Recensioni dischi - Novità e ristampe del Rock Progressivo



Motorpsycho - "Kingdom of Oblivion" (Stickman Records, 2021)


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       Tracklist
1. The Waning (Pt. 1 & 2) 7:28
2. Kingdom of Oblivion 6:56
3. Lady May 3:21
4. The United Debased 9:03
5. The Watcher 5:03
6. Dreamkiller 5:15
7. Atet 2:16
8. At Empire's End 8:35
9. The Hunt 5:45
10. After the Fair 1:57
11. The Transmutation of Cosmoctopus Lurker 10:55
12. Cormorant 3:37

     Durata complessiva: 70:11

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La Norvegia ultimamente va forte nell'ambito del progressive rock, e sono diverse le band di quel paese che si fanno apprezzare nel circuito. Se alcune scelgono una cifra a dir poco retrò, fedele ai capiscuola inglesi dei Settanta, non sembra questo il caso dei Motorpsycho. Questo gruppo originario di Trondheim, decisamente prolifico se dai primi anni Novanta ha messo in fila oltre trenta dischi ufficiali tra quelli di studio e i live, si connota proprio per la capacità di cambiare spesso pelle, in una serie di svolte quasi sempre riuscite. Inizialmente incline al rock pesante, la band ha via via integrato nel suo DNA sonoro anche eclettici richiami al prog e alla psichedelia più intrigante, ma senza manierismi.

"Kingdom of Oblivion", registrato nel 2019 e rilasciato solo quest'anno a causa della pandemia in corso, ha l'aria di voler tirare le fila di questo lungo percorso con dodici tracce di grande impatto, mai banali, dove rock duro chitarristico e toni più evocativi s'incontrano fecondamente senza indulgere troppo al passato, che sembra ormai digerito a dovere. L'attacco di "The Waning" è un biglietto da visita eloquente: la chitarra lancinante di Hans Magnus Ryan, ben sostenuta dal drumming poderoso di Tomas Järmyr, inaugura una danza selvaggia che può contare anche sul basso e la voce di Bent Sæther. Il trio, allargato però al chitarrista svedese Reine Fiske, offre il meglio nei brani più estesi, dove potenti linee melodiche emergono dal folto groviglio rock che martella con richiami ai Crimson della seconda fase: è il caso della stessa title-track, abrasiva quanto si conviene, ma soprattutto dei nove minuti di "The United Debased", con il metallico riff chitarristico abbinato qui a un organo parecchio acido di sfondo. Ci sono brevi pause nell'ordito, ma giusto per tirare il fiato e ripartire all'assalto del motivo principale, fino a spolparlo per bene a furia di rullate pirotecniche e granitici soli di chitarra.

Tuttavia, questo è il bello, niente nella sequenza suona davvero scontato e c'è sempre un sapore imprevedibile dietro l'angolo: come certi intermezzi inopinati, con la voce ridotta a un sussurro e un giro di basso senza sfogo ("The Watcher", cover degli Hawkwind), oppure un arpeggio delicato di chitarra acustica ("Atet"), fino all'aggraziata "Lady May", cantata a più voci in uno stile quasi west-coast. Spiazzante a dir poco, anche se la ciccia vera del disco è altrove. Ad esempio in brani come "Dreamkiller", che pure nasce e muore s'un canto in sordina sulle corde acustiche, ma in mezzo deflagra a partire da un altro riff elettrico che trascina nei suoi gorghi la band, tra mellotron visionari e sincopi ritmiche ben assestate: notevole. "At Empire's End" ha invece un andamento avvolgente e psichedelico, inizialmente acustico, prima di evolvere sulla chitarra solista e un mellotron onnipresente in una bolla sonora seducente che stavolta però non esplode, ma piuttosto si gonfia maestosa intorno al canto sofferto di Sæther. Infine c'è "The Transmutation of Cosmoctopus Lurker", che con i suoi undici minuti non è solo la traccia più lunga del disco, ma probabilmente la più incisiva: qui i diversi elementi sembrano confluire in una sorta di eruzione lavica tirata allo spasimo. Ritmo inesausto, spirali di mellotron e spunti in serie della chitarra, con il tema cantato che sembra emergere a fatica dal fitto magma sonoro. Impressionante.

Costellato comunque, a ben vedere, di suggestioni variegate dietro la facciata più schiettamente rock, "Kingdom of Oblivion" è alla fine un altro importante capitolo del gruppo scandinavo. Non perfetto, e probabilmente troppo lungo, ma lascia il segno. Il segreto dei Motorpsycho, forse, sta proprio nella natura mutevole di un'ispirazione che non si lascia catturare in una formula definitiva, ma seguita a smussare e ampliare il profilo di quella che all'inizio era solo l'ennesima band di rock duro e oggi è qualcosa di più complesso, tenendo fede, finalmente, al termine "progressive". In un mondo musicale pieno di cloni e replicanti non è affatto poco: un ascolto consigliato.

Valutazione:                           Per informazioni e contatti: motorpsycho.no


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