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BL-BY

Black Widow Blåkulla Blocco Mentale Blodwyn Pig Blonde on Blonde Bloque Bonfire Emmanuel Booz

Brainbox Brainchild Brainstorm Brainticket Bram Stoker Pete Brown & Piblokto! Bubu Buon Vecchio Charlie Byzantium

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  Black Widow   - La prima incarnazione di questa band di Leicester è quella dei Pesky Gee, attivi fin dal 1966 e dediti al rock-blues. Nel 1969 il gruppo si scioglie e viene quindi riformato con la sigla più nota, che richiama da vicino i contemporanei Black Sabbath: entrambi risentono della voga satanica e occultista, ma con alcune differenze di base. In effetti "Sacrifice", disco d'esordio dei Black Widow, affianca al tipico repertorio di certo esoterismo una strumentazione molto variegata e spunti tipicamente progressive. Il sestetto si avvale ad esempio anche dell'apporto fiatistico di Clive Jones, come si nota nell'attacco di "In Ancient Days", dove il sax affianca l'organo gotico di Jess Taylor, mentre nella celebre "Come to the Sabbath", dal titolo molto eloquente, spicca il flauto all'interno d'un vero inno rituale scandito dalle percussioni. Interessanti anche "Conjuration" e "Seduction": quest'ultima, con belle aperture melodiche sulla voce di Kip Trevor e intrecci strumentali dove si esaltano l'organo e il flauto, è il momento più morbido dell'album. "Attack of the Demon", invece, e soprattutto la lunga title-track in coda, mostrano la versatilità del sestetto inglese: ritmica agile sui cambi di tempo, con organo e fiati in primo piano, oppure un rock martellante sulle percussioni, con ficcanti riff di flauto a sostegno e lunghe variazioni del tastierista. Il disco è interessante, anche se oggi suona molto datato. Nel secondo album omonimo (1971), sostituiti bassista e batterista e messo in soffitta per ragioni di opportunità ogni riferimento all'occulto, la band mostra influssi fin troppo diversi con esiti altalenanti. Tra i dieci brani si apprezzano momenti ben concertati tra tastiere e fiati, come nell'iniziale "Tears and Wine", ma spesso lasciano insoddisfatti altri episodi più ordinari e incerti tra uno stile e l'altro. "The Gypsy" è un rock-blues molto vivace, ad esempio, con flauto e chitarra acustica battente, mentre "When My Mind Was Young" è un pezzo melodico non eccelso, quasi di taglio americano, e "The Poser" offre lunghi intrecci di flauto, organo e chitarra che mostrano la corda. Brani più efficaci come "The Journey" e meglio ancora "Wait Until Tomorrow", indubbiamente ben cantato e con buoni spunti di sax, alzano la media, ma resta prevalente l'impressione di un insieme di suggestioni sparse prive di un disegno unitario. La band perde i pezzi e si scioglie dopo "Black Widow III" (1972), lasciando incompiuto un quarto album che vedrà la luce come "Black Widow IV" solo nel 1997, pubblicato dall'etichetta italiana Black Widow Records.

"Sacrifice"

  Blåkulla   - Si tratta di una band svedese non molto nota, che prende le mosse da Göteborg intorno al 1971. Dopo un lungo tirocinio col nome di Blue Condition e poi Kendal, alle prese con covers di Cream e simili, il gruppo sceglie la sigla definitiva solo nel 1973. In una nuova formazione a cinque (chitarra, basso, tastiere, batteria e voce solista) i Blåkulla incidono finalmente nel 1975 il loro disco di debutto omonimo(), pubblicato dall'etichetta Anette. Sulle originarie radici hard rock e blues, la band svedese innesta evidenti richiami a modelli sinfonici più sofisticati e liriche in lingua madre: l'album si compone di nove brani che conservano tuttavia, come dato unificante, l'energica spinta tipica di certo dark-rock. Il risultato è discreto, più che interessante: dopo l'attacco acustico per voce e chitarra di "Frigivningen", la vera anima dei cinque si palesa meglio nel brillante episodio di "Sirenernas sång" (cioè "canto delle sirene"), con interessanti combinazioni tra la chitarra solista di Mats Öhberg e l'organo di Bo Ferm, unitamente alla buona personalità del cantante Dennis Lindegren, in un tema arioso e melodico. E' da rimarcare che ben tre pezzi dell'album sono basati sui versi del poeta svedese Gustav Fröding, come "Idealet", tra i momenti più vivaci con l'organo in primo piano, e la più roccheggiante "I solnedgången", con la chitarra elettrica protagonista s'uno sfondo ritmico sempre molto dinamico. Una traccia serrata come "Maskinsång" riporta in primo piano un organo quasi ossessivo, mentre tra gli episodi strumentali c'è da segnalare anche un breve e disinvolto arrangiamento di "Drottningholmsusiken", opera del compositore barocco Johan Helmich Roman (1694-1758). La chiusura dell'album, destinato a restare senza seguito, è invece affidata ai dieci e passa minuti di "Erinran" ("promemoria"): tra le sonorità più heavy della chitarra e le parentesi acustiche, con l'organo onnipresente di Ferm a fare da collante, la musica della formazione di Göteborg si lascia apprezzare fino in fondo. La ristampa su CD del 1997 a cura di Ad Perpetuam Memoriam contiene anche tre brani molto buoni di un demo registrato nel 1974, ma esiste anche una ristampa in vinile dell'italiana Mellotron.

"Blåkulla"

  Blocco Mentale   - Un altro gruppo italiano senza troppa fortuna e presto dimenticato. Il Blocco Mentale si forma nell'area di Viterbo, e realizza il suo unico album nel 1973, in tiratura limitata di circa duemila esemplari per la piccola etichetta Titania: "ΠOA" (erba in greco) è una raccolta di sette brani ispirati all'amore per la natura e alla salvaguardia dell'ambiente. A parte questo ecologismo abbastanza ingenuo che pervade le liriche, firmate da Claudio Merloni, la musica dei cinque (voce/basso, tastiere, chitarra, batteria, voce/fiati) procede in maniera disuguale, e ha uno sviluppo poco originale, decisamente lontano dal prog italiano maggiore. Con l'eccezione di qualche spunto più roccheggiante, come in "La nuova forza", le parti vocali si muovono sui tappeti acustici della chitarra di Gigi Bianchi, oppure si affidano al sax e al flauto di Dino Finocchi ("Aria e mele"), ma c'è anche spazio per il mellotron di Filippo Lazzari ("Impressioni") e per l'armonica ("Io e me"). Le atmosfere sono un concentrato di immagini naive e trame musicali a tratti anche vivaci, ma nell'insieme piuttosto frammentarie, che mancano di uno sviluppo davvero convincente. Il meglio dell'album sta dunque nella dimensione acustica e melodica di alcuni episodi rilassati, cullati da flauto e chitarre, con parti vocali anche corali che richiamano altre esperienze del pop italiano minore, ad esempio nell'epilogo di "Verde". Senza un'adeguata promozione da parte della Titania e con un'attività concertistica che rimane fuori dal circuito dei principali festival dell'epoca, la breve attività del Blocco Mentale si chiude lo stesso anno con l'uscita del singolo "L'amore muore a vent'anni" / "Lei è musica". Più avanti, nella seconda metà degli anni Settanta, la band si riunì sotto la nuova sigla Limousine, realizzando un paio di singoli all'insegna di un sound molto più leggero, ma di successo: nel 1978 ad esempio vinsero il Cantagiro con "Camminerò solo". L'album è stato riedito in CD dalla Vinyl Magic/BTF e dalla Mellow Records.

ΠOA

  Blodwyn Pig   - Formati nel 1968 dal chitarrista Mick Abrahams, appena uscito dai Jethro Tull, i Blodwyn Pig sono tra le formazioni più interessanti del periodo a cavallo di due decenni cruciali per il rock inglese. L'album d'esordio è "Ahead Rings Out" (), pubblicato dalla Island nel 1969: nove tracce spumeggianti incise da un quartetto che fa a meno delle tastiere, e focalizza soprattutto la chitarra solista del leader insieme ai fiati di Jack Lancaster. Su questo asse strumentale si articola un repertorio che inclina verso un eclettico rock-blues progressivo, con sfumature jazz accattivanti. Morde subito l'attacco di "It's Only Love", un esplosivo rock cadenzato dal sax e dall'energica voce di Abrahams, che lascia il segno con la sua chitarra incendiaria: un brano che richiama le cose migliori dei Colosseum. Trascinante anche "Sing Me a Song That I Know", con le staffilate fiatistiche all'interno di una ritmica serratissima e inserti di chitarra acustica, e poi lo strumentale "Leave It With Me", col flauto pirotecnico di Lancaster a guidare una danza eccitante in combutta con la chitarra e una sezione ritmica in grande spolvero, soprattutto il bassista Andy Pyle. La raccolta offre anche un paio di placide ballate in classico stile blues, a cominciare da "Dear Jill", e la più raffinata "Up And Coming", ancora impreziosita dal flauto e note cesellate di chitarra, oltre a un morbido episodio quasi "country", "The Change Song", con Lancaster al violino. Il picco vero del disco è probabilmente "The Modern Alchemist", un jazz-rock tiratissimo a struttura aperta, costellato da splendidi fraseggi chitarristici e con il sax in costante primo piano, mentre il basso e anche la batteria di Ron Berg alimentano a dovere il motore ritmico del pezzo. Non troppo inferiore è il successivo "Getting To This" (1970), inciso dal medesimo organico. Vibrante l'apertura in chiave rock'n'roll di "Drive Me", in una raccolta ancora intessuta di sapori diversi, fino al blues acustico. Tra i dieci pezzi si segnalano "The Squirreling Must Go On", uno strumentale dominato in lungo e largo dalla focosa chitarra di Abrahams, la martellante "Worry" e la conclusiva "Send Your Son to Die", con la bella performance del sax in uno schema tiratissimo. Il flauto di Lancaster nella dinamica "Variations on Nainos" ricorda davvero certe cose dei Tull, ma il momento più ambizioso è "San Francisco Sketches", minisuite in quattro parti tra jazz e rock, che scorre tra pause e fiammate, ancora coi fiati in evidenza e le voci corali. Meno intriganti in confronto le brevi parentesi blues, come "Long Bomb Blues". I due dischi vendono molto bene, ma Abrahams se ne va e nonostante i nuovi arrivati, come Peter Banks, il gruppo si sfalda. Il chitarrista fonda una sua band e realizza quindi numerosi dischi da solista, a partire dal 1971: dettagli nel sito ufficiale . Ristampe BGO.

"Ahead Rings Out"

  Blonde On Blonde   - Dal Galles arriva questa band di Newport (Casnewydd in gallese), messa insieme nel 1967 come trio e il nome rubato a un celebre disco di Bob Dylan: insieme al batterista Les Hicks ne fanno parte Gareth Johnson (chitarra, liuto e sitar) e Richard Hopkins (basso e tastiere). Dopo il trasferimento a Londra, entra in organico il cantante e chitarrista Ralph Denyer che compare nel primo singolo "All Day All Night"/"Country Life" (1968), pubblicato dalla Pye. La mistura di psichedelia, folk e prog si conferma anche nell'album d'esordio "Contrasts" (1969): dodici tracce in gran parte originali, oltre a due cover da Beatles ("Eleanor Rigby") e Robin Williamson ("No Sleep Blues"). La chitarra solista di Johnson è spesso protagonista ("Conversationally Making the Grade" ad esempio, e poi "I Need My Friend"), ma anche organo e basso si fanno notare, insieme al liuto ("Regengy"). Trascinante l'apertura di "Ride With Captain Max", con la voce di Denyer nelle pause acustiche, ma il chitarrista domina la scena. La melodia trionfa nella ballata folk "Goodbye", con le tastiere di Hopkins sotto la voce, mentre "Mother Earth", con sitar e organo, ricorda i Traffic, e il flauto connota "Island On an Island". Denyer firma e canta in coda la malinconica "Jeanette Isabella". Nel successivo "Rebirth" (1970), pubblicato dalla Ember dopo la partecipazione del gruppo al secondo Festival di Wight, il valido cantante David Thomas subentra a Denyer (che si unisce agli Aquila) e il quartetto appare maturato nel repertorio e più compatto. Splendido l'attacco di "Castles in the Sky", con la linea melodica al centro di un tema ipnotico, mentre tra i pezzi forti c'è senza dubbio "Circles", con il drumming che sostiene ad arte la voce e la chitarra di Johnson, dai riff molto incisivi. "Hearth Without a Home" si fa notare anche per gli effetti speciali, e "Time is Passing" è una bella canzone, innervata ancora da breaks di batteria e inserti di chitarra acustica: una costruzione inconsueta ma efficace, specie per il gran lavoro alla batteria di Hicks, come si nota pure in "Broken Hours". Se l'epilogo di "You'll Never Know Me/Release" è costruito su pianoforte e organo, la più lunga "Color Questions" si regge sulle dinamiche sgroppate del duo ritmico e i numeri ad effetto del chitarrista, con il canto sempre adeguato di Thomas, e il basso di Hopkins che sale al proscenio nella tiratissima seconda parte: un grande esempio di prog psichedelico e un disco eccellente da rivalutare. Hopkins lascia poco dopo, sostituito da Graham Davies, e con il terzo album "Reflections On a Life" (1971), seppure ben suonato, cambia tutto. C'è qualche brano psichedelico giocato sulle voci ("Love Song"), o crescendo di buona atmosfera come "Chorale (Forever)", ma soprattutto blues poco originali ("Bar Room Blues" o "The Bargain"), con prevalenza di chitarre acustiche e richiami al folk-rock americano ("Ain't It Sad Too"). Il disco insomma delude, nonostante qualche traccia ambiziosa con effetti elettronici, ad esempio "No 2 Psychological Decontamination Unit". Poco per lasciare il segno, infatti il disco non ha successo e il gruppo si scioglie nel 1972. Ristampe in CD e vinile.

"Rebirth"

"Castles in the Sky"

  Bloque   - Gruppo spagnolo che si forma nel 1973 a Santander (Cantabria), i Bloque sono autori di alcuni buoni dischi a cavallo di Settanta e Ottanta. Dopo l'esordio omonimo del 1978, stilisticamente incerto tra lente ballate ("Abelardo y Eloisa"), canzoni ("La libre creacion"), inserti dark e sperimentali ("Conociendo a Abraxas") e robuste sterzate rock di taglio americano ("Undecimo poder" e "La noche del alquimista"), la band ispanica sembra dare il meglio solo nei due dischi che seguono. In effetti "Hombre, tierra y alma" (1979) ci mostra un quintetto finalmente allineato con gli umori prog del decennio, senza i tipici riferimenti al flamenco di altre formazioni iberiche. Nel solco di sonorità sinfoniche, invece, i Bloque fanno valere un vivace talento melodico che rende l'album sempre gradevole e mai pesante, grazie anche al lavoro incrociato di due validi chitarristi come Juanjo Respuela e Sixto Ruiz. Sono tredici segmenti, spesso brevissimi, legati a formare brevi suites: la corposa presenza delle tastiere di Juan Carlos Gutierrez, sin dall'iniziale "Humanidad indefensa", e la chitarra elettrica sono il fulcro della musica, insieme alle incisive parti vocali. Tra i momenti migliori spiccano "El llanto del poeta", con un coro infantile molto efficace di supporto e le chitarre sempre in evidenza, ma anche tumultuosi temi ritmici come le due parti di "El infierno esta aqui?", intervallate dal pacato suono del violoncello di "Una possibilidad". A parte alcune parentesi dominate dal synth, come le due misteriose "Meditation", vanno segnalate "El verdadero silencio parte I", con l'intensa voce solista e notevoli spunti di chitarra, e la finale "Por fin he vuelto a ti", traccia strumentale che riecheggia arie folk cantabriche. Il terzo album, "El hijo del alba" esce nel 1980: la produzione è più accurata, ma non aggiunge nuovi elementi. Ancora suonato con bella compattezza e la consueta energia, il disco allinea molti spunti interessanti, come "Danza del agua", dominata dalle tastiere sinfoniche di Gutierrez, o il grintoso rock chitarristico di "Quimerica laxitud", ma nella seconda parte eccede nella ripetizione di alcuni temi, per quanto brillanti: è il caso della quattro parti di "El silencio de las esferas", ad esempio. Non arrivando il successo sperato, comunque, la band cantabrica si sfalda nel 1983, due anni dopo l'uscita del quarto e ultimo album, "Musica para la libertad". Infine, nel 1999 viene pubblicato anche il live "En directo", frutto di una effimera riunione del gruppo. Varie le ristampe disponibili, anche in vinile: da Chapa e Si-Wan.

"Hombre, tierra y alma"

  Bonfire   - Questo gruppo olandese, spesso ingiustamente dimenticato nelle cronache prog degli anni Settanta, arriva da Bergen op Zoom, nel Brabante, dove si forma nel 1974, e realizza un solo album nella sua breve esistenza. Un vero peccato, poiché "Bonfire Goes Bananas" (1975) ci presenta una musica decisamente intrigante e già matura, senz'altro meritevole di un seguito. Il classico quartetto (chitarra/flauto, tastiere, basso e batteria) inanella sei pezzi interamente strumentali, in un vivace stile rock-fusion con echi di Canterbury, grande equilibrio nei passaggi strumentali e soprattutto un affiatamento davvero notevole. Caratteristica principale dei Bonfire sembra l'estrema varietà ritmica che connota un po' tutto il materiale: lo dimostrano episodi emblematici quali "Contrast" e soprattutto "Circle", con l'indiavolata chitarra di Eugene Den Hoed protagonista all'interno di uno schema aperto davvero stimolante, con il piano elettrico a fare da sponda. Al contrario, l'apporto del flauto nel più malinconico "Vuurstaal", unitamente al pianoforte, richiama da vicino le morbide atmosfere dei connazionali Focus dei tempi migliori. In linea generale, la band ha dalla sua un interno dinamismo, con la chitarra solista e le tastiere di Frank Witte in primo piano a comporre e scomporre continuamente le tracce sonore. La personalità del quartetto olandese si esprime ancora più compiutamente nella lunga suite in cinque parti "The Sage of the Running Nose", che rispetta anche nel buffo titolo questa felice predisposizione a un rock eclettico, suonato con brio e grande talento, trascinante quanto imprevedibile: eleganti parti di pianoforte si avvicendano a sterzate ritmiche guidate dalla chitarra, dal piano elettrico e dalla mordente sezione ritmica, in un impasto strumentale che non perde mai d'interesse. Dopo un primo scioglimento, il tastierista riformò la band nel 1980 con altri elementi, ma il tentativo di cambiare rotta inserendo anche parti liriche nella musica non suscitò interesse e del gruppo si persero definitivamente le tracce. Il loro unico disco è comunque degno del massimo rispetto, senza dubbio da recuperare. La ristampa in CD a cura della Pseudonym aggiunge alla scaletta originale quattro bonus-tracks.

"Bonfire Goes Bananas"

  Emmanuel Booz   - Protagonista originale degli anni Settanta, l'irrequieto beatnik Emmanuel Booz (Versailles, 1943) ha sempre oscillato in maniera creativa tra la tradizione della Chanson d'oltralpe e i fermenti del rock progressivo. Dopo un 45 giri ispirato ai Vangeli ("Le mont des oliviers"), il musicista realizza con l'album "Au restaurant d'Alice" (1969) la versione francese di "Alice's Restaurant" di Arlo Guthrie, folk-singer americano che partecipa alla registrazione londinese di un disco passato però inosservato, nonostante il film di Arthur Penn uscito nello stesso periodo. Benvoluto dal celebre Léo Ferré, col quale spesso si esibisce dal vivo, Booz si fa conoscere con altri singoli e finalmente nel 1974 pubblica un disco come "Le jour où les vaches..." che esprime la sua forte personalità. I testi denunciano i rischi legati all'inquinamento ambientale, con toni apocalittici soprattutto in "Réveillons-nous, réveillez-vous", che snocciola cifre e dati inquietanti sul futuro della terra. Ci sono momenti desolati ("Je ne peux rien te dire"), di grande lirismo a tratti, ma più spesso pervasi da una certa tensione che domina tutta la sequenza: prima il crescendo drammatico sulla voce, le percussioni e gli archi di "Donne", quindi "L'homme aux mille clés d'or", di sinistra atmosfera tra pause e riprese, fino all'epilogo dolente di "Nous les enfants", sempre con la voce solista in primo piano tra gli archi e il flauto. Dopo il singolo "Chanson Liberté" (1975), l'artista pubblica un album intitolato "Clochard" () nel 1976. Otto tracce dedicate al nomadismo e all'individualismo che trionfa nella società odierna: un tema al solito declinato in toni quasi profetici, come nell'attacco solenne di "Un jour vous partirez", col canto ispirato assecondato dalla chitarra elettrica, oppure in maniera più essenziale e aspra, nel caso della mordace title-track. In generale, comunque, il reparto musicale garantito da tre componenti del gruppo Clearlight, è molto più incisivo: tra i picchi del disco ci sono ad esempio la splendida "Assis sur les trottoirs de ma ville de province", con un suggestivo crescendo sinfonico sul synth (ondioline), e poi la nervosa "Ma vie est bien comme ça", con la chitarra graffiante di Yves Chouard sugli scudi nel pezzo più francamente rock della sequenza. Nel più classico stile degli chansonnier si segnala invece "La chanson du pendu", grande ballata per sola voce e chitarra, mentre l'epilogo avvolgente di "100 mille ans" prova a coniugare le due anime dell'artista, con il pianoforte, il violino e il sax intorno alla voce. Il successivo e ultimo disco "Dans quel état j'erre" esce nel 1979, ed è sicuramente il lavoro più aggressivo e ambizioso di Booz: tre soli brani, cominciando con la lunga "Ode aux rats", che tra chitarre lancinanti e ritmi tiratissimi illustrano il degrado e la tensione sociale della banlieue parigina. Il canto sempre esasperato dell'artista domina anche "La symphonie catastrophique" e quindi "Armoire et persil", episodi mordenti, musicalmente in bilico tra rock duro e fusion, con chitarre e synth in prima fila. Sorprendente e modernissimo per certi versi, l'album a volte eccede nei toni e nel dosaggio, pur mantenendo sempre vivo l'interesse dell'ascoltatore per l'intensità della proposta. Sempre alla ricerca di nuovi stimoli, Booz inizia poi a lavorare nel cinema come sceneggiatore per Fabien Onteniente e come attore in film di Claude Chabrol e Roman Polanski. Ristampe a cura della Musea con bonus-tracks.

"Clochard"

"Assis sur les trottoirs de ma ville de province"

  Brainbox   - Una delle prime formazioni olandesi a emergere dal ricco crogiuolo musicale degli anni Sessanta, i Brainbox nascono ad Amsterdam nel 1968, quando il giovane e talentuoso cantante Kazimierz Lux, di origini polacche, viene in contatto con il chitarrista Jan Akkermann e il batterista Pierre van der Linden, entrambi con varie esperienze alle spalle nel pop olandese. Reclutato anche il bassista André Reynen, nel 1969 il gruppo realizza prima il singolo "Down Man" / "Woman's Gone", e poco dopo l'album di debutto omonimo (). È una vibrante raccolta di sette pezzi in bilico tra blues e folk-rock assemblate con spezie proto-prog, che si fa apprezzare per la buona qualità tecnica e l'audacia di certi accostamenti stilistici. In realtà i brani originali sono solo un paio, accanto a ben cinque cover, ma la band sa personalizzare a dovere anche celebri hits come "Scarborough Fair" (di Simon e Garfunkel), in una dimensione folk sottolineata dal flauto, e la celeberrima "Summertime" di Gershwin, riletta in una bella chiave rock: la duttile voce di Lux è il cuore di queste versioni, segnate spesso dal virtuosismo di Akkerman, strumentista di fulgido talento in ogni contesto. Lo si vede bene nel classico blues "Reason to Believe" (da Tim Hardin), con il canto solista assoluto protagonista insieme alla chitarra. A fare la differenza, comunque, sono i due episodi firmati dalla band: il primo è "Dark Rose", splendido esempio di rock-blues elettrico guidato da una chitarra tagliente e dal ritmo nervoso intorno alla voce poliedrica di Lux, con ficcanti inserti di flauto (Tom Barlacher) a condire la ricetta. Più variegata è la sterminata traccia finale, "Sea of Delight", che parte in sordina e poi deflagra in una jam selvaggia che esalta ancora la chitarra pirotecnica di Akkerman. Grande anche il lavoro di Van Der Linden, abile a sottolineare il carattere totalmente free del pezzo, dominato da una tensione sottile che lievita per gradi, tra pause e trascinanti progressioni. Il seguito è una storia molto confusa: Akkerman e il batterista vanno a formare i Focus, e l'organico cambia più volte. Tra il 1970 e il '71 escono una serie di singoli di grande successo, come "Smile" o la più sanguigna "Doomsday Train", poi inclusi nella compilation "The Best of Brainbox" (1971), quindi anche Lux se ne va. Solo nel 1972 un secondo album intitolato "Parts" viene realizzato da un quartetto nuovo di zecca: al posto di Lux c'è il cantante Michel van Dijk, e ora il chitarrista è Ronnie Meyes, ma nonostante la qualità dei musicisti si tratta di un disco frammentario, senza personalità. Morbide ballate come "Part of Me is a Part of you", costruita sul pianoforte di Robert Verwey, si alternano a sanguigni rock chitarristici ("A Face" o "Dilemma"), con parentesi folk-rock non troppo convincenti ("What it's All About"), episodi incomprensibili ("Drum and Thunder Suite"), o strumentali pianistici fuori contesto ("Another Part"). L'insieme ha l'aria di un collage malriuscito, dove le singole tessere non compongono mai un vero mosaico. Dopo il primo scioglimento, la band si è riforma negli anni Ottanta e poi nel 2003, producendo solo l'album live "The Last Train" (2004). Infine, nel 2011 Akkerman, Lux e Van der Linden si ritrovano per realizzare "The 3rd Flood". Tra le varie ristampe si segnala il box della Universal (2014) che riunisce i primi due dischi.

"Brainbox"

  Brainchild   - Spesso dimenticato tra le molte proposte inglesi dei primi anni Settanta, Brainchild è un gruppo responsabile di un solo album uscito proprio nel 1970 su etichetta A&M: "Healing Of the Lunatic Owl" (). Si tratta di un settetto che include ben tre fiatisti, secondo i dettami del cosiddetto Brass Rock, sottogenere di buona fortuna all'epoca, che trionfa nell'apertura brillante di "Autobiography", con ottoni e sax in evidenza. Tuttavia è giusto sottolineare che le otto tracce del disco offrono sapori più eterogenei, già in chiave progressiva, che dimostrano qualità tecnica e una capacità compositiva di tutto rispetto. La lunga "A Time A Place", forse il momento migliore della sequenza, allinea ad esempio ottime parti vocali, in uno schema aperto e circolare che si regge, certo, su flauto, sax e tromba, ma incorpora le sapide variazioni della chitarra di Bill Edwards e dell'organo di Chris Jennings, sulla base di un'agile sezione ritmica. Il flautista e sassofonista Brian Wilshaw è spesso protagonista della sequenza: ad esempio nel delicato attacco per flauto e organo della title-track, poi articolata nel consueto schema dinamico e mordente, con tromba e chitarra elettrica che si fanno notare. Di grande effetto anche la malinconica "Sadness Of a Moment", costruita con perizia su flauto e chitarra acustica intorno al canto, mentre "Hide From the Dawn", scandita a dovere dal basso di Harvey Coles dall'organo, col contrappunto intrigante del sax è un altro momento che lascia il segno, come pure la briosa "She's Learning", quasi un funky-jazz dal ritmo serrato sui fiati, con l'organo e il basso sugli scudi. Lo strumentale "To 'B'", giusto in chiusura, è una breve ma spumeggiante jam in pieno clima jazz, guidata ancora da un flauto magistrale in un raffinato gioco di sovrapposizioni e godibili variazioni sugli ottoni, con la chitarra ritmica in appoggio che rilancia continuamente il tema principale. In generale, è abbastanza singolare che i Brainchild siano rimasti così a lungo nell'oblio, perché è uno dei primi e più riusciti tentativi di mescolare fecondamente il pop fiatistico di taglio americano (Chicago e Blood, Sweat & Tears su tutti) con sonorità più innovative: un tentativo che all'epoca non venne premiato. Dopo un ultimo 45 giri nel 1971, "The Cage"/"Autobiography", la band si disperde infatti senza lasciare traccia. Ristampe di Second Harvest e Aurora Records, quest'ultima con l'aggiunta del brano "The Cage", non incluso nell'album.

"Healing Of the Lunatic Owl"

  Brainstorm   - Gruppo tedesco di Baden-Baden, i Brainstorm prendono corpo nel 1972 come evoluzione diretta di una band chiamata Fashion Pink, nella quale fin dal 1969 già suonavano Roland Schaeffer (fiati, chitarre, basso e voce) con Eddy von Overheidt (tastiere e voce), più Rainer Bodensohn (flauto e basso) e il batterista Joachim Koinzer. Scritturati infine dalla Intercord, realizzano l'album "Smile a While" (1972) che subito li segnala come una delle punte più originali del Krautrock: il disco è diviso in otto segmenti che richiamano il Canterbury Sound (come l'attacco di "Das Schwein Trügt"), ma anche il genio irriverente di Frank Zappa ("Snakeskin Tango"), all'insegna di un jazz-rock brioso e inventivo, piuttosto cerebrale. A parte sporadiche parti vocali, il meglio consiste nell'utilizzo di tempi irregolari, tipicamente jazz, con basi armoniche complesse dominate dai fiati di Bodensohn e del poliedrico Schaeffer (sax soprano e tenore, flauto, clarinetto), oltre che dall'organo, sul filo di una ricetta sonora mai scontata. La lunga suite del titolo mostra in pieno le qualità del quartetto: ficcanti parti di flauto e sax, sostenute da una base ritmica affilatissima e spesso trascinante, con l'organo di Von Overheidt che trova sonorità distorte. Non mancano brillanti sterzate verso un rock acido per chitarra e voci sopra le righe ("You Are What's Gonna Make It Last"), ma sono le parti strumentali di "Zwick Zwick" e dell'altra suite "Bosco Biati Weiß Alles" a fare del disco un gioiello della scena tedesca dei primi Settanta. Con l'aggiunta di un bassista di ruolo come Enno Dernov i Brainstorm realizzano prima il singolo "You're the One/Das Schwein Trügt", e quindi il secondo album "Second Smile" nel 1973. La musica del quintetto si mantiene sugli stessi livelli, anche se forse più ponderata rispetto al debutto, con una certa estensione delle parti vocali, fino al recitativo di "Marilyn Monroe". Si segnalano il rilassato episodio acustico di "Herbst", dominato dal flauto, il tumultuoso free-jazz di "There Was a Time...", e quindi "Affenzahn", ennesimo manifesto di uno stile camaleontico e imprevedibile, fitto di spunti incrociati tra flauto, chitarra elettrica e tastiere, con la sezione ritmica sempre protagonista. In "My Way" si ascolta l'organo atmosferico di Von Overheidt, che nell'iniziale "Hirnwind" si destreggia anche al mellotron. Nonostante le indubbie qualità esibite, i Brainstorm non trovano troppo credito e si sciolgono nel 1975. Roland Schaeffer milita in seguito nei Guru Guru dal 1975 al 1982, e colleziona poi svariate collaborazioni. CD di Germanofon, Musea e Garden of Delights. .

"Smile a While"

  Brainticket   - Vera multinazionale del prog europeo, i Brainticket nascono nel 1968 a Basilea, in Svizzera, su iniziativa del tastierista e flautista belga Joel Vandroogenbroeck, che già suonava jazz con Ron Bryer (chitarra) e Wolfgang Paap (batteria). E' nel sud della Germania che il gruppo si stabilizza, reclutando tra l'altro il batterista di origine sarda Cosimo Lampis e la cantante inglese Dawn Muir. Per la Bellaphon esce quindi "Cottonwoodhill" (1971): è uno dei dischi più acidi del periodo, d'impronta psichedelica e sperimentale, dominato dall'organo di Vandroogenbroeck fin dall'iniziale "Black Sand", dove all'incedere ipnotico si aggiungono voci filtrate e spunti ad effetto della chitarra di Bryer. In "Places of Light" su questa base costante s'innestano anche il flauto e la voce femminile, ma indubbiamente sono le tre parti di "Brainticket" a lasciare il segno: sul tappeto di un organo ossessivo, vetri in frantumi, campane, trapani ed effetti assortiti si susseguono per quasi mezz'ora, insieme alla voce sensuale e stravolta della Muir, soprattutto in "Brainticket-Part Two". Il risultato è disturbante e insieme coinvolgente. Il bassista Werner Frohlich e Lampis vanno poi a formare i Toad, mentre Vandroogenbroeck e gli altri approdano in Italia, suonando in alcuni festival pop come quello di Caracalla, a Roma (Maggio 1971). La band collabora con i Living Music di Gianfranca Montedoro, e nel 1972 realizza infine con la Durium l'album "Psychonaut" (): vi partecipano il chitarrista Rolf Hug e la nuova cantante Jane Free. La sequenza è più articolata e meno devastante, con richiami evidenti al Krautrock: si segnalano "Watchin' You", scandito da riff di organo e chitarra che poi si aprono sul tema melodico, con inserti di sitar in coda, e anche "Like A Place in the Sun", dove l'organo sembra duettare con la voce femminile. Di buon impatto la progressione incalzante di "Coc'o Mary", dominata da percussioni, organo e flauto, mentre in chiave più esotica, con flauto, sitar e percussioni protagonisti, è l'attacco di "Radagacuca". Il meglio però sta in due brevi episodi come "One Morning", cullato da pianoforte e percussioni, con le voci trasognate in primo piano, e "Feel the Wind Blow", delicata fantasia folk per chitarra acustica, flauto e il canto di Jane Free. Subito dopo i Brainticket si riducono a trio con Vandroogenbroeck, il percussionista svizzero Barney Palm e l'americana Carole Muriel (voce, synth, sitar), per realizzare "Celestial Ocean" con la RCA (1973). Ispirato al libro egiziano dei morti, è un viaggio spazio-temporale tra richiami storici e fantasie "postmortem", attraverso una musica in gran parte elettronica, prossima ai cosmici tedeschi. Salgono al proscenio synth e generatori, tra voci e segnali misteriosi ("The Space Between"), suggestioni esotiche a base di percussioni, flauti e sitar ("Egyptian Kings" e "Jardins"), o evocative parti di pianoforte ("Visions"). Il brano "To Another Universe" è una buona sintesi di questo disco spesso audace ma disuguale, che alterna spunti originali ad altri francamente prolissi. La band dell'irrequieto Vandroogenbroeck si ripresenta poi negli anni Ottanta con due dischi autoprodotti: sono "Adventure" (1980) e "Voyage" (1982). Infine nel 2000 è stato pubblicato "Alchemic Universe". Altre notizie qui.

"Psychonaut"

  Bram Stoker   - Fantomatica formazione inglese, intitolata all'autore di "Dracula", romanzo epistolare del 1897 che impose la figura del celeberrimo vampiro, i Bram Stoker sono titolari di una sola incisione, "Heavy Rock Spectacular", realizzata nel 1972 per la Windmill. Un nome davvero molto appropriato, quello del gruppo, poiché dalla fitta tenebra che ha circondato il gruppo per anni era emerso solo il nome del tastierista Tony Bronsdon. Solo in tempi recenti si sono conosciuti i nomi degli altri tre componenti: John Bavin (basso), Pete Ballam (chitarra) e Rob Haines (batteria). Si tratta, verosimilmente, di quattro turnisti attivi nel circuito dell'underground britannico, che dimostrano comunque una certa abilità strumentale nelle otto tracce del disco: il loro è infatti un progressive di buona fattura, dominato dall'organo di Bronsdon, ma con lunghi inserti di chitarra ("Born to Be Free"), e parti vocali più defilate. Prevalgono i timbri gotici, come nello strumentale "Fast Decay", con un ruolo attivo del basso e la ritmica pulsante che bilancia le continue variazioni dell'organo, o marcatamente dark, come "Blitz", scandita dal cupo rullìo delle percussioni, fino alla bella chiusura di "Poltergeist", dove la voce solista si fa enfatica sullo sfondo di sonorità notturne. Molto efficaci anche "Ants", vivace combinazione tra l'organo e una sezione ritmica sempre in primo piano, e poi la lunga "Fingals Cave", una fantasia ricca di spunti e cambi di tempo, dove il tastierista mostra tutta la sua verve, ben assecondato dalla chitarra solista di Ballam in un clima aperto all'improvvisazione. Senza toccare i vertici di nomi musicalmente affini (in primis i Nice di Keith Emerson) il disco dei Bram Stoker mantiene un gradevole tono complessivo, grazie soprattutto alle fascinose trame dell'organo Hammond. Ristampato in CD da Black Widow, Akarma e Audio Archive, quest'ultima con diversa copertina e sotto il titolo "Schizo-Poltergeist".

"Heavy Rock Spectacular"

  Pete Brown & Piblokto!   - Pete Brown (n. 1940) è un estroso poeta inglese che, oltre a scrivere e recitare versi, comincia nei primi anni Sessanta a frequentare personaggi musicali come Graham Bond, e poi Jack Bruce e Ginger Backer dei Cream, coi quali collabora alla stesura di alcuni testi, ad esempio per la celebre "Sunshine of Your Love". Nel 1968 forma il suo primo gruppo e col nome di Pete Brown & His Battered Ornaments realizza "A Meal You Can Shake Hands With in the Dark" (1969), un album di vivace rock psichedelico dove canta e suona con musicisti quali Dick Heckstall-Smith (dei Colosseum). Estromesso poco dopo dal gruppo, Brown mette su un'altra band dal bizzarro nome di Piblokto! (termine riferito a una forma di isteria diffusa tra gli eschimesi) con la quale firma i suoi dischi migliori. Il primo è "Things May Come and Things May Go, But the Art School Dance Goes on for Ever", uscito nel 1970: l'attacco della title-track è un rock intrigante, coi fiati e le chitarre intorno al canto di Brown, in un impasto piuttosto eclettico. In realtà la scaletta offre diversi momenti di pacata introspezione, come "Someone Like You", scritta per Marianne Faithful, quindi "High Flying Electric Bird", col mellotron e il sax soprano di Dave Thompson in evidenza, o anche la suggestiva "Firesong", con l'harmonium sotto la voce e un andamento da vecchia ballata folk, sviluppata su una vera poesia del cantante, come pure nella più acida "Then I Must Go and Can I Keep". Un rock dal riff semplice ma efficace come "Walk for Charity, Run for Money" diventò un hit in Francia, mentre "Golden Country Kingdom" è una canzone d'amore dal ritornello accattivante e nel sigillo di "Country Morning" il binomio organo-chitarra crea intorno alla voce un'atmosfera sospesa di buon effetto. Subito ben accolti dalla critica dell'epoca, Brown e soci si ripetono ancora nel 1970 con "Thousands on a Raft" (). È un disco anche migliore, forse meno sperimentale, ma con squarci rock più vigorosi fin dall'apertura splendida di "Aeroplane Head Woman", dominata dalla incisiva chitarra di Jim Mullen in stretta combutta con l'organo caldissimo di Thompson. Non è certo da meno la più lunga "If They Could Only See Me Now", sempre all'insegna della chitarra elettrica e dell'organo, vera colonna portante del suono-Piblokto, e che nel testo suona come una frecciata ironica di Brown al suo vecchio gruppo (i Battered Ornaments) che lo aveva messo da parte dopo il primo album. Di buon livello e ben suonato anche il resto della sequenza. Se "Highland Song" è una sorta di sterminata jam chitarristica di Mullen, che mostra indubbio talento e versatilità espressiva, e "Got a Letter From a Computer" vale come conferma, il gioiellino della raccolta è sicuramente "Station Song Platform Two", un accorato manifesto di solitudine e malinconia, con il piano, l'organo e il mellotron grandi protagonisti intorno a un canto solista sempre più convincente, come dimostra appieno la bella title-track di chiusura. Il gruppo si sfalda nel 1971, e Brown torna a collaborare con Graham Bond prima di registrare l'album "The 'Not Forgotten' Association" (1979), raccolta di sue poesie recitate. Dopo un lungo silenzio si riaffaccia quindi negli Ottanta, quando esce il disco "Party in the Rain", firmato insieme a Ian Lynn. Ristampe a cura di Emi e Repertoire.

"Thousand on a Raft"

  Bubu   - Questo gruppo di Buenos Aires ha realizzato uno dei dischi più belli nella storia del rock argentino, assolutamente da recuperare. Singolare la genesi del progetto: il sassofonista Wim Fortsman e Daniel Andreoli si conoscono suonando nei Sion, finché quest'ultimo, ancora studente di conservatorio, comincia a comporre le musiche per un disco futuro. Solo in seguito vengono reclutati i musicisti adatti allo scopo, che formeranno i Bubu e incideranno l'unico album della loro breve storia: "Anabelas" (1978). Composto di tre lunghi brani, il disco mostra un originale impasto di riferimenti colti e spunti di prog sinfonico, miscelati con un'attitudine fusion brillante e innovativa. Il settetto argentino imbastisce un viaggio sonoro che poggia soprattutto sul violino di Sergio Polizzi, il sax di Fortsman e il flauto di Cecilia Tenconi. La musica che ne risulta è così ricca che quasi non ci si accorge che mancano le tastiere: basta ascoltare la suite iniziale "El cortejo de un día amarillo", divisa in due parti, che palesa la grande preparazione di una band di notevole eclettismo, tra pause atmosferiche, brillanti breaks chitarristici (Eduardo Rogatti) e una sezione ritmica inesausta che rilancia i temi in successione. Aperta da un coro evocativo, "El viaje de Anabelas" si muove poi sulle note di un violino intrigante che trascina con sé i fiati in un altro episodio di cangiante bellezza, scandito dal basso pulsante, dove fa la sua parte anche la buona voce solista di Petty Guelache. Si apprezza soprattutto il piglio esecutivo dei musicisti, sempre brioso e imprevedibile, nonostante la complessità della partitura firmata da Andreoli. Splendido anche l'attacco di "Sueños de maniquí", con il canto solista in primo piano, e poi incanalato verso un affilato jazz-rock dalle tinte sempre mutevoli, con fiati e chitarra ancora protagonisti. Ambiziosa ma sapiente mescolanza di stili diversi portati a una piena fusione, "Anabelas" rimane una sorta di picco espressivo nella pur ricca stagione del progressive argentino dei Settanta. Purtroppo, nel disordine sociale che attraversa l'Argentina del periodo, il gruppo si disperde prima di poter dare un degno seguito a un esordio di questo livello. La ristampa in cd è curata dalla Emi-Odeon.

"Anabelas"

  Buon Vecchio Charlie   - Formato a Roma nel 1970, il Buon Vecchio Charlie appartiene alla schiera dei gruppi italiani meno fortunati dal punto di vista discografico. Con il cantante e chitarrista Richard Benson (di origine inglese) la formazione in realtà registrò alcuni pezzi presso gli studi "Suono" di Mestre nel 1972, ma l'album progettato, stranamente, vide la luce solo nel 1990. Riascoltato oggi, il disco omonimo del sestetto mostra una discreta personalità, anche se alcune sbavature rendono l'insieme meno convincente di quanto avrebbe potuto essere con una produzione più accorta. L'attacco di "Venite giù al fiume" è un trascinante rock con influenze folk e disinvolte citazioni classiche (dal "Peer Gynt" di Edvard Grieg), guidato dal flauto ficcante e dal sax di Sandro Cesaroni, con frequenti cambi di tempo e lunghi soli chitarristici di Luigi Calabrò: per quanto frammentaria, è una jam dinamica di grande effetto, specie quando l'organo di Sandro Centofanti sale in cattedra con fraseggi che lasciano il segno. Qui, come nel più atmosferico episodio "Evviva la Contea di Lane", non convince la voce solista di Benson: il suo timbro trasognato non nasconde l'ingenuità disarmante delle liriche, un difetto comune a molto prog italiano dell'epoca. Il tessuto strumentale ribadisce invece la buona vena al sax di Cesaroni, affiancato da un organo avvolgente dall'impronta psichedelica. Pregi e difetti si confermano nella lunga suite in cinque tempi intitolata "All'uomo che raccoglie i cartoni": momenti di forte impatto strumentale dai colori drammatici ("Prima Stanza"), con organo, sax e chitarra solista ancora sugli scudi, si alternano a deboli parti vocali. Gli spazi di chitarra acustica e dei fiati, gli spunti dell'organo e il lavoro vagamente jazz della sezione ritmica ("Terza Stanza"), denotano comunque le qualità di una formazione tecnicamente dotata pur all'interno di un disco ancora acerbo nei suoi equilibri. Centofanti entra poi nei Libra, mentre il vulcanico Benson (scomparso nel 2022) si è fatto notare per i suoi eccentrici programmi televisivi sul rock e ha realizzato due album da solista: "Madre tortura" nel 1999 e "L'inferno dei vivi" nel 2015. Inoltre compare nel film di Carlo Verdone "Maledetto il giorno che t'ho incontrato" (1992). Luigi Calabrò, il batterista Rino Sangiorgio e il bassista Paolo Damiani dettero vita invece, con altri elementi, al gruppo jazz-rock Bauhaus, il cui unico disco "Stairway to Escher", registrato nel 1974, è stato edito solo postumo da Akarma. La stessa etichetta ha ristampato l'album del Buon Vecchio Charlie con diversa copertina e l'aggiunta di due canzoni estratte dal lavoro solista del cantautore Beppe Palomba, "A Rosa, a Giovanna e alle altre" (1972), nel quale suonano alcuni membri del gruppo.

"Buon Vecchio Charlie"

  Byzantium   - Gruppo minore della scena inglese, i Byzantium nascono a Londra nel 1970. Il batterista Steve Corduner e il produttore Jamie Rubinstein suonavano nell'unico album degli Ora (1969), mentre il nuovo quartetto che realizza l'album "Byzantium" nel 1972 si completa con Robin Lamble (basso), Chas Jankel (chitarra e tastiere) e l'altro chitarrista Nico Ramsden. Per il pubblico del prog è però un disco deludente: otto tracce di pop-rock melodico e suggestioni folk, con le voci spesso corali in primo piano insieme alle chitarre, e tastiere sporadiche. Lo si vede nell'apertura di "What Is Happening?" o nella briosa "Baby I Can Hear You Calling Me", brani ben suonati ma lontani dalle ambizioni del prog-rock del tempo. A tratti balzano in primo piano i fiati ("Lady Friend"), o intervengono pesanti arrangiamenti orchestrali, come in "I Am Stranger to My Life" o nella lunga chiusura di "Why or Maybe It's Because", stavolta col pianoforte in evidenza. L'insieme, seppure ben confezionato, sa molto di anni Sessanta, e solo nel successivo "Seansons Changing" (1973), col nuovo chitarrista Mike Barakan, il gruppo abbraccia sonorità più varie. Le chitarre sono ancora protagoniste fin dall'attacco brillante di "What a Coincidence", e poi nel country-rock di "October Andy", ma ci sono anche ballate per pianoforte come "Show Me The Way", o la più mossa "I'll Always Be Your Friend", con le voci corali s'un ritmo vivace. Il meglio sta nella suite in tre parti "Something You Said": inediti suoni di sintetizzatore e chitarre ad effetto convivono nel primo segmento, mentre "I Can See You" è un lento crescendo psichedelico sulle voci insieme a pianoforte e chitarre, e l'atto conclusivo "Morning" è un rock giocato tra chitarre acustiche, voci malinconiche e spunti sofisticati della chitarra solista. Non male, ma probabilmente il lascito più interessante dei Byzantium sta nell'album "Live & Studio", un collage di pezzi eterogenei pubblicato nel 1974, in sole cento copie, a spese del gruppo stesso, una volta interrotto il rapporto con la label A&M per le scarse vendite. Ci sono tre demo inediti della fase embrionale, come "Move With My Time", "Oh Darling" e soprattutto la bella "Flashing Silver Hope", con pregevoli intrecci chitarristici, altri brani suonati live in studio ("Cowboy Song" ad esempio), fino a registrazioni per la BBC datate 1974, come "I'll Just Take My Time". Di fatto, questa raccolta che abbraccia il periodo 1971-1974 e documenta la storia del gruppo, suona spesso più vitale degli altri due dischi, dimostrando comunque il debito dei Byzantium verso un certo folk-rock americano. L'iniziativa non produce però l'effetto sperato e in mancanza di un contratto discografico la band si scioglie nel 1975. Il chitarrista Bakaran, ribattezzato Shane Fontayne, ha collaborato con Bruce Springsteen e molti artisti americani, oltre a realizzare dischi da solista, come pure Chas Jankel, che tra l'altro ha suonato e inciso con Ian Dury. Ristampe in CD e vinile.

"Live & Studio"

"Flashing Silver Hope"