Archivio Prog

R

Raccomandata con Ricevuta di Ritorno Radiomöbel Rain Ramases I Raminghi Rare Bird

Raw Material Reale Accademia di Musica Refugee El Reloj Ricordi d'Infanzia Riff Raff Ripaille Claudio Rocchi

Rocky's Filj Rovescio della Medaglia The Running Man Ruphus Rustichelli e Bordini

 

 

  Raccomandata Ricevuta di Ritorno   - I RRR sono una band romana dalla breve storia, molto rappresentativa del prog italiano classico. L'organico è un sestetto di giovanissimi talenti (chitarra, tastiere, fiati, basso, batteria e voce solista), tutti sotto i vent'anni a parte il cantante Luciano Regoli, già attivo in precedenza con Il Ritratto di Dorian Grey, altro gruppo capitolino dei primi anni Settanta. Il loro unico album consegnato alla storia del progressive italiano è "Un mondo di cristallo", realizzato nel 1972 su etichetta Fonit Cetra. Come moltissimi dischi italiani dell'epoca ha una struttura concept, in questo caso decisamente apocalittica: s'immagina infatti che un astronauta, di ritorno sulla terra dopo un viaggio nello spazio, la ritrovi devastata per un'esplosione atomica che non ha risparmiato niente e nessuno. Le sue amare riflessioni, e i ricordi, costituiscono le varie fasi del disco raccontate dalla bella voce di Regoli, convincente soprattutto nei toni acuti, sulla base dei testi firmati da Marina Comin. Pur in presenza di spunti strumentali davvero intriganti, la musica del gruppo è piuttosto discontinua, guidata dal flauto di Damaso Grassi e dalle tastiere di Stefano Piermarioli, tra sequenze acustiche e robusti spunti di chitarra elettrica (Nanni Civitenga), in un insieme suggestivo, ma non sempre omogeneo tra i diversi registri. Nel dettaglio, il sax si segnala in uno strumentale come "Nel mio quartiere", in combinazione con un pianoforte in stile jazz, che ritorna poi nella più elegante scansione di "Un palco di marionette", stavolta insieme alle spirali suggestive del flauto, e con il basso in evidenza nelle mordenti accelerazioni ritmiche: è uno dei vertici del disco. In alcuni momenti il suono della band è pure supportato dagli archi, ad esempio ne "Il mondo cade su di me" o nella più melodica "Sogni di cristallo". Assecondando l'evoluzione emotiva del protagonista, atmosfere meditative e desolate ("Su una rupe") si alternano a convulse divagazioni rock, come "L'ombra", dominata da una tensione che la voce solista di Regoli sa esprimere a dovere, tra ficcanti progressioni e pause evocative, con piano, chitarra acustica e flauto protagonisti. Una volta terminata l'avventura nel 1974, per insanabili divergenze tra le due anime del gruppo, Civitenga e Regoli fondano subito i Samadhi. Dopo un lungo silenzio il cantante, che si è dedicato intanto all'attività di pittore, guida una rinnovata edizione della Raccomandata insieme allo stesso Civitenga e nuovi elementi: nel 2010 è così pubblicato un album come "Il pittore volante" per la AMS/BTF. Altre notizie nel sito ufficiale di Luciano Regoli.

"Per...Un mondo di cristallo"

  Radiomöbel   - Oscura band svedese che si forma nell'ambiente universitario di Lund nel 1973 e pubblica due dischi nel corso dei Settanta. Nati come trio folk, nel 1975 Andrus Kangro (chitarra), Per Simonsson (voce) e Richard Moberg (basso) insieme ad altri due elementi realizzano in proprio l'album "Tramseböx" (cioè "Scatola stupida"). Penalizzato da una produzione amatoriale, il disco è basato s'una miscela di atmosfere psichedeliche ancora grezze e poco personali. In evidenza soprattutto la chitarra solista di Kangro, carica di effetti e distorsioni, e la voce estemporanea di Simonsson, ad esempio in "VI Hater Stenar" o nella più avvolgente "Hav": sono brani quasi improvvisati, dove anche gli spunti più interessanti mancano di adeguato sviluppo. Lo stesso vale per "Dagen", lungo rock-blues strumentale in crescendo ancora dominato dal chitarrista, con l'apporto molto elementare di basso e batteria. Va' un poco meglio con la breve "Three Miles", onesto rock'n'roll dal riff scarno e a suo modo efficace, e anche "Den Nya", ma lo standard complessivo rimane appena accettabile. Dopo vari avvicendamenti la band svedese, schierata a cinque e con la nuova cantante Carin Bohlin al posto di Simonsson, realizza ancora in proprio un secondo album intitolato "Gudang Garam" (1978). La novità principale, a parte la voce solista, sta nell'aggiunta delle tastiere, suonate da Moberg, che spostano verso un rock sinfonico dalle venature spaziali la musica del gruppo. Composto di otto brani, non è un disco eccelso ma sicuramente migliore del precedente, con maggiore equilibrio strumentale e una registrazione più dignitosa. Il momento migliore è forse "Höstsång" ("Canto d'autunno"), dall'incedere lento e atmosferico, con la chitarra di Kangro che pennella note cristalline sullo sfondo delle tastiere, e un discreto apporto del synth nella seconda parte. Più alterni gli episodi cantati: la voce di Carin Bohlin non è sempre efficace, e a volte fin troppo scolastica. "Vaggvisa" è comunque un buon pezzo, mentre in "Fasa", più mosso e vario dal punto di vista ritmico e con lunghe tirate chitarristiche, le parti vocali faticano a integrarsi nel tessuto strumentale. A parte la lunga "Flugornas Morgon", che parte s'un ritmo molto sostenuto per cedere poi il passo alla voce enfatica della Bohlin che rielabora un testo di Orazio, l'altro pezzo forte del disco è sicuramente "E-Matt", uno space-rock aperto dal suggestivo binomio chitarra-tastiere insieme alla batteria marziale di Michael Skoog, e poi sviluppato tra pause e sanguigne ripartenze ben articolate. Tra alti e bassi, "Gudang Garam", ristampato da Transubstans Records, resta in ogni modo il contributo più onesto dei Radiomöbel al prog dei Settanta. Altre informazioni nel sito ufficiale.

"Gudang Garam"

  Rain   - Effimera band americana con un solo disco all'attivo. A formarla è il cantante e tastierista Cobb Bussinger che nel 1970 aveva già realizzato un album con il gruppo Rock Island: di quella formazione facevano parte anche il chitarrista Michael Kennedy e il batterista Frank Schallis che con Bussinger e il nuovo bassista Ric Criniti danno vita ai Rain. Registrato nel 1971 a New York, ma pubblicato solo l'anno seguente, il solo album omonimo () del quartetto è una discreta raccolta di dieci pezzi in bilico tra psichedelia trasognata e rock songs melodiche, valorizzate da efficaci armonie vocali e qualche sonorità progressive qua e là. Il leader si destreggia bene all'organo, con misura e buon gusto, mentre davvero eccellente è la prova del chitarrista Kennedy: ad esempio in "To a Dreamer", tra i momenti migliori, tra sterzate rock di chitarra e synth, e il tema melodico incisivo, oppure in "He Could Have Known", che privilegia tonalità più scure e offre squarci strumentali in linea con certo prog barocco dell'epoca. Il colore prevalente del disco è però quello di una sognante atmosfera pop-psichedelica, sin dall'attacco della breve "Can You Help Me Sing My Song?", tra chitarre acustiche e l'organo di sfondo alle fresche voci corali. In "Mother's Evil Child" l'ottimo lavoro di chitarra e le trame dell'organo sollevano con eleganza il motivo melodico, davvero accattivante. In questo brano e altrove, si sente una marcata influenza dei Beatles: per tutti cito "Let Our Hopes Run Our Dreams", dove la somiglianza è davvero evidente. I Rain hanno comunque una grazia speciale, nella scrittura e negli arrangiamenti, che rende la sequenza sempre piacevole, a tratti irresistibile per la capacità di coniugare con disinvoltura toni morbidi, spesso acustici, e spunti più roccheggianti. Altri esempi di questa riuscita mescolanza sono "All Your Days Are Long", ancora con chitarra solista e organo protagonisti insieme alle parti vocali, oppure la sorridente "You Take me Higer", per l'uso caratteristico delle percussioni, fino alla romantica "Song to Barbara", episodio minimalista costruito su pianoforte, chitarra acustica e voci corali. Pur senza accostarsi al progressive più ambizioso, e con una forte impronta intimista, l'unica incisione dei Rain si segnala insomma come una piccola gemma da recuperare. La ristampa della Sunbeam Records include una bonus-track.

"Rain"

  Ramases   - Dietro la sigla esotica si cela Kimberley Barrington Frost, nato a Sheffield e poi installatore di centraline di riscaldamento a Londra, che nel 1968 si convince di essere la reincarnazione del celebre Ramses (o Ramsete) in seguito a una visione dello stesso faraone egizio. Intimamente calato nel ruolo, Frost forma un duo con la moglie e sotto il nome di Ramases & Selket vengono realizzati tre singoli tra il 1968 e il 1970, a partire da "Crazy One" / "Mind's Eye": anche se la scena musicale del tempo è ricca di figure eccentriche, la proposta non ha fortuna. Nel 1970 però i due spuntano un contratto con la Vertigo e l'anno seguente, con la nuova sigla Ramases, esce l'album "Space Hymns" (). Ancora oggi il disco sprigiona un certo fascino, intriso di psichedelia e suggestioni orientali in voga: undici tracce di buon livello, dove spiritualismo e richiami al folk-rock americano s'incontrano fecondamente. Ramases e la moglie (Sel) scrivono e cantano i testi, mentre la parte strumentale è affidata principalmente a membri dei futuri 10cc. Le chitarre di Eric Styewart e Lol Creamer sono di gran lunga dominanti, fin dall'attacco di "Life Child": qui spicca la chitarra elettrica, tra flauti e voci che intonano un canto quasi mantrico, con inserti di moog in un'alternanza di pieni e vuoti ad effetto. A parte qualche episodio sperimentale ancora col moog in primo piano (la finale "Journey to The Inside") si tratta in genere di ipnotiche melodie che entrano subito in testa, come "Quasar One" ad esempio, o anche "Hello Mister", con le percussioni protagoniste. Se "And the Whole World", cantata sulla chitarra acustica, richiama il migliore folk americano, "Molecular Delusion", col sitar in primo piano, evoca invece il misticismo indiano. Intrigante anche il refrain vocale di "Baloon", fino alla limpida invocazione di "Jesus Come Back", per voce e chitarra. Un disco subito circondato da un alone di culto, che però prelude a un lungo silenzio. Solo nel 1975, ancora su Vertigo, Ramases pubblica "Glass Top Coffin": disco ambizioso e sempre interessante, con il massiccio apporto dell'orchestra, è però una sequenza molto diversa rispetto all'esordio. Non mancano tracce di livello, come la folk-song "Now Mona Lisa", ma gli arrangiamenti ridondanti, come nell'apertura di "Golden Landing", appesantiscono spesso i temi proposti. "Mind Island", dove si ascolta il sassofono in appoggio, o anche "Only the Loneliest Feeling", col violoncello in evidenza, sembrano quasi avvitarsi su se stessi. Più intensa l'atmosfera di "Saler Man", ben cantata da Frost sullo sfondo orchestrale di fiati e archi, ma l'insieme suona un po' ingessato: lo dimostra per contrasto proprio la title-track, frizzante rock-song con le chitarre finalmente protagoniste insieme alla batteria. L'album è un flop commerciale e Frost-Ramases, deluso e subito riassorbito da problemi familiari, muore suicida nel 1976, non senza aver lasciato il segno in un piccolo gruppo di fans: tra questi anche il noto attore svedese Peter Stormare, che si è adoperato in prima persona per la pubblicazione di "Ramases Complete Discography", corposo tributo all'artista in sei CD, con gli album ufficiali insieme ai singoli, più extra, inediti e rarità, uscito nel 2014 per l'etichetta StormVox.

"Space Hymns"

"Quasar One"

  I Raminghi   - Formazione di Bergamo, i Raminghi s'identificano con Franco Mussita (basso e voce), che nei primissimi anni Sessanta è leader del gruppo Herr Mussita e i Nomadi, ribattezzato poi semplicemente Nomadi, prima di scoprire nel 1967 l'esistenza dell'omonima band di Augusto Daolio: solo a quel punto si opta per I Raminghi. La parabola discografica di Mussita e compagni è racchiusa in tre 45 giri e un solo album, tutti pubblicati nel periodo 1970-1975. Il 33 giri intitolato "Il lungo cammino dei Raminghi" esce nel 1972 su etichetta Bentler, con la rinomata copertina firmata dal pittore Muzio e tre pezzi già pubblicati come singoli: anche per volere del patron della piccola label, Gualtiero Guarini, è un disco eclettico e disuguale che vive di chiaroscuri, tipico di una fase di passaggio tra il Beat melodico dei Sessanta e il rock progressivo del nuovo decennio. Tra alti e bassi, il quartetto ha modo di farsi valere soprattutto nella lunga traccia iniziale, "Donna hai ragione tu", che abbina al sofferto canto solista lunghe divagazioni atmosferiche dell'organo di Angelo Santori e incisivi spunti chitarristici di taglio psichedelico. Tra gli altri brani si fanno notare un hard rock martellante come "La nostra verità", con la voce di Mussita ancora in evidenza insieme alla chitarra elettrica di Angelo Serighelli, e quindi "Buio mondo nero e giallo": nonostante un testo ingenuamente psichedelico, qui la musica scorre tra una chitarra abrasiva carica di effetti e il caldo suono dell'organo, in una deriva ipnotica e carica di tensione. Interessante è pure "Cose superate", un cadenzato rock di buon effetto con il rinforzo di voci corali, mentre il resto della sequenza rappresenta il classico punto di compromesso tra il gruppo e la loro etichetta: si spiegano così alcuni pezzi in netta controtendenza, come "Guarda tuo padre", melodia piuttosto ricattatoria, e anche "Non moriremo mai", con i cori in falsetto che ricordano il pop italiano più banale. L'impressione finale è quella di musicisti dalle buone potenzialità, frenati da una produzione che finisce per stoppare le inclinazioni più audaci, e già progressive, del gruppo bergamasco. A dimostrarlo è anche il cd-bonus "Raminghi Live 1975" abbinato alla ristampa dell'album a cura della BTF (2005), dove la band sfodera un piglio degno di miglior sorte, sia nelle cover ("Dies Irae") che nei brani originali come "Rendimi l'anima", uscito nel 1975 come singolo e ultimo atto ufficiale della formazione. In seguito, Serighelli incide da solista e poi collabora con Mussita nel duo Mussi & India per un unico 45 giri nel 1978.

"Il lungo cammino dei Raminghi"

  Rare Bird   - Formatisi a Londra nel 1969, i Rare Bird sono ricordati per l'originale schieramento comprendente ben due tastieristi, come Graham Field (organo) e David Kaffinetti (piano elettrico), ma nessun chitarrista di ruolo. Reclutati dalla Charisma, i quattro realizzano l'album omonimo nello stesso 1969, mettendo in mostra un repertorio vario e personale, e buone qualità tecniche, oltre a una discreta vena melodica. In particolare "Sympathy", un malinconico tema per voce e organo, diventa uno degli hit-single più famosi del rock, con un milione di copie vendute, trainando in classifica anche l'album. I Rare Bird si destreggiano tra esempi frizzanti di prog barocco, come "Iceberg" o "Beautiful Scarlet", dominati dall'organo e dal personale timbro vocale del bassista Steve Gould, e momenti più tirati dove spicca il lavoro eccellente del batterista Mark Ashton, ad esempio "Times" o "Melanie", mentre "God of War" è il brano più solenne della sequenza. Proprio quest'aspetto, più enfatico e classicheggiante, caratterizza il successivo "As Your Mind Flies By"(), pubblicato nel 1970, che include solo cinque tracce ed è generalmente ritenuto il disco migliore del quartetto. Nel morbido tessuto strumentale dei due tastieristi il distintivo canto solista di Gould fa valere le sue qualità, a partire da "What You Want To Know", e anche nella più grintosa "Hammerhead", fino a "I'm Thinking", vera passerella trionfale per l'organo barocco di Field. L'apice della raccolta, e forse anche del gruppo, sta però nella lunga "Flight", dove certe sonorità colte ed eleganti sono abbinate ai ficcanti breaks del batterista, con fughe organistiche e citazioni classiche (da Ravel), virtuosismi di grande effetto e buoni inserti del basso, ad esempio nel segmento "New Yorker", il più sanguigno e roccheggiante. Una composizione sempre varia e ricca di spunti trascinanti, nella quale i Rare Bird si confermano una delle migliori realtà del prog britannico dell'epoca. Lo stato di grazia però dura poco: se ne vanno infatti Field e Ashton, rilevati da nuovi strumentisti, e il risultato, dopo il passaggio alla Polydor, è "Epic Forest" (1972). Il disco è ben suonato, ma molto lontano dalle atmosfere prog dei precedenti: prevale un rock chitarristico, con le tastiere di Kaffinetti molto defilate e sonorità quasi americane (l'iniziale "Baby Listen"), più qualche sapore folk. Lo stesso Gould passa alla chitarra e non è più l'unica voce solista. Nella sequenza non mancano episodi comunque validi, come "Hey Man" o "Turn It All Around", ma la band ormai ha voltato pagina. Nic Potter dei VDGG partecipa al disco, come pure al successivo "Somebody's Watching" (1973), dove appare anche John Wetton dei King Crimson. A nome del gruppo, ormai in costante calo di popolarità, esce infine come ultimo atto "Born Again", pubblicato nel 1974. In seguito, il più attivo tra i membri fondatori resta il batterista Mark Ashton che, dopo l'esperienza con il gruppo Headstone, dal 1976 realizza diversi dischi da solista.

"As Your Mind Flies By"

  Raw Material   - Ancora una band britannica presto dimenticata, e di cui poco si sa ancora oggi, nonostante due dischi incisi nei primi Settanta. Dopo due 45 giri il quintetto realizza il primo 33 giri: "Raw Material" (1970), è un disco piuttosto alterno nei suoi equilibri. Tra composizioni guidate dall'organo (l'iniziale "Time and illusion"), con un ruolo centrale dei fiati ("I'd be delighted" ad esempio), e atmosfere rarefatte, sottolineate dal vibrafono ("Future recollections"), l'ispirazione della band suona un po' troppo frammentaria, in bilico tra blues, tentazioni jazz e classico rock. E' soprattutto il successivo "Time is…"(1971) a mettere in mostra le qualità dei cinque (chitarra, basso, tastiere/voce, batteria e fiati) e a definire meglio il loro stile. L'enfasi strumentale poggia soprattutto sulla chitarra di Dave Greene e il sax di Michael Fletcher (anche flauto), prima ancora che sulle tastiere del cantante Colin Catt. I bei passaggi di "Ice queen" e soprattutto di "Empty houses" e "Miracle worker", composizioni solide e ben articolate, sfoggiano una discreta personalità, sia pure con qualche richiamo ai VDGG della prima fase. Momenti più acustici e anche intimisti, ugualmente interessanti, si ritrovano nella minisuite in tre tempi di "Insolent lady": la voce di Catt è indubbiamente convincente, come buona è la presenza del basso di Phil Gunn. Nella lunga "Sun God" (divisa in tre segmenti) che chiude il disco, con una bella intro di flauto e tastiere, i Raw Material ci offrono una vena diversa e più varia, con la ricerca di sonorità più ricercate di grande atmosfera. Un bell'album, che sopravvive comunque al precoce scioglimento del gruppo, e che può regalare delle sorprese agli appassionati del genere.

"Time is…"

  Reale Accademia di Musica   - La Reale Accademia di Musica è un gruppo romano che nasce sulle ceneri dei Fholks, band rimasta negli annali per aver suonato con Jimi Hendrix e i Pink Floyd quando si esibirono nella capitale (1968). In seguito, con l'ingresso in formazione del tastierista Federico Troiani, i Fholks vissero un'intensa stagione live nei primi festival dell'epoca, da Caracalla a Viareggio, ma il gruppo si sciolse poi per contrasti interni. Alcuni dei componenti formarono quindi la Reale Accademia di Musica, messa sotto contratto dalla Ricordi. L'esordio omonimo() è del 1972, con la band schierata a cinque (tastiere, chitarra, basso, batteria e voce solista) e la produzione affidata a Maurizio Vandelli dell'Equipe 84, che suona anche in un paio di brani. Il chitarrista Pericle Sponzilli, che durante la registrazione in realtà fu sostituito da Nicola Agrimi, firma i brani del disco insieme ad Enzo De Luca: le sei tracce si snodano con efficacia tra momenti acustici e romantici interpretati dal cantante Henryk Topel Cabanes, come "Favola", che si giova di un delicato apporto orchestrale, e vigorosi squarci rock, sempre proposti però con apprezzabile misura. Sul versante dei testi si segnala un episodio di sapore generazionale come "Padre", mentre dal lato strumentale, a parte la più melodica "Ognuno sa", la formazione mostra buon sangue in episodi come "Il mattino", tra raffinate parti di pianoforte e intense accelerazioni, e nella finale "Vertigine", dominata da un'atmosfera cupa e martellante, con l'organo di Federico Troiani in primo piano insieme alla chitarra elettrica. Quella del quintetto è una musica dosata con indubbia eleganza, e grazie ad arrangiamenti ben calibrati il disco rimane tra i più compiuti manifesti del prog tipicamente italiano. Due anni dopo, la Reale aggiorna la formazione e si ripresenta solo in qualità di spalla del chitarrista Adriano Monteduro nel suo primo disco intitolato appunto "Adriano Monteduro & R.A.M." (1974). Le composizioni di Monteduro, delicate e favolistiche, sembrano aver goduto moltissimo delle capacità strumentali della band, e il risultato è uno dei dischi più freschi del pop italiano. Intorno alla voce di Cabanes si sviluppa una musica ariosa e romantica, che mette in mostra il pianoforte classicheggiante e le tastiere di Troiani, le chitarre acustiche di Monteduro e De Luca, quella elettrica di Coletta, in una sequenza davvero gradevole. Si segnalano soprattutto "La favola del guardiano del bosco" e "Le montagne nel tramonto", mentre la chiusura di "Suoni di umanità" è un trascinante episodio con un piano in stile jazz che ricorda Thelonious Monk. Un album lontano dalle ambizioni del prog, ma estremamente godibile. Troiani è rimasto attivo come solista e produttore fino alla scomparsa, nel 2000. Ristampe in CD di BMG Ricordi.

"Reale Accademia di Musica"

  Refugee   - Band inglese dalla breve storia, i Refugee si formano nell'estate del 1973 sulle ceneri dei Jackson Heights, formazione nata per iniziativa di Lee Jackson (ex bassista e cantante dei Nice), alla quale poi si aggrega il tastierista svizzero Patrick Moraz, di formazione classica. Terminata questa esperienza, i due si alleano quindi con l'altro reduce dei Nice, il batterista Brian Davison, e in una classica formazione triangolare incidono con la nuova sigla il solo disco omonimo (1974) per l'etichetta Charisma. Corposo e classicheggiante come era lecito aspettarsi visti i precedenti, l'album è un concentrato di progressive molto tecnico e ricco di trame sinfoniche, diluito in cinque brani di media e lunga durata. Rifulge soprattutto il talento di Moraz, decisamente abile a destreggiarsi tra preziose parti di pianoforte, fughe d'organo e spazi di synth molto vivaci. L'essenza musicale dei Refugee sta comunque nei due brani più lunghi. Il primo è "Grand canyon", con arrangiamenti magniloquenti e largo uso di mellotron intorno al canto del bassista, fino a una vistosa cesura più ritmica, con la batteria di Davison in evidenza. L'altro è "Credo", posto in chiusura: con la voce acida di Jackson in primo piano, il trio si avventura in una complessa fusione di classicismo e spunti quasi jazz, ancora col pianoforte e le percussioni protagoniste, ma non manca neppure un organo molto gotico. Il risultato è piuttosto suggestivo, a tratti, anche se forse eccessivamente ridondante. Tra gli episodi più brevi spicca l'iniziale "Papillon", scandito da basso e batteria appaiati, e punteggiato di vivaci effetti elettronici. Sciolto il gruppo, Moraz verrà chiamato a rilevare nientemeno che Rick Wakeman negli Yes.

"Refugee"

  El Reloj   - Formato a Rosario nel 1971 da Eduardo Frezza (basso) e Willy Gardi (chitarra) sulle ceneri di due band minori, El Reloj va considerato uno dei gruppi più importanti per il prog-rock argentino. Dopo un primo singolo nel 1973 ("El mandato/Vuelve el día a reinar") che li fa conoscere al pubblico, il quintetto realizza solo nel 1975 il primo album omonimo. Il focus sta nelle due chitarre di Gardi (solista) e Osvaldo Zabala (ritmica), come già si nota nell'attacco aggressivo di "El viejo Serafín": lunghi e insistiti riff elettrici guidano il pezzo, con le tastiere solo in appoggio e le voci non sempre efficaci in lingua nativa, spesso in falsetto. Il prototipo è un hard rock modellato sui maestri inglesi dell'epoca (Deep Purple in testa), assimilato anche nelle parti tastieristiche di Luis Alberto Valenti, impegnato solo all'organo: ad esempio in "Alguien más en quien confiar", uno dei momenti più rappresentativi del suono-El Reloj. È un rock concitato, ricco di fratture e cambi di tempo ("Más fuerte que el hombre"), dalle tinte cupe e incombenti a tratti, come in "Hijo del sol y de la tierra", sempre con le chitarre in primo piano e la batteria Juan Esposito protagonista nello schema tiratissimo del brano. Più atmosferico e melodico suona "Blues del atardecer", con un po' di spazio per l'organo tra le due chitarre. Un esordio interessante, ma senza dubbio il disco che segue, "El Reloj II" (), pubblicato nel 1976, appare meglio ponderato e decisamente più maturo nella scrittura. Il ruspante hard rock degli esordi qui è rimpolpato da una concezione più drammatica, a tratti quasi epica, che rende la ricetta sonora più attraente, e spesso decisamente originale. A parte la brillante apertura di "Al borde del abismo", un rock articolato tra pause e ficcanti riprese, il pezzo forte è probabilmente "La ciudad desconocida", lunga traccia aperta dagli archi e poi sviluppata in bell'equilibrio tra spazi di chitarra, anche acustica, e inserti dell'organo di Valenti, in un crescendo di tensione ad effetto che culmina nella seconda parte. Non sono da meno tuttavia i pezzi più brevi della raccolta: particolarmente incisivo è "Tema triste", segnato da potenti riff chitarristici in serie e dai picchi dark dell'organo, secondo uno schema abilmente congegnato e poi ripreso sia in "Aquel triangulo" che in "Harto y confundido", tutti brani di grande impatto. Chiuso da tre episodi strumentali, tra i quali spicca il lancinante hard rock di "Egolatria", anche qui però con efficaci innesti di synth e organo, è sicuramente questo il disco che meglio rappresenta El Reloj. Nonostante l'enorme popolarità acquisita, la band si sfalda dopo un ultimo tour argentino, e il solo Willy Gardi riprende la sigla per un disco come "La esencia es la misma", realizzato con nuovi musicisti nel 1983. Seguiranno quindi periodiche reunions del gruppo originale, sigillate da un paio di dischi negli anni Novanta, fino alla scomparsa improvvisa di Luis Valenti nel 2004. Varie le ristampe in circolazione, come la compilation che riunisce i primi due album e i singoli a cura di Sunny Pierrot (2010).

"El Reloj II"

"Tema triste"

  Ricordi d'Infanzia   - Gruppo lombardo, i Ricordi d'Infanzia nascono in epoca beat nell'area di Varese come Gli Aspidi e cambiano sigla solo nel 1972, quando tra l'altro suonano di spalla a gruppi già noti come Le Orme e i Pooh. Il loro unico album è "Io uomo", pubblicato dalla Cetra nel 1973 e passato sotto silenzio per la scarsa promozione da parte della stessa etichetta. Secondo la voga del tempo, è un concept basato sulla creazione dell'uomo e la sua decadenza, tema fin troppo frequentato dal prog italiano di quegli anni: la parte lirica è piuttosto banale, mentre la musica ha dei buoni momenti, sebbene nel solco di esperienze coeve indubbiamente più riuscite e originali. Le tastiere di Maurizio Vergani fanno perlopiù da sfondo alle incisive parti chitarristiche di Franco Cassina, fin dall'iniziale "Caos" e nei restanti episodi. Il quintetto privilegia decisamente sonorità hard rock, con bruschi stacchi ritmici che fanno da contraltare alle pause più raccolte, anche melodiche, nelle quali si fa notare la discreta voce solista di Emilio Mondelli, ad esempio in "L'Eden". Tra gli altri brani si segnala "Morire o non morire", aperto dalle percussioni ossessive, e poi articolato in dinamica combinazione tra grintose parti vocali e chitarra, con l'organo di sfondo e ritmica tiratissima. In "2000 anni prima" si ascolta anche il pianoforte, ed il coro che affianca la voce solista in un motivo più melodico, mentre "Preghiera" ricorda da vicino le prime cose dei New Trolls, con organo e chitarra che duettano placidamente. Interessante anche "2000 anni dopo", un potente dark rock dominato dalla tensione del testo e frantumato in nervose variazioni di organo, chitarra e percussioni: un brano che lascia intravedere le reali potenzialità della band. Ai Ricordi d'Infanzia è accreditato anche il singolo "Mani fredde/Latte e rhum", sempre del 1973. In seguito, Cassina e Vergani lasciarono la band, rilevati da Gianni Bari (sax) e Ugo Biondi (tastiere) e in questa formazione il gruppo rimase in attività fino al 1976. La struttura degli otto episodi presenti in "Io uomo" non regala grosse sorprese, ma nonostante qualche ingenuità e soluzioni appena abbozzate, il gruppo lombardo non manca di attrattive, specialmente per i fans del rock più sanguigno e oscuro tipico del prog italiano della prima ora. Ristampe di BTF/Vinyl Magic, ma esiste anche un'edizione giapponese Warner/Fonit.

"Io uomo"

  Riff Raff   - Anche questa band spesso dimenticata merita un posto nell'archivio del progressive inglese. Formati dal bassista Roger Sutton e dal tastierista Tommy Eyre dopo una comune militanza con l'ensemble Mark-Almond che ha termine nel 1972, i Riff Raff includono anche il chitarrista Pete Kirtley e il batterista brasiliano Aureo de Souza, da poco attivo nel circuito inglese, oltre al sassofonista Bud Beadle, già con gli Airforce di Ginger Baker. L'intento di mescolare senza barriere il pop più sofisticato con il jazz e il rock, appare evidente nel disco d'esordio omonimo, pubblicato nel 1973. Sono sette tracce suonate con ammirevole affiatamento, nel quale a fare la differenza è la cura certosina degli arrangiamenti e l'eccelso livello tecnico: atmosfere morbide e vellutate, con echi di West Coast, che esaltano poi l'estro dei singoli e le voci, anche corali. Vale soprattutto per l'iniziale "Your world", la soffusa "Dreaming", e "Times lost", con flauto e chitarra acustica in primo piano. Una vena più dissacrante e aperta alle contaminazioni affiora in "You must be joking", swingante e camaleontica, mentre "La meme chose" (oltre dodici minuti) chiude il disco in un clima mobilissimo che prende corpo alla distanza, col sax ancora protagonista e il basso che raccorda le diverse fratture ritmiche insieme al piano elettrico. Un album di sorprendente maturità che verrà superato però dal successivo "Original Man" (1974), realizzato con l'aggiunta di un altro fiatista come Steve Gregory accanto a Beadle. Le stesse qualità toccano un grado estremo di raffinatezza, componendo una sorta di puzzle sonoro ricco di sfumature e invenzioni strumentali. Splendida la title-track, con la chitarra di Kirtley che incide sul morbido arazzo di basso e tastiere. Il suono si dipana poi in lunghi fraseggi jazz, con la ritmica dinamica e il cromatismo impeccabile di sax, piano elettrico e chitarra ("Havakak"), canzoni e ballate dal fascino insinuante ("In the deep" e "The waster"), servite da sapienti arrangiamenti, fino a intriganti blues irregolari come "Goddamm the Man" o la finale "Speed", altro pezzo forte di un talento multiforme che definire fusion è perfino banale. La magia vera però è racchiusa in "Tom's song", firmata da Eyre: il piano e la voce si librano alti e fascinosi s'un fondale liquido, cullati dal flauto all'interno d'un motivo che non ha vero sviluppo e gira in tondo come un incantesimo. Degno sigillo alla breve storia di un gruppo troppo avanti, forse, per trovare il seguito che avrebbe meritato. Ristampe in CD a cura di Disconforme.

"Original Man"

  Ripaille   - Gruppo francese che si forma tra Nantes e Brest, i Ripaille si fanno notare con l'unico disco realizzato nel 1977, "La vieille que l'on brûla"(). Il quintetto è guidato dal tastierista e cantante Gerard Duchemann, che nel 1976 concepisce l'idea di uno show musicale ispirato alla storia dell'alchimista Nicolas Flamel. L'album viene prodotto da Hugues de Courson, a suo tempo membro dei Malicorne, e per questo è subito catalogato come un tipico esempio di folk-rock, ma in realtà la musica dei Ripaille è più complessa. Si tratta di nove pezzi dominati da un pathos estremamente teatrale, con atmosfere che spaziano dalle tonalità più propriamente rock, come "Satané jardin", a intense ballate folk di grande originalità. Dal punto di vista strumentale, il sintetizzatore di Duchemann e le percussioni di Michel Munoz hanno un ruolo importante in buona parte dei pezzi. "Le jardin des plaisirs", dopo la suggestiva apertura strumentale di "Fils de la lune", è un intrigante episodio per violini, piano e chitarra acustica, con la voce insinuante di Duchemann in primo piano e synth di sfondo. L'impostazione scenica del progetto si traduce a volte in qualche momento più didascalico ("La veuve de Nicolas Kremer" ad esempio), ma regala anche esempi di anomalo rock spesso sottolineato da effetti elettronici ("Le sabbat des sorcièrers") oltre a evocativi intermezzi con piano elettrico e percussioni in evidenza ("Il n'y a plus rien"). Tra i momenti migliori c'è il ritmo danzante di "Les loups", col basso in primo piano, mentre la canzone del titolo, dominata dal synth e dal canto drammatico, con la chitarra elettrica di Patrick Droguet protagonista, può ricordare anche i connazionali Ange. Degno corollario è la finale "Epilogue", un notevole esempio di ballata folk sui generis, caratterizzata da belle armonie vocali accanto alle consuete parti di synth. Il disco è ben accolto dalla critica, ma la mancata pubblicazione di un secondo album, registrato nel 1980, porta allo scioglimento del gruppo. Riedizione della Musea.

"La vieille que l'on brûla"

  Claudio Rocchi   - Artista eclettico, pacifista innamorato delle culture orientali e voce radiofonica, il milanese Claudio Rocchi (n.1951) entra a suo modo nella vicenda del prog tricolore. Già bassista e autore nell'album d'esordio degli Stormy Six ("Le idee di oggi per la musica di domani", 1969), si mette in proprio con il 45 giri "La televisione accesa"/"Indiscutibilmente" (1970), e lo stesso anno realizza l'album "Viaggio". Con richiami alla psichedelia (l'iniziale "Oeuvres", ad esempio), sono tracce acustiche e minimali per chitarra e pianoforte dello stesso Rocchi, oltre al flauto e al violino di Mauro Pagani (PFM). "La tua prima luna" e poi "Non è vero", cantate da una voce fragile che piace al pubblico, fino a "Ogni uomo" e "Gesù Cristo", oggi suonano ingenue ma esprimono tutta una generazione, e la title track tra flauto e vocalizzi liberi ribadisce un forte nomadismo spirituale. Apprezzato conduttore alla radio del periodo ("Per voi giovani"), nel successivo "Volo magico n.1" (1971) l'artista tocca il suo picco espressivo. La musica si fa corposa e i testi più consapevoli, come testimoniano i diciotto minuti della title track: le chitarre di Riki Belloni e Alberto Camerini, i cori e le tastiere di Eugenio Pezza, sono il focus di una splendida progressione dove la voce di Rocchi s'intreccia con quella di Donatella Bardi per lasciare poi spazio alla vibrante parte strumentale, con mellotron e chitarra elettrica sugli scudi. Un gioiello che anticipa per molti versi l'esordio di Alan Sorrenti, oltre che un fecondo esempio di prog dalle radici psichedeliche. Sono belle anche "Giusto amore", intensa sulla voce e con l'armonica a bocca di Eno Bruce, e la più breve "La realtà non esiste", per voce e pianoforte. "La norma del cielo (Volo magico n.2)" esce nel 1972 dalla stessa semina: c'è la stessa visione spirituale e grande semplicità espressiva, tra larghi spazi di chitarra acustica ("Storia di tutti" e "Lascia Gesù") o per flauto e pianoforte, come la melodica title-track, fino a "L'arancia è un frutto d'acqua". Lo strumentale "Tutti insieme" s'impernia sul violino di Lucio Fabbri, mentre l'epilogo di "Per la luna", dominato dal sitar, è un omaggio all'India, tra flauto, mellotron e percussioni. Il seguito è una serie di svolte spiazzanti. Il viaggio in India frutta "Essenza" (1973), disco di folk progressivo, interessante ma disuguale. Dopo la voce infantile della title track, sono i fiati di Elio D'Anna e le voci, il sitar e le chitarre acustiche a dominare l'album: "Sono un uomo", con il flauto, e poi soprattutto "Radici e semi", lunga jam col sax soprano, il sitar e la voce di Terra Di Benedetto in evidenza, fino all'epilogo di "Per sciogliere un fiocco", dove il mellotron quasi sovrasta la voce. Dopo "Il miele dei pianeti, le isole, le api" (1974), Rocchi vira all'elettronica. Prima con "Rocchi" (1975), dove utilizza la tecnica del collage sonoro ("Zen Session" ad esempio), e soprattutto in "Suoni di frontiera" (1976): qui l'artista rinuncia alle parole, e per superare la dimensione estetico-ideologica della musica approda alla sperimentazione pura. "Superstart" è un incipit eloquente, mentre tra suoni sintetici e impersonali ("Oscillando") e campionamenti vari ("Canzone popolare") affiorano isole dal fascino ipnotico: "Ho'", oppure "Per antichi canali". Solo nel 1977, approdato alla Cramps, Rocchi torna alla canzone con "A fuoco", album supportato dall'orchestra. Nei testi c'è disillusione ("Ho girato ancora") ma anche il rifiuto di ogni facile nostalgia ("Una fotografia", struggente). Bello il violino di Lucio Fabbri in "Guardando", mentre "L'orizzonte a Milano" è un crudo ritratto dei tempi. Convertito quindi agli Hare Krishna, Rocchi fonda il network "Radio Krishna Centrale". Torna pienamente alla musica solo negli anni Novanta ("Claudio Rocchi", 1994) e tra i suoi molti progetti dirige il film "Pedra Mendalza" (2003). Scompare a causa di una malattia degenerativa nel 2013.

"Volo magico n.1"

"Volo magico n.1"

  Rocky's Filj   - Gruppo che si forma nell'area di Parma, anche se i membri hanno origini diverse, i Rocky's Filj esordiscono con il 45 giri "Ingrid" / "Lo spettro" nel 1971. In seguito, dopo un tour di spalla al Banco Del Mutuo Soccorso, il loro primo e unico album "Storie di uomini e non"() è pubblicato dalla Ricordi, con la produzione di Sandro Colombini (1973). La formazione è un quartetto che rinuncia alle tastiere e affida il ruolo guida delle trame strumentali a chitarre e fiati, con risultati in qualche modo prossimi agli Osanna della prima fase. Si dipana in effetti una sequenza musicale di buon livello, in cinque tracce dominate dal sax e dall'intensa voce solista di Rocky Rossi, supportato a dovere dalla chitarra elettrica di Roby Grablovitz, in un assemblaggio di pieni e vuoti che mostrano il gusto per sonorità diverse e coraggiose, lontane dalle mode "sinfoniche" del momento. In linea con la musica anche i testi, tutti legati a temi di grande spessore: si passa dal rifiuto della guerra di "Il soldato", all'inferno della droga descritto efficacemente in "Martino", fino alle ambiguità inquietanti del futuro robotico. Argomenti che colpiscono perché affrontati da angolazioni inconsuete, con un linguaggio incisivo e tutt'altro che retorico. Dal punto di vista strettamente musicale, l'apertura di "L'ultima spiaggia" abbina un fitto fraseggio di sax e chitarra in stile free-jazz a un'atmosfera rarefatta molto suggestiva, nella quale spicca il trombone di Luigi Ventura, con liriche vagamente apocalittiche. Sorprendente anche l'intro classicheggiante e le cadenze di "Io robot!", con il clarino e il contrabbasso in primo piano assieme alle variazioni jazzistiche tipiche della band: probabilmente è il brano più ambizioso di un disco indubbiamente valido, da situare una spanna al di sopra di tanto prog italiano minore. La copertina, presa davanti a un palazzo di giustizia, sottolinea un altro aspetto molto sentito dal gruppo. I Rocky's Filj, che si sciolgono troppo in fretta dopo l'uscita dell'album, sono anche titolari di un singolo, frutto di una tardiva riunione senza seguito nel 1979: "Astro Car"/"Come una nuvola". Il cantante Rocky Rossi scompare nel 1985, mentre gli altri restano nell'ambito musicale, a cominciare dal chitarrista Grablovitz, che ha firmato nel 2005 l'album solista "Speranza d'artista". Ristampa del 2003 (BMG Ricordi).

"Storie di uomini e non"

  Rovescio della Medaglia   - Formato nel 1970 a Roma sulle ceneri del gruppo I Lombrichi, il Rovescio della Medaglia è tra i pochissimi nomi italiani legati al tipico 'hard rock' di matrice inglese, come si evince dal primo album: "La Bibbia"(1971). Nel quartetto romano (chitarra, basso, batteria, voce solista) mancano le tastiere e tutta l'enfasi è sui dialoghi serrati tra la chitarra elettrica di Enzo Vita e il basso pirotecnico di Stefano Urso, considerato tra i migliori in circolazione. Brani come "La creazione" o "Il giudizio", cantati con grande verve da Pino Ballarini, fotografano una band capace e grintosa, pur all'interno di modelli già sperimentati. Nel secondo disco, "Io come io" (1972), il gruppo sceglie la chiave del concept filosofico, basato su Hegel. Diviso in quattro soli episodi, e di brevissima durata complessiva (meno di trenta minuti), il disco rimane legato al rock duro, ma con una scrittura più complessa ed equilibri alterni. Si segnala "Fenomeno", interessante brano in due parti nel quale Pino Ballarini si cimenta anche col flauto, e in un clima più rarefatto del solito si apprezza l'uso della chitarra acustica, oltre al basso sempre inventivo di Urso. Sulla stessa linea prosegue anche "Non Io", prima d'impennarsi sul robusto riff chitarristico di Vita, e recuperare la dimensione rock più sanguigna che prevale nell'atto finale di "Io come io". L'esigenza della band romana di allargare i propri confini musicali trova espressione compiuta nel terzo album: "Contaminazione"(1973) nasce da un'idea di Luis Bacalov, reduce da analoghi esperimenti con New Trolls e Osanna, e si avvale anche del nuovo tastierista Franco Di Sabbatino. Con espliciti riferimenti al "Clavicembalo ben temperato" di J. S. Bach, e con fantasiosi testi di Sergio Bardotti s'un musicista scozzese del '700 che si crede il ventunesimo figlio (non riconosciuto) del grande compositore, la musica del RDM diventa un singolare impasto di spunti contraddittori. Un certo gusto volutamente kitsch, confessato dallo stesso Bacalov, rende il disco una sorta di provocazione anti-accademica: da qui, comunque, anche i momenti più intriganti, tra sprazzi di rock, melodie trasognate e brillanti fughe d'organo e synth ("La grande fuga"). E ancora, liriche corali ("Il suono del silenzio" o "Lei sei tu:lei"), clavicembali assortiti e citazioni barocche tutt'altro che canoniche ("Cella 503"). L'apogeo di questa operazione sta in un pezzo come "Alzo un muro elettrico", che in meno di tre minuti allinea hard rock, una sezioni d'archi, pianismo classico e spunti jazz: insomma tutto e il contrario di tutto. Il pubblico comunque apprezzò molto, e se ne fece una versione inglese nel 1975 ("Contamination"), quando però il gruppo si era già dissolto. Per diversi motivi, tra i quali il titolo stesso, questo disco rimane tra i più emblematici di una certa fase del progressive europeo. Altre info sul gruppo, resuscitato di recente da Enzo Vita, nella pagina Facebook.

"Contaminazione"

  The Running Man   - Un'altra band inglese passata come una meteora nell'affollata scena musicale dei Settanta. A formarla è il chitarrista/bassista Ray Russell, già autore di tre dischi solisti incisi tra il 1968 e il 1970, dopo aver suonato con personaggi di rilievo quali Graham Bond. Con lui ci sono il batterista Alan Rushton e il cantante e tastierista Alan Greed. Il risultato è un album intitolato appunto "The Running Man" (1972) che rimarrà anche l'unico documento sonoro realizzato dal trio. Le dieci tracce del disco offrono uno spaccato molto versatile di rock aperto a contaminazioni jazz e qualche momento più melodico, che meritava probabilmente maggior fortuna. Forse manca il momento che catturi l'attenzione del grosso pubblico, eppure la qualità del disco resta piuttosto alta. Episodi brevi e brevissimi, come l'iniziale "Higer & Higer", dal tratto intimista e cantabile ("Find Yorself", con la tromba di Harry Beckett) si alternano a intense escursioni di affilato jazz-rock, come "Hope Place" e soprattutto "Spirit", con la rauca voce di Greed in primo piano assieme al lancinante sax tenore di Gary Windo (ex-Centipede) e alla tiratissima chitarra solista di Russell, strumentista eclettico e mai banale. E' una miscela di grande impatto, sostenuta a dovere dal serrato binomio di basso e batteria, ma anche con interessanti spunti solisti nello schema libero e aperto all'improvvisazione. Lo si vede soprattutto nel brano più lungo della sequenza, "Another", sviluppato sul timbro caldo dell'organo e il cantato di marca soul, affine a certe cose dei Traffic più maturi: prima morbido e malinconico sul versante lirico, il pezzo si apre poi a prolungate incursioni della chitarra e quindi di un basso virtuoso. Il breve e delicato acquerello di "Children" è l'unico episodio cantato con voce incerta dallo stesso leader al pianoforte, mentre la title-track posta in coda è un altro esempio di rock dal fraseggio acido come la stessa voce di Alan Greed. Una volta disperso il gruppo, l'attivissimo Russell seguita le sue numerose collaborazioni e incide diversi altri dischi a suo nome, sempre in una chiave jazz-fusion di buon livello. Altre informazioni nel suo sito ufficiale.

"The Running Man"

"Hope Place"

  Ruphus   - Tra le più note band norvegesi dei Settanta, i Ruphus nascono a Oslo nel 1972. Schierato a sette, il gruppo esordisce poco dopo con l'album "New Born Day" (1973), da considerarsi un piccolo classico del rock scandinavo. La musica è un energico hard progressive basato sull'alchimia tra la voce maschile di Rune Sundby e quella femminile di Gudny Aspaas, con momenti melodici alternati a vibranti coloriture rock. A parte "Scientific Ways", costruito sulla chitarra acustica e chiuso da leggiadre armonie di flauto, nella scaletta spiccano potenti hard rock melodici come "Coloured Dreams", o la tesa "Still Alive", con i picchi dell'organo e spunti di sax e vibrafono ben sostenuti dal basso di Asle Nilsen. "The Man Who Started It All", aperta dal piano classicheggiante e dal flauto, cresce con bella intensità sulle voci e le chitarre, mentre l'organo di Hakon Graf trova spazio nella title-track, con i sanguigni riff chitarristici di Hans Petter Danielsen a rinforzare la ricetta, e nella finale "Day After Tomorrow", sicuramente l'episodio più vicino al classico prog barocco. Con l'organico ridotto a cinque, e l'unica voce solista di Runi Østdahl, i Ruphus realizzano quindi "Ranshart" (1974), disco che ammorbidisce i toni in favore d'un pop-rock ben suonato, ma meno interessante. Le tastiere e il synth di Graf prendono il sopravvento come sfondo alle parti cantate, ad esempio in "Easy Lovers Heavy Moaners", o in lunghi episodi strumentali come "Pictures of a Day", con parti di flauto e mellotron. Il resto è un rock melodico non sempre originale, dall'apertura brillante di "Love Is My Light" fino a "Fallen Wonders", costruita su riff di chitarra e linee vocali, anche corali, sul modello degli Yes, come pure la chiusura di "Back Side". Più interessante il terzo album del gruppo, "Let Your Light Shine" (1976): prodotto dal famoso chitarrista Terje Rypdal, è una raccolta di sette brani improntati a un jazz-rock melodico, come nell'attacco di "Sha Ba Wah", con la chitarra di Kjell Larsen in evidenza insieme al piano e al synth di Graf, e una sezione ritmica in grande spolvero. Molto tirata anche "Second Corner", sempre con la chitarra protagonista di lunghe variazioni, mentre nella più atmosferica title-track interviene la voce femminile della ritrovata Gudny Aspaas. Si tratta però di un disco perlopiù strumentale, con la cantante che nella chiusura di "Brain Boogie" intona semplici vocalizzi all'interno di una schema "funky", ancora dominato dal synth. Da segnalare il breve e raffinato acquerello di "Nordlys", per pianoforte e flauto, capace di evocare remoti paesaggi nordici. La musica si fa più commerciale in "Inner Voice", del 1977, che lascia molto più spazio alla nuova voce femminile di Sylvi Lillegård e alle tastiere di Jan Simonsen: ad esempio "Come Into View" o "Too Late", episodi a volte fin troppo dilatati, col piano elettrico e la chitarra in primo piano. C'è anche qualche ammiccamento ritmico alla "disco music", come in "Within the Walls". In un calando d'ispirazione e popolarità escono poi dischi come "Flying colours" (1978) e l'ultimo atto di "ManMade" (1979), di nuovo con la Aspaas, prima dello scioglimento nel 1981. CD della Pan Records.

"New Born Day"

  Rustichelli e Bordini   - Tra le molte sigle degli anni Settanta italiani si ricorda ancora con favore quella dei romani Paolo Rustichelli (voce e tastiere) e Carlo Bordini (batteria e percussioni), che dopo altre esperienze musicali senza sbocco discografico realizzano in duo l'album "Opera prima"() nel 1973. Il disco si compone di sei tracce di media lunghezza, dominate dalle tastiere di Rustichelli, come si vede già nel brano iniziale "Natività": sono paesaggi immaginifici, a volte ritmicamente sostenuti dalla batteria di Bordini, altre volte liberi di spiccare voli sinfonici tra pianoforte, mellotron e organo. L'effetto è generalmente molto piacevole e affascinante, pur nella semplicità della proposta. Alle tracce esclusivamente strumentali, come la finale "Cammellandia", virtuosistica performance tastieristica con l'ottimo lavoro percussivo dello stesso Bordini, si alternano gli episodi cantati: la voce di Rustichelli ha un timbro ruvido e molto singolare, non sempre impeccabile, ma capace comunque di sottolineare al meglio i contenuti lirici, ad esempio nell'espressiva "Icaro", ricca di fratture ritmiche e belle ripartenze sull'Hammond. Testi interessanti sono quelli di "E svegliarsi in un giorno" e "Un cane", entrambe romantiche e utopistiche al tempo stesso, molto in linea con lo spirito del tempo. La composizione più melodica e probabilmente più riuscita è però "Dolce sorella", dove la dedica enigmatica si abbina al caldo suono dell'organo, in un'altalena di pieni e vuoti strumentali davvero intrigante. L'esperienza discografica del duo non avrà un seguito. Carlo Bordini partecipa all'isolato episodio dei Cherry Five, mentre Rustichelli realizza molte colonne sonore per il cinema e quindi, emigrato in America, realizza l'album solista "Mystic jazz" (1991), con la partecipazione di ospiti illustri.

"Opera prima"