratterizza tra gli altri episodi "Whispering Farewell" e anche "Ball". Intenso anche il blues di "I Do and I Did", lento crescendo sulla voce solista, con la chitarra, il flauto e gli archi di rinforzo. Con il seguente "Loaded", realizzato solo nel 1972, si volta decisamente pagina: ridotto a un quartetto, con le defezioni di Groth e Fure e l'ingresso del tastierista Bengt Jensen, il gruppo sceglie un hard rock privo di fronzoli, che procede tra alti e bassi. Protagonista assoluta è la chitarra solista di Kristiansen, fin dall'apertura del ficcante strumentale "Playthings of the Wind", e poi in potenti hard rock quali "Upside Down" e la finale "G Flat Road", dove l'asse tra chitarra e organo richiama da vicino l'hard rock inglese. Lo stesso vale per il crescendo di "Fire of My Lifetime" e la lunga "Blowin' Tiffany", immersa in una dimensione dark più elaborata: con il basso e l'organo in bella evidenza, e le sterzate ritmiche, è tra i picchi di un disco piuttosto disuguale. Sicuramente migliore è il terzo album "Janus" (1973), pubblicato per la Vertigo: il quartetto sembra ora più convinto e il suono è pienamente inserito nel filone di un progressive sempre eclettico ma più rifinito. Le tastiere di Jensen trovano più spazio, ad esempio nella dinamica "For All Eternity", ricca di fratture, pause e ripartenze con l'organo e il synth in primo piano, o nella trascinante "Candles of Heaven", dove piano e organo guidano le danze con l'ottimo apporto del bassista Svein Gundersen, secondo uno schema che ricorda molto E.L.P. L'iniziale "Path of Your Dream" parte a spron battuto ma incorpora poi voci in falsetto ben calibrate, come accade anche in "Nocturnal Voice", mentre la chiusura di "What a Lovely Day" è una ballata acustica che cresce alla distanza sulle tastiere e la chitarra elettrica di Kristiansen. Sintomatico del nuovo stile della band è pure "Stumblin' Stone", costruito a dovere sull'organo atmosferico di Jensen e poi segnato dalle voci fino al sanguigno finale chitarristico. Poco dopo gli Aunt Mary si sciolgono, ma in seguito a effimere reunions sono apparsi prima "Live Reunion" (1981) e più tardi "Blueprints" (1992). Varie le ristampe in circolazione.

"Janus"