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Otto domande a Salvo Lazzara

Ancora un altro disco originale e fuori dal coro per Salvo Lazzara e i suoi complici. Come i precedenti, si tratta di un progetto non facile da inquadrare e digerire, ma senza dubbio degno di attenzione, sul quale abbiamo voluto sentire direttamente il chitarrista. Ecco le sue risposte alle nostre domande.

1) Questo nuovo disco sembra l’ennesima scommessa sulla musica che non c’è. In questo caso da cosa nasce?

Salvo Lazzara -
Questo disco è nato partendo proprio dal suo titolo. Volevo un richiamo a qualcosa di contraddittorio, da una parte complesso, dall’altro elementare. C’era poi la suggestione forte del ciclo della marea, che di volta in volta sommerge, nasconde, o rivela, fa emergere. Quindi i materiali sonori utilizzati sono stati, in parte, il frutto di un ripescaggio di elementi lasciati andare alla deriva in precedenti esperienze, in parte una nuova costruzione. Tutto questo si è fuso insieme, con l’obiettivo di creare un “fluido” sonoro, con elementi ricorrenti; anche i testi , in questo senso, giocano tutti fra loro con rimandi di senso.

2) Come si è sviluppata la collaborazione con il cantante Claudio Milano e com’è stato lavorare con lui?

S. L. -
L’incontro con Claudio è stato casuale, come spesso mi accade. Avevo sentito parlare molto bene di lui da un comune amico Stefano Giannotti, e devo dire che l’esperienza è stata assai interessante. La voce di Claudio ha delle potenzialità infinite, e la sua conoscenza della tradizione del canto da un lato, dall’altro dell’avanguardia più sperimentale ne accrescono la sensibilità. Dato il materiale strumentale prodotto per il disco, per altro, così rarefatto a tratti, c’era uno spazio ampio per la sua scrittura vocale e per le improvvisazioni.

3) Da quale suggestione o idea sei partito per scrivere i testi del disco?

S. L. -
I testi sono nati parecchio tempo prima; a partire dal titolo scelto poi per il disco, ho selezionato quelli che, appunto, giocavano fra loro nei rimandi di atmosfera, o soltanto con l’idea del flusso, dello scorrere, dell’andare e ritornare. C’è un umore per lo più notturno, sognante, un senso di deriva, di abbandono e di evaporazione della coscienza, che poi è tipico delle situazioni di cui stiamo parlando. I titoli sono stati scelti partendo da una teoria dei cicli delle maree che le suddivide in quattro tipologie, a seconda del ruolo di volta in volta giocato dal rapporto fra la luna e la terra.

4) Mi pare che nel tempo il tuo modo di suonare la chitarra sia sempre meno ortodosso: come mai?

S. L. -
Mah, in realtà sono solo molto curioso della fisicità del mio strumento, e delle possibilità di espansione di questa fisicità che sono date dall’elettronica. Con la chitarra si può veramente “giocare”, sia manipolando lo strumento stesso, sia alterandone l’emissione. Sono molti i chitarristi, soprattutto dell’avanguardia free jazz, che da anni fanno sperimentazione in questo senso (penso a Fred Frith e Derek Bailey fra tutti, ma anche a David Torn). Resto comunque innamorato delle buone armonie e delle melodie cantabili.

5) Il quartetto formato in questa occasione ha un futuro insieme o si tratta di un episodio isolato?

S. L. -
A parte Claudio, gli altri hanno fatto già parte di altri miei progetti, e sono, per così dire, una squadra già collaudata, messa alla prova in contesti assai diversi fra loro. Difficile però dire se faremo un altro progetto come questo; è un momento assai difficile per i musicisti indipendenti, sia sul piano delle produzioni, sempre più complicate da gestire, che su quello della promozione dei lavori. Non è così scontato che ci sia sempre qualcuno disposto ad ascoltare e a mettere il proprio catalogo a disposizione delle cose meno “etichettabili”. Devo dire che da questo punto di vista, da qualche anno, mi trovo in una situazione favorevole, e spero che duri!

6) Avete intenzione di suonare l’album dal vivo?

S. L. -
Potrebbe capitare, anche se non ho la più pallida idea di cosa possa venirne fuori…

7) Che reazioni ti aspetti verso un progetto musicale così apertamente “diverso”?

S. L. -
Ci sarà sicuramente qualcuno che, guardando indietro alla mia produzione, potrà esserne spiazzato. Penso però che i più aperti e avventurosi mi seguiranno anche su questo percorso; io ho la fortuna di non vivere di musica, e di conseguenza non vivo il dramma di non sapere mai esattamente se c’è un pubblico per le cose che faccio. Detto questo, sono ovviamente interessato a che le cose che produco raggiungano un pubblico il più ampio possibile, o almeno il più interessato possibile!

8) Infine: per scrivere musica del genere bisogna sentirsi un poco fuori dal mondo o terribilmente dentro il mondo?

S. L. -
Entrambe le cose. È stata una scrittura molto densa a tratti, quasi violenta, in altri momenti più pacata e abbandonata. È musica che risente del mondo in cui vivo, molto liquido e incorporale, per certi aspetti, per altri assai duro, carico di contraddizioni non sanate e di energia repressa. Diciamo che è un disco che racconta del bisogno di arrivare ad una qualche forma di risoluzione dei conflitti, ad una ricomposizione degli opposti...

(Ottobre 2018)

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