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Big Big Train - "Grand Tour" (English Electric Recordings, 2019)


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       Tracklist

01. Novum Organum (2:33)
02. Alive (4:31)
03. The Florentine (8:14)
04. Roman Stone (13:33)
05. Pantheon (6:08)
06. Theodora in Green and Gold (5:38)
07. Ariel (14:28)
08. Voyager (14:08)
09. Homecoming (5:12)

   Durata complessiva: 74:25

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È questo il dodicesimo album di studio per i Big Big Train, la band inglese che dalla metà circa degli anni Novanta ha rinverdito i fasti del prog cosiddetto romantico e sinfonico, che tanta parte ha avuto nella musica rock dei Settanta. La scrittura della formazione, che oggi è un settetto, si è imposta soprattutto per la sua raffinata eleganza, ricca di sfumature e richiami a una cultura davvero molto "british", a cominciare dalle storie d'epoca vittoriana, spesso al centro dei lavori precedenti.

Da questo punto di vista, le nove tracce che compongono "Grand Tour" sembrano battere altre strade: come dice il titolo, il gruppo recupera infatti la voga dei viaggi di formazione in Italia della buona società britannica, a cavallo soprattutto di Settecento e Ottocento, mescolando citazioni e impressioni personali, soprattutto del bassista Greg Spawton, autore principale delle liriche. Dunque, fin dai titoli, si colgono riferimenti assortiti all'arte e alla cultura italiana (come "The Florentine", dedicata a Leonardo e costruita sulla chitarra acustica), che in parte influenza anche l'ispirazione musicale della band: però la qualità resta inalterata, e il disco, se ancora ce ne fosse bisogno, suona come l'ennesima conferma di una classe indiscutibile che può arricchirsi di nuove suggestioni senza mai perdere la sua anima, o se preferite la sua peculiare cifra stilistica. Così, se nella briosa "Alive" il richiamo ai maestri
Genesis si affaccia prepotente, sulle ali del mellotron affiancato dalla batteria impeccabile di Nick D'Virgilio, insieme al decisivo e inconfondibile timbro espressivo del cantante David Longdon, in altri momenti della sequenza il ventaglio sonoro si amplia e accoglie con grande naturalezza sapori più variegati.

Nell'album spiccano soprattutto le tre lunghe suites, a cominciare da "Roman Stone": elaborata sull'arpeggio della chitarra, con il violino nostalgico della brava Rachel Hall in appoggio decisivo, la composizione si articola ammaliante e malinconica su squisite armonie vocali, con l'apporto corposo dei fiati (tromba e corno soprattutto) che insieme alle ricche tastiere di Danny Manners compongono un arazzo realmente evocativo, diluito a dovere tra pause fascinose e riprese ad effetto. Grande. Non è certo da meno "Ariel", con la quale anzi si sale ancora di livello. Aperta dal canto solista e dal coro in un'atmosfera più astratta che chiama in causa lo spirito dell'aria nella "Tempesta" di Shakespeare, la piece prende corpo gradualmente secondo una chiave espressiva che non può non ricordare i Queen più "glam" dei secondi Settanta, soprattutto nel gioco dinamico delle voci: una curiosa evocazione, indubbiamente, che il gruppo, a cominciare dalla grande prova vocale di Longdon, sa sviluppare egregiamente e con notevole personalità. Da brivido soprattutto la settima parte, dove pathos drammatico e virtuosismo si danno la mano, quando le tastiere e poi la chitarra solista di Rikard Sjöblom salgono in cattedra sotto le voci mirabilmente intrecciate. A mio avviso è il vero picco della raccolta, e vuol dire molto, visto il livello altissimo del resto.

L'altra suite, ad esempio, è "Voyager", ottimo manifesto di questo stile sinfonico, maturo eppure mai obsoleto, che tiene insieme con grandissima perizia gli archi e i fiati in un disegno elegante e potente al tempo stesso. Eccelso anche qui il gioco delle voci, mentre la composizione evolve sul pianoforte, il violino, il mellotron dilagante e il synth, quando il ritmo si increspa, pur senza mai smarrire l'equilibrio tra le parti: spettacolare. Tra gli altri brani si raccomanda il corposo strumentale "Pantheon", con mellotron e fiati al proscenio che sembrano evocare la grandiosità severa dell'antica Roma, con un vivace intermezzo fusion, mentre "Theodora in Green and Gold", costruita sul pianoforte e l'organo, lascia emergere la chitarra solista e il violino intorno al canto sempre incisivo di Longdon, nel consueto schema sonoro oliato a dovere e privo di sbavature.

"Grand Tour", per concludere, è un'altra gemma consigliatissima agli appassionati cultori di un prog sinfonico che affonda le sue radici nel passato, certo, ma per rinnovarne la formula in maniera intelligente, come fanno appunto i Big Big Train: anche quelli che per qualche motivo non amano troppo il gruppo inglese, stavolta, dopo un paio di ascolti, si dovranno ricredere e togliersi il cappello di fronte a questi straordinari musicisti.

Valutazione:                              Per informazioni e contatti: www.bigbigtrain.com

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