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· "Happy End" di Michael Haneke (Francia, 2017)

Con un titolo che a visione ultimata suona a dir poco paradossale, il nuovo film di Michael Haneke rispetta fino in fondo le qualità e le caratteristiche che il suo cinema ha già fatto emergere. Nessuna concessione allo spettatore e un'assoluta mancanza di enfasi, sia nella recitazione che nella scrittura: forse è questo il dato più tipico del regista austriaco, e anche l'arma in più che consente di svelare le ambiguità del mondo borghese che mette in scena. Un punto di vista così radicale, che ha già dato ottime prove in precedenza, non manca tuttavia di insidie, e "Happy End" corre più volte il rischio di restare invischiato nel suo assunto.

La storia pare nascere da una costola del precedente "Amour": alcuni attori ad esempio, Jean-Louis Trintignant e Isabelle Huppert, rifanno in altre forme, e da par loro, quanto già visto in quel film, come in una sorta di corollario inevitabile. In questo caso, però, il focus vero è una ragazzina tredicenne, Eve, che dietro la sua tranquilla obbedienza nasconde una siderale distanza emotiva dal resto del mondo, a cominciare dai suoi familiari, che spia col suo cellulare e manipola fino a provocarne la morte: è quello che succede a sua madre, avvelenata con delle pillole sperimentate prima sul criceto di casa. Niente sembra toccarla, come se l'osservazione disincantata della sua famiglia le avesse instillato un'assoluta indifferenza verso ogni entusiasmo e amore per la vita.

Traslocata a questo punto in casa del padre, a suo tempo separato dalla moglie, Eve seguita la sua spietata osservazione dei comportamenti adulti: i tradimenti, le viltà, l'ipocrisia che regolano i rapporti umani non fanno che accrescere la sua solitudine e il suo sguardo impassibile. A suo padre rimprovera di non saper amare nessuno, e della zia Anne coglie solo le ambigue strategie per tenere a galla l'azienda di famiglia, con poco tempo da dedicare al figlio-erede, che infatti cresce male e senza carattere. Neppure il più schietto dei famigliari, il nonno Georges, da tempo malato e un poco svampito, fa breccia nel suo cuore: eppure è forse l'unico, tra quelli che la circondano, che le parla con disarmante sincerità del suo passato, di come ha soffocato sua moglie e delle sue pulsioni suicide. Quasi un'anima gemella in negativo, viene da dire. Eppure all'atto pratico Eve non muoverà un dito per evitare all'anziano parente di finire come ha deciso, anzi...

Non c'è che dire: l'analisi di Haneke ne ha per tutti, e conferma una lucidità di sguardo ormai proverbiale, capace ogni volta di restituire impietosamente le storture organizzate della vita odierna, ovviamente in una sorta di travaso inevitabile dalla società agli affetti, con esiti ugualmente fallimentari. In questo caso specifico, l'occhio del regista trova un riflesso speculare proprio nella giovane protagonista: così noi guardiamo crollare tutto, un cantiere edile come i sentimenti più intimi, attraverso lo sguardo del regista, a sua volta filtrato dal piccolo schermo verticale dello smartphone di Eve.

"Happy End" è un altro film di grande interesse, che al solito pone domande vertiginose senza offrire, com'è giusto, risposte consolatorie allo spettatore, ma stavolta suscita una riflessione più ampia. Perché a questo gioco di specchi ben congegnato sembra mancare proprio lo scarto che avrebbe dato respiro a un cinema coerente come un teorema, quanto prigioniero di un determinismo estremo, a doppio fondo. Sarà un caso, ma poiché ogni partecipazione emotiva è bandita per scelta dal cinema di Haneke, neppure un finale di per sé agghiacciante stupisce troppo, dato il contesto: non lo sapevamo già, del resto, che non c'è alcuna speranza e tutto va sempre peggio? Ce lo dicono a sufficienza, prima e meglio anzi, le cronache e il web che viviamo tempi bui, e mai come oggi il cinema dovrebbe andare al di là di quest'istantanea per ritrovare la sua più tipica forza espressiva: fare i conti con la realtà senza restarne schiacciato. A volte, per non chiudersi in un circolo vizioso, è necessario anche rompere lo specchio.

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200 pag. - 17,00 €


Mox Cristadoro - "I 100 migliori dischi del Progressive Italiano" (Tsunami Edizioni, 2014)

Come mai l'editoria musicale di questi anni continua a sfornare volumi su volumi sul rock progressivo, italiano e non, con una generosità perfino sospetta, quando per troppo tempo ci si è fatti bastare qualche libercolo amatoriale non sempre impeccabile per contenuti e impostazione? Probabilmente l'industria di settore si è accorta, in ritardo, che un certo repertorio musicale dato per morto trent'anni fa continua ad avere un seguito di appassionati tutt'altro che sparuto. Comunque sia: ai posteri l'ardua sentenza, naturalmente, ma il fenomeno è senz'altro da salutare con favore, dopo la lunga carestia.

Ovviamente, tra tante pubblicazioni dello stesso genere, non mancano quelle discutibili: a volte semplicistiche nell'analisi, a volte di smisurata ambizione non sorretta da uguale competenza, o più spesso, peggio, di tono supponente, come se l'estensore vi si fosse dedicato per pura civetteria, distraendosi solo per un attimo dalle sue ben più nobili occupazioni. (E perchè mai, visto il mediocre risultato, viene poi da chiedersi). In quale categoria tra queste rientra il volumetto firmato da Mox Cristadoro? Direi in nessuna, e questa è già una bella notizia. Anzitutto l'autore (classe 1969) è un competente vero del filone musicale preso in esame: da tempo scrive per varie testate e conduce apprezzate trasmissioni radiofoniche sul rock e dintorni (su Rock FM e Radio Lombardia), e oltretutto è musicista egli stesso, cosa che gli consente qualche osservazione tecnica assai pertinente. Altro fattore positivo è la passione evidente che trasuda copiosa dalle sue schede: invece che un'algida sequenza di valutazioni espresse in pagelle o pallini (ahi, contagiosa sindrome delle stellette!), Cristadoro sceglie cento titoli del progressive tricolore degli anni Settanta e ne sviscera i meriti, ma anche qualche limite, con il fervore e la profondità di chi quei dischi ha consumato a suo tempo per il piacere puro dell'ascolto e della scoperta, distillandone alla fine il reale valore. La differenza rispetto ad altri testi similari si sente, e sicuramente si comunica anche al lettore di questa sua guida.

Come sempre, in pubblicazioni del genere, il giochino che viene subito istintivo è andare a scorrere l'indice per scoprire chi è tra gli eletti e chi è rimasto fuori: ognuno valuterà per suo conto. Personalmente, alcuni dischi scelti da Cristadoro non li avrei inseriti nel "centone" (cito il Blocco Mentale, giusto per non fare nomi...), ma si tratta di scelte, mi rendo conto, decisamente soggettive. Conta molto di più, invece, il livello di base della sua trattazione, e quello è notevole. Cristadoro, particolare non secondario a mio avviso, scrive davvero bene, e questo facilita la ricchezza di sfumature nell'esposizione e la lettura stessa: ogni disco analizzato è inquadrato nel suo contesto storico-geografico di pubblicazione, con riferimenti dettagliati ai protagonisti, alle influenze e ai richiami, non di rado lasciando trapelare sorprendenti debiti di molto rock successivo, anche anglofono, verso alcuni gruppi italiani, celebrati o meno. Senza pedanteria, ma con citazioni puntuali che lasciano pensierosi, sulle prime, ma al contempo contribuiscono a scalfire l'idea, fin troppo cristallizzata, di una cronica inferiorità culturale del progressive italiano rispetto a quello dei maestri inglesi. Questo, a mio avviso, è uno dei meriti maggiori del libro in questione, anche se probabilmente farà discutere non poco gli ultras ortodossi del prog, abituati da sempre a considerare le band italiane come semplici copie replicanti, quasi dei "cloni", di quelle britanniche.

Per entrare nel dettaglio, le schede sono distribuite secondo l'ordine alfabetico degli artisti. Di ogni album incluso è riprodotta la cover a colori, e sono forniti l'anno di uscita con l'etichetta di prima pubblicazione, la track-list e l'organico coinvolto nell'incisione. Giustamente, come è spiegato nella succosa introduzione dell'autore, è limitato a tre il numero massimo di titoli per ogni artista (è il caso di Area, Goblin, Orme, Osanna e PFM), così da permettere uno sguardo più vasto sul panorama del prog cosiddetto minore del periodo 1969-'78, spesso trascurato in trattazioni di questo tipo. Mai come in questo caso, a prescindere dal gusto personale, ci si accorge in effetti che il vero tesoro della nostra scena progressiva è proprio nella varietà di stili e proposte che ha saputo sfornare in pochi anni, in quella problematica "decade di piombo" come la chiama Cristadoro, che ha segnato un momento altamente creativo della nostra musica: forse, chissà, davvero irripetibile. Un volumetto consigliato, per tirare le somme, sia ai più navigati ascoltatori che ai neofiti assoluti del genere: come aggiornato ripasso e come introduzione alla materia.

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