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Gazpacho - "Soyuz" (Kscope, 2018)


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       Tracklist

1. Soyuz One (6:22)
2. Hypomania (3:44)
3. Exit Suite (3:40)
4. Emperor Bespoke (7:49)
5. Sky Burial (4:24)
6. Fleeting Things (4:24)
7. Soyuz Out (13:26)
8. Rappaccini (4:08)

     Durata complessiva: 47:57



Rieccoci a parlare dei Gazpacho, questo rinomato gruppo norvegese che dal 2003 ad oggi ha realizzato una fitta serie di album con invidiabile regolarità: a parte i live, questa è infatti la decima prova di studio, e non si può certo dire che la band di Oslo mostri segni di cedimento sul piano dell'ispirazione. Tutt'altro, perché "Soyuz" prosegue un viaggio sonoro all'insegna della ricerca e dell'originalità che non è mai venuta meno, tenendo sempre vivo l'interesse del pubblico.

Il titolo dell'album, e del singolo "Soyuz One", richiama il lancio nello spazio della prima navicella sovietica nel 1967, concluso con la morte del pilota Vladimir Komarov. Un evento tragico che ha dato però la stura a una serie di considerazioni alla base del progetto, nei testi e nella musica: in particolare, cosa rimane di quei momenti topici della nostra vita che normalmente vengono spazzati via dalla corsa del tempo, e cosa succederebbe se fosse possibile congelarli in una sorta di fermo-immagine? Più che un vero concept-album, siamo di fronte a otto tracce che ruotano intorno a questa possibilità, pur raccontando storie diverse, con richiami che vanno dai racconti di Nathaniel Hawthorne ("Rappaccini"), passando per la prima registrazione vocale conosciuta (1860), fino allo scrittore danese Hans Christian Andersen (l'autore de "La sirenetta"), e ancora una volta sottolineano la matrice intellettuale e ambiziosa, qualcuno dirà "pretenziosa", della formazione scandinava. Al tempo stesso è chiaro che in sede critica conta soprattutto come queste suggestioni sparse, tenute più o meno insieme da una sola idea di base, si traducano sul piano strettamente musicale, e direi che i Gazpacho sotto questo aspetto non deludono affatto.

Il bello è che il gruppo ha sviluppato nel tempo una cifra stilistica che, pur essendo ormai riconoscibile, è ancora capace di sorprendere l'ascoltatore, trascinandolo in dimensioni inedite e fascinose. "Soyuz One", che apre la sequenza, scivola intrigante su lente cadenze dai colori cosmici, con note arpeggiate di chitarra e pianoforte che lasciano spazio alla voce magistrale di Jan Henrik Ohme, protagonista assoluto di tutto il disco col suo timbro malinconico, sofferto, quasi teatrale: è un brano ipnotico, intervallato da scariche di chitarra e aperture di synth, ma senza mai forzare i toni. Più sciolto e cantabile suona il rock di "Hypomania", con la chitarra di Jon-Arne Vilbo in costante evidenza sotto la voce e il discreto apporto della batteria. Niente male, ma bisogna arrivare al cuore della sequenza per cogliere tutte le qualità dei cinque norvegesi, e capire davvero cosa s'intende per Art-Rock, etichetta che spesso viene usata a proposito della loro musica.

Si inizia con la track four, come direbbe uno bravo, intitolata "Emperor Bespoke": il pianoforte e il violino, oltre al banjo col suo timbro spiazzante, cullano il canto descrittivo di Ohme, ma presto la piece si apre meravigliosamente in una serie di rivoli secondari, pur senza mai perdere la sua unità. Mentre la voce cresce d'intensità, tra le note lunghe di chitarra e la scansione sapiente del piano, l'insieme si fa via via epico, fino a una splendida seconda parte dove il gioco finissimo delle voci sovrapposte ad arte mette i brividi. Bellissimo. Si prosegue con la più breve "Sky Burial", dominata dal pianoforte di Thomas Andersen che ripete ossessivamente due sole note, e mescola a quella di Ohme voci legate al rituale funerario dei buddisti tibetani: qui l'innesto degli archi, il valido gioco percussivo e la ripetizione del tema sotto la voce crea una sorta di tensione veramente contagiosa. Questa sequenza, da sola, basterebbe a consigliare l'ascolto del disco, ma non è finita. "Soyuz Out", che è un po' il seguito di "Soyuz One", è la traccia più lunga, ma nonostante i suoi tredici minuti non annoia affatto, come capita a troppe suites del panorama prog odierno: merito di una scrittura ben congegnata e di suoni dosati con indubbio senso strategico. La traccia vive di pieni e vuoti, con le tastiere e la chitarra che procedono appaiate, in una dimensione che abbina un notevole pathos drammatico al senso di perdita incombente, preparando così l'ascesa del tema verso il suo picco espressivo. Il tempo marziale della batteria, il pianoforte onnipresente e una voce multiforme, scolpiscono un arazzo magnifico che si esalta nel ruggito acido della chitarra e in un sotto-finale martellante, che solo una volta toccato l'apice si placa dolcemente.

Questi sono i vertici della sequenza, ma vanno citati anche la più delicata "Exit Suite", costruita ancora sull'accoppiata di violino e pianoforte e impreziosita dal canto elegiaco di Ohme, oltre alla chiusura di "Rappaccini" (assente nell'edizione in vinile), raffinato sigillo di questo nuovo, affascinante viaggio firmato Gazpacho. Ai nomi del cantante e dell'ottimo tastierista, protagonisti indiscussi di tutti i brani, mi sento di aggiungere quello del bassista Kristian Torp, a mio modesto avviso straordinario nei passaggi più intensi dell'album, con un lavoro non meramente ritmico, ma spesso melodico e creativo. "Soyuz", alla fine, è un altro grande disco che mi sento di consigliare a tutti coloro che non si accontentano della solita sbobba rock o "regressive" e guardano avanti: se avete tempo e pazienza da dedicargli, questa è la musica che fa per voi.

Valutazione:                                Per informazioni e contatti: gazpachoworld.com

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