Archivio Prog

I

Ibis Iceberg Ikarus Indian Summer Iris Irish Coffee Isopoda Ithaca

 

 

 

  Ibis   - Dopo la diaspora del 1972, all'indomani di "Ut", i New Trolls danno vita a varie formazioni parallele. Nico Di Palo, insieme a Gianni Belleno, Maurizio Salvi e Frank Laugelli pubblica un primo album con un eloquente punto di domanda in copertina dal titolo "Canti d'innocenza-Canti d'esperienza" (1973). Com'era lecito aspettarsi, prevale un hard progressive tumultuoso e ben suonato, a tratti melodico e molto incisivo anche nelle parti vocali del leader, con l'organo di Salvi che integra efficacemente i riff della ruggente chitarra solista. A parte un paio di momenti, come la breve parentesi di "Simona", la chitarra solista del leader domina comunque incontrastata: "Innocenza, esperienza", "L'amico della porta accanto" e soprattutto la vibrante "Vecchia amica", col suo riff alla Hendrix, sono i pezzi più rappresentativi di una scaletta che segna l'apoteosi del chitarrista. Segue quindi un album ufficialmente siglato Ibis, come "Sun Supreme" (1974): questa volta i testi sono in inglese e Rick Parnell (ex Atomic Rooster) rileva alla batteria Belleno, andato nel frattempo a fondare i Tritons. Benché generalmente poco considerato, si tratta sicuramente dell'album più ambizioso della formazione, diviso in due lunghe suites costruite con richiami piuttosto evidenti al prog immaginifico degli Yes. Bella soprattutto la prima, "Divine Mountain/Journey of Life", dominata da una suggestiva atmosfera nella quale Di Palo e Parnell si spartiscono le parti liriche: romantici inserti di chitarra acustica convivono con le maestose tonalità del mellotron di Salvi, serrati spunti per organo e chitarra solista, tra pause e riprese ben congegnate e il basso creativo di Laugelli in grande evidenza. La seconda suite, "Divinity", oltre a un primo movimento in puro stile sinfonico di grande presa ("Part 1"), include anche un lungo assolo di batteria di Parnell in "Part 2". Il terzo e ultimo disco firmato Ibis è invece un semplice omonimo, realizzato nel 1975 con il contributo dei nuovi Renzo Tortora (seconda chitarra) e Pasquale Venditto (batteria), in sostituzione di Salvi e Parnell che lasciano la band. Decisamente più lineare, a volte disuguale nei toni, tra spunti più aggressivi e parti melodiche, è un album che trova il giusto equilibrio solo a tratti, in un rock più diretto e ricco di feeling. La chitarra di Nico Di Palo dà il meglio in episodi come l'esuberante "Premessa", in apertura, e quindi in "Ritrovarci qui", con liriche di sapore autobiografico cantate da Renzo Tortora. Curioso il testo in lingua latina di "Narratio", mentre "Dedicated to Janis Joplin" è un omaggio ricco di citazioni alla grande singer americana. La storia degli Ibis finisce poco dopo, quando il gruppo-madre si riunisce nuovamente per la seconda parte della sua lunga parabola.

"Sun Supreme"

  Iceberg   - Rinomati esponenti della scena prog spagnola, gli Iceberg si formano a Barcellona nel 1974 e realizzano diversi dischi pregevoli nel corso dei Settanta, sia pure con una brusca inversione di rotta dal punto di vista stilistico. L'esordio è "Tutankhamon" (1975), un concept dedicato al famoso faraone egizio. Qui il quintetto catalano sviluppa una brillante suite di undici momenti, nella quale intense ballate cantate in inglese da Angel Riba ("Lying in the sand" ad esempio, o "Close to God") si alternano a vivaci breaks strumentali capitanati dalla chitarra solista di Joaquim Suñé, particolarmente efficace in "Amarna" e "Amenophis IV". Il suono è in prevalenza sinfonico, ma ricco di sfumature, con il sax che affianca spesso le tastiere come nella bella "Sacerdotes de Amon". L'impostazione è sicuramente sinfonica, come dimostra anche il grande spazio del mellotron, eppure i frequenti cambi di tempo e certi eleganti fraseggi al piano Fender di Josep Mas lasciano intravedere la vera inclinazione della band spagnola. Il successivo "Coses nostres"(), pubblicato nel 1976, è infatti un disco diverso, improntato a una fusion di alta qualità. Senza la voce di Riba, il quartetto depone le ambizioni sinfoniche per offrire sette tracce strumentali di grande personalità. Splendida la progressione di "Nova", con il duo basso-batteria in forma smagliante, e il lavoro sempre creativo al synth di Mas, poi protagonista al piano di "L'acustica", un episodio dove si segnala anche la virtuosa chitarra di Suñé. Al polo opposto sta "La flamenca electrica", serrata composizione dove l'influsso della tradizione è immerso nel calderone di un jazz-rock elettrico davvero trascinante, come pure "11/8", degno epilogo di un disco strepitoso. Allo stesso livello sta comunque il terzo album firmato Iceberg, "Sentiments" (1977), ancora composto di sette episodi. La chitarra elettrica è sempre l'anima irrequieta di questa musica, quasi sempre affiancata dal synth, come accade in "A Sevilla", perfetta combinazione di umori flamenchi e free-jazz. Bellissime anche "Andalusia, Andalusia" e "Ball de les fulles", manifesti esemplari di riuscita fusione tra modernità e tradizione, mentre la cangiante atmosfera di "Alegries del mediterrani", con il fraseggio del piano elettrico e la progressione ritmica che si apre continuamente agli spunti individuali, cattura a meraviglia l'arte di questa eccellente formazione catalana. Prima dello scioglimento escono il live "En directe" (1978) e quindi "Arc-en-ciel" (1979). Mas e Suñé faranno poi parte del supergruppo Pegasus negli anni Ottanta.

"Sentiments"

  Ikarus   - Messi insieme ad Amburgo nel 1970, gli Ikarus hanno una storia alquanto breve: si sciolgono infatti subito dopo l'unico album omonimo () realizzato nel 1971. Il disco comprende quattro lunghi brani, e si caratterizza per la ricca strumentazione del sestetto: spicca soprattutto il ruolo di Jochem Petersen, chitarrista e fiatista molto eclettico (sax contralto e tenore, flauto e clarinetto), che insieme all'uso del mellotron aggiunge sfumature più raffinate alla musica. In generale, si colgono discreti richiami alle coeve esperienze del primo progressive britannico, senza la vena più iconoclasta del krautrock allora in voga, con liriche a volte ingenue cantate in inglese da Lorenz Kohler. L'esempio tipico è proprio la lunga traccia d'apertura, sorta di suite in due tempi, intitolata "Eclipse": scandita da dinamici riff di chitarra s'un ritmo battente, il pezzo si apre poi alle brillanti variazioni fiatistiche e sull'organo di Wulf Dieter Struntz, con inserti di chitarra acustica sotto il canto solista, gli archi di sfondo e il basso sempre propulsivo di Wolfgang Kracht. E' un prog molto corposo e ben suonato, che dimostra le buone qualità dei sei musicisti. Ugualmente ricca la tessitura di "The Raven" (il cui testo riprende un poema di Edgar Allan Poe), tra i momenti migliori: parte all'insegna di agili combinazioni jazzate di sax e organo, con soli fiatistici molto tirati, per poi sviluppare un'atmosfera più psichedelica, con chitarra, organo e fiati a sottolineare la voce solista. Bello il finale, all'insegna di uno space rock che sfuma con eleganza sulle note di pianoforte, archi e chitarre. "Mesentery" è invece l'episodio più vicino alle sonorità di altre band inglesi del periodo (i Cressida ad esempio): basato s'una ritmica particolarmente vivace, sviluppa interessanti spunti del flauto di Petersen e l'organo sempre in primo piano, mentre nella seconda parte il pezzo vira al sinfonico. Di "Early Bell's Voice", oltre al gioco incrociato di organo e sax che cresce in progressione ben assecondato dal basso, colpiscono le voci corali molto evocative, e una tensione strumentale che può ricordare certe cose dei VDGG. In conclusione, l'album degli Ikarus resta un solido esempio del progressive germanico della prima ora, specie per la sua miscela di sapori diversi, valorizzata da un pizzico di jazz-rock molto intrigante. Sciolta la band, Petersen suona più avanti con i Randy Pie. Ristampe di Second Battle e Long Hair, anche in vinile.

"Ikarus"

  Indian Summer   - Questa formazione originaria di Coventry è senza dubbio una tra le più originali espressioni del dark-progressive inglese, nonostante l'oblio che l'ha circondata per lungo tempo. Nel solo album pubblicato dall'etichetta Neon Records, "Indian Summer" (1971), sono davvero molti i motivi d'interesse disseminati dal quartetto lungo le otto tracce che compongono la scaletta. In particolare, le tonalità scure dell'organo, il fitto fraseggio della sezione ritmica, oltre alle lunghe divagazioni della chitarra solista di Colin Williams, soprattutto in "Emotions of Men", s'impongono come la cifra stilistica del gruppo. L'ispirazione infatti privilegia sonorità notturne e passaggi strumentali intricati, non sempre di facile assimilazione. Poco alla volta però, un ascolto più attento farà emergere una dopo l'altra le indubbie qualità strumentali e compositive degli Indian Summer, capaci di lasciare sempre il segno. Si passa infatti da potenti episodi in odore di hard rock come "Black Sunshine", un titolo di per sé programmatico, con la bella voce acida del tastierista Bob Jackson in evidenza, insieme ad una serie trascinante di variazioni poliritmiche, a "Glimpse", sviluppata ancora sulla batteria sostenuta a dovere dal basso, fino alla magnifica apertura di "God is the Dog", dove l'organo ricuce magistralmente le fratture ritmiche nelle quali si esalta la batteria di Paul Hooper in uno splendido finale. Se questo è probabilmente il picco assoluto della sequenza, un altro pezzo forte è "Secrets Reflected", che approfondisce questa vena introspettiva e umbratile in una direzione più morbida, stupendamente scandita dalle percussioni s'un tappeto di mellotron e cristalline note di chitarra, a incorniciare l'intensa voce solista: davvero un pezzo di gran classe, che riassume tutte la peculiarità espressive di questa ottima band britannica. La scarsa promozione da parte della Neon porta fatalmente all'insuccesso e alla fine precoce di questo valido progetto, tuttavia i cultori del dark-prog più raffinato ameranno sicuramente un album come questo, assolutamente degno di venir apprezzato secondo i suoi meriti. In seguito allo scioglimento, il tastierista Bob Jackson suonerà tra l'altro con i Badfinger nel periodo 1974-1975 e quindi formerà con Paul Hooper il gruppo pop The Dodgers. Ristampe a cura di Repertoire e Akarma (CD e Vinile).

"Indian Summer"

  Iris   - Originari di Montbéliard, i francesi Iris sono una delle tante meteore del prog anni Settanta. Messo insieme nell'estate del 1970, il quartetto basato sui fratelli Alain e Tony Carbonare è protagonista nel corso del 1971 di una serie di buoni concerti, anche di spalla agli Ange, che procura loro un contratto con la Connection: dopo il primo singolo "Aux portes des villes" / "Opus 340" (1972) è l'etichetta-parente Sonopresse a pubblicare lo stesso anno l'album "Litanies" (). La prima cosa che colpisce all'ascolto delle nove tracce è la peculiare impostazione delle parti vocali: spesso corali, con elaborati echi folk, le parti cantate sono infatti abbastanza lontane dal resto del prog francese, che privilegia spesso una vigorosa enfasi teatrale nell'esposizione lirica. Qui invece, fin dall'iniziale "Chrysalide", dominata dal suono frizzante dell'organo di Alain Carbonare, le voci contribuiscono a creare un'atmosfera di volta in volta misteriosa e poetica, a tratti cantabile ("Décadence" per esempio), con l'aggiunta di spezie pop-psichedeliche ad insaporire la ricetta. Un valido esempio è "Songe", episodio onirico che si distingue anche per il suono del flauto, mentre tra i momenti migliori c'è sicuramente "Jus de citron", con le suggestive armonie vocali che fanno da filo rosso in un tema ricco di pause e riprese abilmente guidate dalle tastiere e dalla chitarra, con frequenti accelerazioni percussive e un buon lavoro al basso di Tony Carbonare. C'è qualcosa che ricorda la prima fase delle Orme, una mistura fintamente naif che tiene insieme suggestioni popolari e invenzioni più colte: ad esempio "Oracle", aperta dal timbro barocco dell'organo e poi sviluppata abilmente su squisite armonie corali. Molto riuscita anche "L'étoile artificielle", col giro di chitarra e il vivace contrappunto delle voci, e la breve "Donnez moi de l'eau", con la chitarra elettrica di Gérard Cappagli in evidenza all'interno di un tema davvero evocativo. In generale, il quartetto transalpino evita forzature e sterili virtuosismi in favore di un suono compatto e piuttosto personale, ribadito nell'epilogo di "Le livre des Litanies", tra fratture ritmiche, inserti chitarristici insoliti accanto al suono dell'organo e il canto polifonico sempre in primo piano. Si può certamente assimilare il disco degli Iris al prog sinfonico e romantico, rimarcando però la presenza di temi e contenuti espressivi inusuali, che pur accanto a qualche tono più acerbo rendono la loro proposta decisamente attraente nel panorama del rock francese. Il sodalizio ha termine nel 1973. Alain Carbonare suona prima con Alan Stivell e poi col fratello Tony nel gruppo folk Machine, mentre più avanti fonderà i Wurtemberg. In seguito, una nuova edizione della band, ribattezzata Iris 2, realizza l'album "Ça pourrait bien recommencer" (2009). Ristampe a cura di O-Music.

"Litanies"

  Irish Coffee   - Altra formazione delle Fiandre, gli Irish Coffee hanno origine dal gruppo Voodoo, già guidato dal cantante/bassista William Souffreau. Nel 1970, una volta assunta la nuova sigla, è pubblicato il singolo "Masterpiece"/"The Show", che riscuote un notevole successo in patria e anche fuori, soprattutto in Spagna. Subito dopo, il chitarrista Dirk Diericks abbandona, e a quel punto è lo stesso Souffreau che passa alla chitarra ritmica mentre al basso subentra il nuovo arrivato Willy de Bisschop: proprio questo è il nuovo quintetto che realizza nel luglio del 1971 l'album omonimo () per l'etichetta Triangle. Per anni dimenticato, è un disco che scorre all'insegna di un frizzante heavy prog, caratterizzato dalla grintosa voce di Souffreau e dalla valida chitarra solista di Jean van der Schueren, vero protagonista dell'album, con l'organo più defilato di Paul Lambert. Le classiche sonorità del periodo vengono focalizzate qui in otto brani piuttosto lineari e di presa immediata: si ascolti soprattutto la stupenda "When Winter Comes", con il canto malinconico al centro di un'atmosfera magica, creata dalla chitarra vibrante insieme all'organo. Non da meno sono gli episodi più vigorosi, che anzi prevalgono nella scaletta. Fin dall'apertura di "Can't Take It", il cantante si muove a meraviglia in uno schema rock tiratissimo che poggia sul binomio di chitarra e batteria, con le tastiere di sfondo. Le forti influenze dell'hard rock inglese vengono abilmente personalizzate dal quintetto belga anche in "Hear Me", ancora s'una base ritmica indiavolata che esalta il canto e la chitarra, e poi nella più equilibrata "The Beginning or the End", con l'organo in evidenza e una chitarra stavolta più cesellata, di grande effetto, intorno alla voce duttile e sempre adeguata di Souffreau, che trascina col suo pathos drammatico: è uno dei picchi del disco. Ugualmente intenso, dopo l'attacco in sordina, è il crescendo graduale di "A Day Like Today", con il fraseggio dell'organo nelle pause, mentre decisamente più briosa e melodica suona la chiusura di "I'm Lost", sviluppata s'una base di chitarra acustica e poi sulle variazioni di tastiere e chitarra elettrica. Un disco ancora oggi godibilissimo, che non ha seguito: tra avvicendamenti vari e un'intensa attività live, la band registra alcuni singoli fino al 1974, quando un tragico incidente d'auto costa la vita a Paul Lambert e ferisce gravemente il batterista Raf Lenssens. Sciolto il sodalizio nel 1975, gli Irish Coffee tornano attivi solo negli anni Novanta e nel 2004 realizzano un album intitolato semplicemente "Irish Coffee", dedicato allo scomparso tastierista. In seguito, con il vocalist insieme a nuovi elementi, il gruppo ha realizzato altri dischi, a partire da "Revisited" (2013). Ristampe in CD a cura di Thors Hammer, con bonus-tracks dei singoli, e in vinile di Guerssen, ma circolano anche molti bootleg.

"Irish Coffee"

"When Winter Comes"

  Isopoda   - Originari di Aalst, nelle Fiandre, i belgi Isopoda (il nome è quello di un crostaceo) sono responsabili di due album a cavallo di Settanta e Ottanta. Si formano su iniziativa di Walter De Berlangeer (chitarra) e Arnold De Schepper (basso), che ancora giovanissimi si fanno chiamare prima Tarantula, poi Orchid, e suonano dal vivo un repertorio di cover hard rock e blues. Scelta intorno al 1975 la sigla definitiva, e stabilizzati in un nuovo organico, virano quindi al prog sinfonico che ha dominato la prima metà del decennio. Il quintetto che finalmente incide "Acrostichon" (1978) è basato principalmente sulle ricche tastiere di Geert Amant, soprattutto pianoforte e organo, ma fa pure largo uso di chitarre acustiche (ad esempio "Watch the Daylight Shine") e frequenti sono i pregevoli inserti del flauto di Arnold De Schepper, mentre la presenza vocale del fratello Dirk risulta convincente soprattutto in "The Muse", un brano trasognato caratterizzato da ariose aperture melodiche. La musica del gruppo è dunque fortemente romantica, piuttosto elegante, con delicate armonie vocali e pochi spunti solistici da ricordare in un disegno sonoro che resta sempre piuttosto compatto. La vivace title-track iniziale e la lunga "Don't Do It The Easy Way", sorta di mini-suite che alterna fasi più ritmiche, col basso di De Schepper in evidenza, a parentesi più rarefatte, sono indubbiamente composizioni costruite a dovere, capaci di creare un'atmosfera accattivante, pur se indubbiamente derivativa, cioè con evidenti debiti verso i maestri del rock sinfonico di scuola inglese, Genesis in testa. La discreta accoglienza in patria dell'album, incoraggia comunque la band a insistere, e dopo una serie di avvicendamenti e difficoltà, vede la luce il secondo e ultimo atto discografico, "Taking Root", pubblicato nel 1981. Anche senza il tastierista Amant, sostituito da Luc Vanhove, la musica delle undici tracce prosegue nella scia stilistica del debutto, come dimostrano la sognante "You Flower" o la title-track, ma stavolta la mancanza di un'adeguata promozione, e quindi di un minimo riscontro commerciale, porta allo scioglimento nei primi mesi del 1982. Gli Isopoda sono di fatto un gruppo minore della scena europea, lontani dai fasti del prog più celebrato, ma non mancano del tutto di attrattive e soprattutto il primo disco potrebbe piacere agli amanti delle sonorità più romantiche. Ristampe in CD a cura della Musea.

"Acrostichon"

  Ithaca   - Gruppo inglese originario di Ditchling (East Sussex) che realizza un solo album nella sua breve storia. A monte ci sono in realtà due altri gruppi come Agincourt ("Fly Away", 1970) e Friends ("Fragile", uscito postumo nel 2006). La line-up degli Agincourt è appunto la stessa degli Ithaca, che nel 1973 firmano l'unico loro album intitolato "A Game for All Who Know" (): John Ferdinando (chitarra, basso e voce), Peter Howell (tastiere, chitarre, effetti) e la cantante Lee Menelaus. Pur se il disco, autoprodotto, conserva un'impronta quasi amatoriale, e infatti non ebbe neppure una vera distribuzione, nelle sei tracce di questa sequenza realizzata con il contributo di altri strumentisti il trio si muove con coerenza ed eleganza nel solco di un folk-rock melodico di spiccato sapore psichedelico. Inoltre, il fatto che quasi ogni episodio sia articolato in due o anche tre segmenti, contribuisce non poco a vivacizzare il tono complessivo. Se l'attacco di "Journey" è costruito su morbidi arpeggi e la voce intimista di John Ferdinando, con moderate accelerazioni ritmiche, altrove è la voce femminile della Menelaus a salire in cattedra: è il caso di "Dreams", dove le chitarre acustiche e il pianoforte di Howell fanno da morbido tappeto alle dolci armonie vocali della cantante, tra piccole accelerazioni e pause atmosferiche. Nei momenti migliori le due voci si alternano efficacemente, ad esempio nella più lunga "Times", che si sviluppa tra chitarre acustiche e lo sfondo discreto dell'organo, prima di una seconda parte più spigliata: si colgono qui accenti che rimandano alla West-Coast americana, ma integrati con personalità in un quadro stilistico tipicamente britannico. "Questions", con la consueta alternanza di voci, è immersa in un'atmosfera sognante caratterizzata anche dal flauto, mentre in un pezzo come "Feelings", con la chitarra elettrica in evidenza, e soprattutto nell'epilogo di "Journey II", le tastiere di Howell conferiscono al suono della band un accento più corposo e vagamente sinfonico, sempre con l'apprezzabile misura tipica di questa formazione. Delicato, ma tutt'altro che banale, e contrassegnato anzi da una discreta serie di richiami stilistici ben assimilati, "A Game for All Who Know" merita sicuramente un posto nella galleria del folk-prog psichedelico più originale degli anni Settanta inglesi. Varie le ristampe disponibili, con bonus-tracks.

"A Game for All Who Know"