Archivio Prog

O

Brian Auger's Oblivion Express Ocarinah Odissea The Old Man & the Sea

Ophiucus Opus Opus Avantra Orange Peel Orion's Beethoven Os Mundi Osage Tribe Out Of Focus

 

 

  Brian Auger's Oblivion Express   - Virtuoso dell'organo Hammond negli anni Sessanta col gruppo The Trinity, come in "Definitely What!" (1968), Brian Auger forma gli Oblivion Express all'alba dei Settanta. Abbandonato un certo jazz-rock orchestrale tipicamente sixties che trionfava ad esempio in "Open", inciso nel 1967 con la cantante Julie Driscoll, il tastierista abbraccia il progressive rock, e l'esordio di "Brian Auger's Oblivion Express" (1970) è un genuino esempio del nuovo approccio. Bello l'attacco strumentale di "Dragon Song" (cover da J. McLaughlin), con l'organo e il basso di Barry Dean sugli scudi, vero asse portante della sequenza: dalla frizzante "The Light" fino a "The Sword", con la pirotecnica chitarra solista di Jim Mullen che punge nella trama delle tastiere. Tiratissima la finale "Oblivion Express", con la batteria di Robbie McIntosh in evidenza, mentre la lunga "Total Eclipse", con Auger impegnato tra organo e pianoforte, asseconda il tema della chitarra in uno schema compassato costruito sul basso. Segue il deludente "A Better Land" (1971), con brani costruiti spesso sulla chitarra acustica ("Dawn Of Another Day") e voci in uno stile folk-rock poco mordente: ad esempio "Trouble" e poi "On Thinking It Over", con Auger impegnato soprattutto al piano e pochi spunti degni di nota. Si salvano "Fill Your Head With Laughter", dove organo e basso tornano sugli scudi, e quindi la title-track in coda segnata dalla chitarra di Mullen. Il successivo "Second Wind" (1972), è invece l'apice del gruppo. Allargati a quintetto con il nuovo cantante Alex Ligertwood, gli Oblivion firmano sei tracce di qualità a cominciare dalla brillante apertura di "Truth". Trascinante anche "Somebody Help Us", con Auger in forma smagliante all'organo col supporto del basso e una voce solista adeguata all'insieme, come nella melodica "Just You, Just Me", tra un piano jazz e i ricami chitarristici di Mullen. Il picco è forse la scansione accattivante di "Freedom Jazz Dance", col canto protagonista e il fraseggio estroso delle tastiere: Auger è nel suo elemento e il gruppo si esalta, specie la chitarra solista. "Don't Look Away" intriga invece col suo ritmo dispari scandito da piano e basso, e la title-track per il binomio vincente di organo e chitarra. Il buon momento prosegue con "Closer To It!" (1973), nonostante diverse novità: se ne vanno il cantante e anche Mullen, rilevato da Jack Mills, mentre subentrano i percussionisti Godfrey MacLean e Lennox Langton. Fin dall'attacco di "Whenever You're Ready" l'elemento percussivo conferisce alla musica un sapore più latino e quasi funky a tratti ("Compared To What?"), sia pure innervato dagli spunti solistici. "Light on the Path" ricorda davvero Santana per lo stile chitarristico di Mills, mentre Auger si fa valere al piano elettrico in "Happiness Is Just Around the Bend", supportato dal basso pulsante. Gran lavoro del bassista e di Mills nell'epilogo di "Voices of Other Times", e non male neppure la cover di "Inner City" (di Marvin Gaye). Il successivo "Straight Ahead" (1974) accentua il lato fusion con l'innesto di Steve Ferrone alla batteria e del percussionista Mirza al Sherif. Cinque brani di atmosfera morbida e quasi psichedelica ("Bumpin' on Sunset"), ma anche francamente funky come la melodica title-track, con molto piano elettrico e vivaci echi di latin rock nella lunga "Change", con le percussioni in primo piano. Sia pure con lunghe pause, e un'ispirazione alterna nei dischi seguenti, il tastierista rimane sempre attivo. Altre notizie nel sito ufficiale.

Ocarinah_cover

"Second Wind"

"Freedom Jazz Dance"

  Ocarinah   - Originari di Oyonnax, gli Ocarinah sono un gruppo francese che in forme diverse ha operato per alcuni anni, ma solo alla fine del 1977, stabilizzatosi come trio, incide in forma privata il suo unico album, "Première vision de l'étrange" (), che verrà realizzato ufficialmente solo all'inizio dell'anno seguente. Seppure in chiaro ritardo sui fermenti maggiori del decennio, e con una produzione per forza di cose appena sufficiente, il disco lascia comunque una buona impressione complessiva: sono cinque episodi interamente strumentali, di media e lunga durata, che sviluppano sonorità in bilico tra Space-Rock e Canterbury, con tracce di jazz-rock ben distillate. Il disegno sonoro poggia essenzialmente sulle tastiere di Jean-Michel Valette, occasionalmente impegnato anche alla chitarra, ben coadiuvato però dal basso fantasioso di Marc Perdrix e dal batterista Charles Bevand, una sezione ritmica protagonista di un lavoro intensivo, dinamico e vigoroso insieme, come sempre accade nelle formazioni triangolari di questo tipo. La lunga title-track iniziale, fosca e misteriosa nel suo incedere frantumato, racchiude la cifra stilistica della band: sulla scia del sintetizzatore fioriscono lunghe progressioni ritmiche, con ipnotiche cadenze spesso intervallate da pause cariche di tensione, con il basso di Perdrix sempre abile a legare tra loro le varie fasi del pezzo. Lo schema si conferma in "M²C", con la sezione ritmica che guadagna spazio e Valette che sfodera anche la chitarra: è un brano ancora più tirato, che sintetizza bene il potere evocativo di questa musica, mentre un episodio come "Cascades" lascia affiorare serrati fraseggi d'impronta jazz tra basso e batteria che integrano a dovere il lavoro del synth. Un'atmosfera più marcatamente aliena prevale in "Cycles cosmiques", ma qui, come nella più breve "La marche inouïe de Kasar (L'homme-robot)", che chiude splendidamente la sequenza, il contributo davvero scintillante del duo ritmico evita ogni stucchevolezza: il tessuto strumentale procede invece sempre agile e cangiante, guidato dai vivaci cromatismi del synth, senza mai cadere nell'algida freddezza tipica di molte esperienze similari. Alla fine, pur senza essere un capolavoro, l'unica prova discografica degli Ocarinah merita senz'altro l'attenzione che non ebbe all'epoca della sua prima pubblicazione. La ristampa, in CD e vinile, è curata da O-Music.

Ocarinah_cover

"Première vision de l'étrange"

  Odissea   - Forse più vicini a un certo raffinato pop d'atmosfera che al progressive vero e proprio, i biellesi Odissea, in precedenza noti come Pow-Pow, entrano quindi in contatto col produttore Sandro Colombini che li porta in sala d'incisione. Il gruppo realizza così per l'etichetta milanese Ri-Fi il suo unico album omonimo (1973), da cui viene anche tratto un 45 giri, prima di rientrare nell'ombra. La musica offerta dal quintetto (chitarra, tastiere, basso, batteria e voce solista) è soprattutto molto compatta, spesso acustica, e priva di spunti solistici di rilievo, con un grande equilibrio strumentale attorno alla bella voce solista di Roberto Zola, dal timbro intimista, che interpreta liriche di sapore crepuscolare e malinconico, a tratti quasi in stile cantautorale. Degli otto brani in scaletta, con un solo episodio strumentale di sapore sinfonico ma poco riuscito, come "Crisalide", si fa notare soprattutto la struggente "Giochi nuovi carte nuove": il testo molto intenso ruota intorno al passaggio del testimone tra due generazioni, e risulta inserito a dovere nell'impasto evocativo creato dalla chitarra elettrica di Luigi Ferrari e dal mellotron di Ennio Cinguino. Nella stessa scia stilistica, sempre introspettiva e romantica, scorre il resto del materiale, a cominciare dall'efficace apertura di "Unione", sicuramente tra i momenti migliori e non a caso pubblicato anche come singolo. Tutt'altro che ingenua è la voce infantile che interroga il mondo in "Domanda", mentre "Cuor di rubino" riadatta in italiano un testo lirico di Jacques Prévert. Anche se indubbiamente certe soluzioni strumentali peccano di eccessiva timidezza rispetto al progressive italiano maggiore, e manca sempre lo spunto memorabile capace di lasciare il segno, il disco degli Odissea è molto gradevole e sicuramente da ascoltare. Nonostante la scarsa fortuna discografica, in effetti, la band piemontese ebbe una discreta attività live, culminata con l'apertura per i Genesis nel corso del loro tour italiano del 1972, ma può vantare anche una serie di concerti insieme ai Rocky's Filj ed al Banco, oltre ad una partecipazione al Festival d'Avanguardia di Mestre. Dopo il 1974, Roberto Zola lasciò i compagni per tentare senza fortuna la carriera da solista, mentre una nuova versione del gruppo ha continuato per anni a suonare dal vivo, con qualche puntata all'estero, e poi soprattutto per il cantante Michele. Ristampe in CD a cura di Vinyl Magic e della giapponese Belle.

"Odissea"

"Giochi nuovi carte nuove"

  The Old Man & the Sea   - Un'altra band danese, originaria dello Jutland, che prende corpo nel 1968. Inizialmente dediti a un semplice repertorio di covers, i cinque musicisti realizzano quindi il loro primo e unico disco omonimo() su etichetta Sonet nel 1972. Ispirato anche nei testi in lingua inglese da un racconto molto popolare nell'area baltica, il gruppo mette insieme sette tracce di pregevole hard progressive, con corposi innesti rock che bilanciano le convincenti parti vocali del cantante Ole Wedel, a partire dalla bella apertura di "Living Dead". Nel potente tessuto strumentale si distinguono anzitutto l'organo di Tommy Hansen e la chitarra solista di Benny Stanley, ma anche il basso corposo di Knud Lindhard, che punteggia a dovere la scansione del brano. Di rilievo anche "Jingoism", un episodio davvero accattivante con vivaci parti vocali e un andamento nervoso che nel mezzo include un assolo chitarristico molto acido, mentre s'un registro molto diverso si segnala la bella melodia della romantica "Princess", cantata a più voci, sempre con il piano in evidenza e improvvise accelerazioni ritmiche. L'anima più eclettica dei danesi si palesa soprattutto nelle due parti di "The Monk Song": nella prima, un attacco rock molto tirato si evolve poi in un tema atmosferico ch'esalta ancora il canto solista insieme all'organo, prima di un leggero crescendo finale valorizzato dall'intervento del flauto in una chiave vagamente jazz. Compatta e martellante, la seconda parte è invece un potente hard rock che rimarca le doti vocali di Wedel e richiama il dark prog inglese del periodo (ad esempio gli Atomic Rooster), con la chitarra che si riprende la scena assieme ai fraseggi organistici di Hansen. L'amalgama tra i cinque è notevole, così come fluida la scrittura musicale e sempre di prim'ordine il livello tecnico dei singoli interventi. La chiusura di "Going Blind", che porta la firma del bassista, regala un caldo rock-blues ricco di sfumature e le consuete armonie vocali, prima di lasciare spazio all'incisiva chitarra solista di Stanley, con flauto, pianoforte e organo che fanno da corona all'evoluzione del lungo tema chitarristico. Il disco, ancora godibilissimo, rimane un gioiellino della brillante scena prog danese del tempo. La band si disperde nel 1975, e solo nel 2003 appare la compilation "1972-75" che raccoglie appunto brani composti nel periodo successivo all'esordio. Ristampe in cd a cura di Walhalla, Won-Sin e Karma.

"The Old Man & the Sea"

  Ophiucus   - A lungo dimenticata, questa oscura formazione francese vanta due album realizzati nella prima metà dei Settanta. I quattro musicisti s'incontrano in occasione d'un festival musicale durante l'estate del 1971, e formano quindi la nuova band che prende il nome dall'omonima costellazione. Tra loro ci sono i fratelli Alain e Bernard Labacci (già attivi come Tom & Jerry), più il noto turnista Jean-Pierre Pouret (detto "Chinoise") e Michel Bonnecarrere, a suo tempo fondatore e membro della band Zoo. Ospiti per un certo periodo del piccolo borgo di Flagy, gli Ophiucus vi mettono a fuoco con calma la loro musica, che vede poi la luce nel primo album omonimo (), realizzato nel 1972 per l'etichetta Barclay. Nella sequenza di dodici episodi che compone il disco, si apprezza subito l'approccio molto personale del quartetto: un peculiare insieme di delicate melodie acustiche, ballate blues e piccoli esperimenti di matrice psichedelica e folk, assemblato con insolito rigore e bella freschezza esecutiva, spesso sostenuto da misurati interventi orchestrali. Siamo davanti a un progetto chiaramente lontano dal prog transalpino più noto, di tipo sinfonico e barocco, e questo rende l'ascolto ancora oggi piuttosto interessante, a volte sorprendente. Si segnalano le poetiche armonie vocali di "Patiemment", ben cantata da Alain Labacci su delicati arpeggi chitarristici e l'intervento dei fiati a conferire una nota più classica. Sullo stesso tenore sono belle anche "Ne cherche plus", con l'apporto di flauto e violoncello, e la conclusiva "Univers", splendido crescendo psichedelico con le voci corali e gli archi in evidenza accanto alla chitarra cosmica di Pouret: un episodio ad effetto, che ricorda da vicino il folk-rock americano di quegli anni. Si apprezzano però anche suggestioni più variegate: da "L'eveil de notre temps", che cattura la nevrosi moderna con chitarre ossessive scandite da un metronomo impazzito, al folk etnico di "Au hasard", con le percussioni in primo piano, fino a un paio di classici blues come "Djukela", con la chitarra elettrica protagonista, e "T'inquiete pas m'man", tutto in chiave acustica. Da notare che l'album fu registrato anche in versione inglese, che però non venne mai pubblicata. Il secondo e più raro album firmato dagli Ophiucus è "Salade Chinoise" (1973): seppure meno compatta, la miscela rimane piuttosto raffinata e basata essenzialmente sulle chitarre. Più sporadici gli inserti di pianoforte e di moog ("Bonté Divine"), con le belle voci sempre in primo piano in brani che richiamano da vicino il folk-rock americano: ad esempio "J'Oublie", con il flauto aggiunto, o la più delicata "L'instant d'une Nuit", mentre "Cacaoutchouc" è un oscuro e intrigante rock psichedelico. Nonostante qualche brano più leggero ("Dans Toute la France"), un altro episodio come "Cette Chanson Vient d'Autrefois", col canto sospeso tra echi suggestivi, conferma la discreta personalità di questo gruppo transalpino ignoto ai più. Ristampe di Musea, Lion e Amphonotones, con bonus-tracks.

"Ophiucus"

  Opus   - Per quanto misconosciuta all'epoca, la scena rock della ex Jugoslavia è stata molto vivace: in Serbia, ad esempio, agivano gli Opus. Formata a Belgrado nel 1973 dal tastierista Miodrag Okrugiċ e dal chitarrista Miodrag "Bata" Kostiċ, entrambi ex-Yu grupa, con il bassista Dušan Ćuċuz, la formazione sbanda però quasi subito, e Ćuċuz se ne va per formare i Tako. Okrugiċ la rimette insieme con nuovi elementi: il bassista Slobodan Orliċ, il batterista Ljubomir Jerkoviċ e soprattutto il potente vocalist Dušan Preleviċ, ex-Korni Grupa, un eclettico personaggio che fu anche giornalista e scrittore. In questo nuovo assetto gli Opus realizzano prima il 45 giri "Veče" / "Sam" (1974) e quindi l'album "Opus 1" () nel 1975. Nonostante una qualità di registrazione tutt'altro che impeccabile, il quartetto serbo mostra buona caratura in otto tracce divise tra sonorità barocche e melodia, con le tastiere di Okrugiċ protagoniste delle trame strumentali, anche per l'assenza della chitarra: lo si vede fin dall'iniziale "Magija - Zveri u nama" ("Magia-La bestia in noi"), con l'enfasi dell'organo Hammond che prelude al pathos vocale di Preleviċ tra pause e accelerazioni improvvise sul pianoforte. Lo stesso schema si ripete in "Čudno je u magli" ("È strano nella nebbia"), dallo schema ritmico sincopato ad arte, e un refrain corale molto efficace che caratterizza il brano, come le fughe organistiche: è sicuramente uno dei picchi dell'album. La musica degli Opus risente ovviamente dei modelli inglesi del tempo: "Dolina Bisera" (cioè "Valle di lacrime"), richiama ad esempio un certo dark prog, con la voce aggressiva di Preleviċ in primo piano e le dure scansioni ritmiche guidate da pianoforte e batteria a dettare i tempi, mentre l'organo veramente torrido di Okrugiċ si scatena nel finale. Nel più tumultuoso episodio "Opus - Žena tame", salgono in cattedra anche la batteria di Jerkoviċ e il basso di Orliċ in bella combinazione con l'organo. La più melodica "Skupljač zvona", e anche "Viđenje po Grigu", riecheggiano i migliori Procol Harum , mentre "Frida - Žena oblaka" suona piuttosto come una sorta di vigoroso blues, con il canto solista a tratti supportato dal coro. La bella chiusura di "Memento Mori", cantata stavolta da Zlatko Manojloviċ (del gruppo Dah), presenta ancora un martellante prog di spiccata impronta ritmica, con il basso che affianca a dovere l'organo e il pianoforte virtuosi di Okrugiċ. L'album non ebbe successo e la band si sciolse. Una terza incarnazione degli Opus, sempre animata da Okrugiċ ma con nuovi elementi, realizzò il 45 giri "Ne dam da budeš sreċna" / "Ona je dama" nel 1977, ma dopo vari avvicendamenti fece perdere le tracce nel 1979. La ristampa CD di Atlantide include come bonus i due brani del primo 45 giri.

"Opus 1"

  Opus Avantra   - Interessante esempio, e sicuramente tra i più seri, di vera contaminazione tra musica colta e nuove sonorità. Fondato dal poliedrico Giorgio Bisotto, che funge in pratica da 'regista sonoro', il progetto Opus Avantra (dove Avantra sta appunto per AVANguardia + TRAdizione) è portato avanti musicalmente dal pianista e compositore Alfredo Tisocco e dalla cantante Donella Del Monaco, spesso affiancati da ospiti di prestigio. Nel primo disco "Introspezione"(1974), dove alle percussioni interviene Toni Esposito, la scaletta distribuisce con efficace alternanza raffinate composizioni da camera, come "Les plaisirs sont doux" , uno tra i momenti più alti, o l'operistica "Ah, doleur", per voce e archi, e suggestioni più vicine al pop: soprattutto "L'altalena" e "Il pavone". Negli spunti più sperimentali del disco il pianoforte di Tisocco ricopre il ruolo principale, specie nella title-track iniziale, o anche in "Monologo", dove balzano ancora al proscenio gli archi. Il momento più teso e spigoloso, con la voce femminile protagonista di un crescendo serrato con gli strumenti, è comunque "Rituale", episodio segnato dalla buona presenza del flauto traverso di Luciano Tavella. Nel successivo "Lord Cromwell"(1975), album dedicato ai sette vizi capitali, la musica si affina ancora in direzione sperimentale e contemporanea, con il coinvolgimento del batterista Paolo Siani (ex Nuova Idea) e rinuncia alla voce di Donella Del Monaco, sostituita qui da un gruppo corale, per concentrarsi su composizioni strumentali e ancora più ambiziose. A parte qualche morbida parentesi più melodica ("Gluttony"), nel tessuto strumentale sempre interessante spiccano soprattutto il pianoforte eclettico di Tisocco e il flauto traverso di Tavella (ad esempio "Flowers on pride"), mentre nei momenti più sperimentali della sequenza, come "Envy", il piano è affiancato dalle percussioni. Nel 1989, dopo che Tisocco ha operato come produttore a largo raggio (dal jazz alla new age), esce anche l'album "Strata", contenente vecchio materiale degli Opus Avantra, seguito nel 1995 da "Lyrics". Dopo anni di pausa, il nome del gruppo si lega a due nuovi dischi come "Venetia et Anima"(2003), in realtà un progetto sviluppato dalla cantante con il compositore Paolo Troncon, e quindi nel 2019 "Rosa Rosae", nel quale intervengono ospiti quali Jenny Sorrenti, Alberto Radius, Tony Esposito e Lino Vairetti. Come solista, comunque, Donella Del Monaco porta avanti dai tardi anni Novanta un suo progetto eclettico e davvero fuori dagli schemi (vedi la scheda).

"Introspezione"

  Orange Peel   - Originari dell'area di Hanau, dove prendono forma nel 1968, gli Orange Peel sono l'ennesima meteora del Krautrock, ma probabilmente una delle più luminose. Nel 1970 escono il 45 giri "I Got No Time" / "Searching for a Place to Hide" e anche l'unico album della band tedesca, su etichetta Bellaphon: si tratta di un omonimo () che nel tempo ha guadagnato una solida reputazione tra gli appassionati del genere. La lunga "You Can't Change Them All", che occupa da sola la prima facciata del vinile originale, è un buon compendio dell'ispirazione che sorregge il gruppo: guidato dall'organo esuberante e spesso ridondante di Ralph Wiltheiß, il quintetto procede per accumulo sonoro, grazie anche alla batteria torrenziale del giovanissimo Curt Cress (diciassettenne) e alla chitarra elettrica di Leslie Link. L'effetto è un avvolgente heavy prog dai cupi contorni psichedelici che stordisce l'ascoltatore col suo ritmo tiratissimo, tra larghi spazi d'improvvisazione e la voce dai toni esasperati di Peter Bischof in aggiunta. E' sicuramente il picco della sequenza, anche se gli altri tre brani si collocano nella medesima scia stilistica, a cominciare dalla breve "Faces That I Used To Know": qui il canto solista ha maggiore spazio, nel consueto impasto creato dall'organo caldissimo e dalla chitarra. Il suono è come sempre saturo e senza cedimenti, come una colata lavica ininterrotta. Lo si nota anche nella traccia di coda, "We Still Try To Change", aperta dal basso di Heinrich Mohn, e sviluppata con la stessa foga dall'organo e dalla ritmica, tra fughe e riff estemporanei, mentre una bella chitarra distorta si fa sentire a tratti con svariati effetti, e la voce di Bischof quasi fatica a trovare il suo spazio. Da rimarcare la prova di un Cress davvero scatenato alla batteria, ma gli ultimi minuti, in particolare, vivono all'insegna dell'improvvisazione pura, con l'organo e il basso ancora in cattedra in un finale ad alta tensione psichedelica. A questa ricetta di notevole impatto sembra fare eccezione soltanto "Tobacco Road", un famoso blues scritto da John D. Loudermilk (1960), ma non del tutto, perché nonostante la tipica scansione blues, sia la chitarra carica di effetti che il canto di Bischof, finalmente in primo piano, e la consueta articolazione sull'organo sempre più torrido di Wiltheiß, assimilano il brano al resto dell'album. A conti fatti, anche se richiede forse un certo tempo per venire digerito, l'unico disco firmato dagli Orange Peel può definirsi uno dei vertici espressivi del primo Krautrock. Il giovane Cress farà parte poi di svariati gruppi tedeschi (dagli Atlantis ai Passport), oltre a firmare alcuni dischi da solista, mentre il bassista Mohn suona con gli Epsilon e Bischof canta con gli Emergence. Oltre alle diverse ristampe in CD, si segnalano quelle in vinile curate da CMP e Long Hair.

"Orange Peel"

"You Can't Change Them All"

  Orion's Beethoven   - Questa formazione argentina nasce a Buenos Aires nel 1969, su iniziativa dei due fratelli Adrian e Román Bar (chitarra e basso/tastiere/voce rispettivamente). Con l'aggiunta del batterista José Luis Gonzalez, il trio esordisce solo nel 1973 con l'album "Superángel", pubblicato dalla Polydor. Nella sequenza, che risente di una registrazione quasi amatoriale, spicca la lunga suite del titolo, divisa in tre parti: è un rock psichedelico ruvido e per certi versi primitivo, oltreché molto datato. La chitarra di Adrian Bar e il basso del fratello Román dominano la scena in lunghe sgroppate ossessive, con la voce filtrata in lingua spagnola e poche variazioni degne di nota. A tratti, chitarra acustica e pianoforte disegnano fragili tappeti melodici ("Soy el sol"), ma più spesso il trio segue un indirizzo psichedelico scandito dalla batteria e dal basso, mentre una chitarra distorta infila riff piuttosto elementari come nella lunga terza parte, "Nirmanakaya", dove si ascolta anche un breve inserto di sax. "Retrato del alguien" segue lo stesso schema, con la chitarra elettrica in primo piano, carica di effetti, e un cantato poco esaltante. Nel brano di coda, "Hijo del relámpago", c'è almeno una certa tensione che cresce sulla chitarra, tra effetti distorti, pause e riprese, ma tutto appare molto estemporaneo, inclusa la curiosa rilettura della Sinfonia n.8 di Schubert, che chiude il pezzo e l'album. Va meglio con il successivo "Tercer milenio", pubblicato nel 1977: la registrazione e la produzione sono dignitosi e il gruppo ha scelto più coerentemente un hard rock ben suonato, condito da qualche sapore prog. Importante è l'arrivo di un cantante di ruolo come Petty Guelache, che sa interpretare con grinta e convinzione i sei pezzi dell'album, a cominciare dal brioso "Amistades desparejas" in apertura, e anche la più oscura "Niño del tercer milenio", sincopata e cantata come si deve tra i riff metallici di Adrian Bar e una serie di effetti psichedelici nella seconda parte. Niente di troppo originale, forse, ma la sequenza ha buoni momenti. Guelache si fa apprezzare soprattutto nel più sinuoso rock di "Canción del lobo", e quindi nella chiusura di "Hermano silencio", segnata da crude vampate di chitarra e sincopi di batteria, ma non è da meno nel pathos avvolgente di "Ella y los colores", ben articolata sulla chitarra acustica sullo sfondo delle tastiere, mentre "Viaje (De siglos)" è un incontro poco riuscito di toni acustici e spunti rock. In seguito, il gruppo accorcia la sigla in Orions e realizza due dischi di puro hard rock a partire da "Volando alto" (1982). Le compilations di Condor's Cave e Lion Records riuniscono i due primi dischi, omettendo però un brano del secondo.

"Tercer milenio"

  Os Mundi   - Band tedesca formata a Berlino nel 1970 dalla fusione di due gruppi come Safebreakers e Orange Surprise, e tra i primi esempi del cosiddetto "Krautrock". Nel primo album realizzato per la Metronome, "Latin Mass" (1970), il quartetto firma un'operazione non del tutto inedita all'epoca: una messa con le parti vocali in latino, in una chiave musicale rock-psichedelica. Composta dal chitarrista e tastierista Udo Arndt con Klaus Hoffer, è una sequenza di sette episodi tutt'altro che noiosa, come altre dello stesso genere. Senza complessi, la band offre una versione dinsinvolta e ben suonata della messa cattolica, a cominciare dall'ottima "Overture": spicca il ruolo gotico dell'organo, ma anche i fiati di Dietrich Markgraf e la chitarra solista incidono in maniera efficace nel pezzo. E' un suono corposo e anche cantabile, come in "Kirie", con la voce filtrata ad arte, o nelle due parti del "Credo", ma spesso sanguigno e sperimentale, con spazi improvvisativi ad effetto: ad esempio "Sanctus", con inserti di flauto e una chitarra molto acida. Un esordio ben accolto dalla critica, ma con il successivo "43 Minuten" (), pubblicato per la Brain nel 1972, si volta pagina. La formazione si allarga infatti a Buddy Mandler (percussioni) e Raimund Rilling (violoncello) e il nuovo sestetto si sposta verso un raffinato jazz-rock molto eclettico, con testi molto politici, nel quale si nota anche la mano esperta del produttore Conny Plank. L'apertura di "Question of Decision" è forse il picco dell'album, con il motivo melodico inserito in una trama psichedelica ad effetto, con i fiati, la chitarra e le percussioni in primo piano. Il resto è comunque all'altezza, si tratti di episodi all'insegna di un jazz-rock colorato e ipnotico ("Isn't it Beautiful" o "Missile"), oppure di pagine più personali: spiccano "It's All There", con le parti vocali s'una bella base di organo e flauto, e il contributo del violoncello di Rilling, ma anche la lunga "Children's Games", ideale punto d'incontro tra il jazz fiatistico e i sussulti rock della chitarra solista. "But Reality Will Show" è un altro brano ad effetto, con un ritmo sostenuto che si apre poi sulle note languide degli archi, e la voce solista che sale di tono fino a un'intensa progressione finale. Il flauto di Markgraf apre le danze della vivace "Erstickübungen", tra i momenti migliori, dove free jazz, psichedelia e rock chitarristico si alternano senza pause, mostrando un potenziale sonoro di tutto rispetto. È la prova più convincente degli Os Mundi, che subito dopo, però, entrano in una fase problematica. Pur sopravvivendo fino al 1980 infatti, la band non riesce a incidere altri dischi, limitandosi alle esibizioni live. Una nuova edizione del gruppo porta infine alla pubblicazione di un disco come "Os Mundi" nel 2004. Ristampe a cura di Mason, Repertoire e Germanofon.

"43 Minuten"

  Osage Tribe   - Nati nel 1971 da un'idea di Franco Battiato per dare voce alle culture indiane, gli Osage Tribe incidono il 45 giri "Un falco nel cielo" (sul retro "Prehistorik Sound"), che diventa sigla del fortunato programma televisivo per ragazzi "Chissà chi lo sa". Subito dopo l'artista catanese è costretto a partire per il servizio militare, e così il gruppo ridotto a trio realizza per l'etichetta Bla Bla l'album "Arrow Head" (1972). L'atmosfera creata dalla chitarra di Marco Zoccheddu (ex Nuova Idea), in combinazione con il basso di Bob Callero e la batteria di Nunzio Favia è molto vicina alla musica rock-blues di analoghe formazioni triangolari senza tastiere (a parte sporadici inserti di Zoccheddu), come ad esempio i Cream, ma in questo caso con maggiori divagazioni strumentali di spiccato sapore progressivo. Sono cinque brani piuttosto lunghi, con deboli inserti vocali di Zoccheddu che riecheggiano canti e filosofia degli indiani d'America, ma soprattutto grandi spazi improvvisativi che mettono in luce le ottime qualità tecniche dei tre componenti e un amalgama ammirevole. Nella scaletta si segnalano soprattutto la progressione iniziale di "Hajenhanhowa", firmata da Battiato con Zoccheddu, dove si ascolta anche l'armonica a bocca, e soprattutto "Cerchio di luce", con belle combinazioni strumentali del terzetto in uno stile fusion a tratti davvero scintillante: vibranti passaggi di basso e chitarra, continue fratture ritmiche e anche inserti di piano in stile jazz. Si tratta in effetti di una sequenza molto vivace e ancora oggi godibile, nel quale si respira un'aria più libera e creativa del restante pop italiano dell'epoca, spesso legato a formule sonore prefissate: si ascolti ad esempio "Orizzonti senza fine", con il basso pirotecnico di Callero in grande spolvero. Nonostante le buone premesse, neppure un'intensa attività live del terzetto, con Favia ora alle prese con nuovi musicisti come Red Canzian e Piero Marchiani, riesce a evitare lo scioglimento di lì a poco. In seguito, dopo la parentesi con Zoccheddu nel gruppo Duello Madre, Bob Callero entra quindi nel Volo, rimanendo sempre molto attivo con svariate collaborazioni. Il batterista suona invece a lungo coi Dik Dik e collabora poi con Giuni Russo. Nel 2013, una nuova edizione della band, ancora con Favia e Callero, registra il nuovo disco "Hypnosis" (AMS). Ristampe a cura di Vinyl Magic e BTF, anche in vinile.

"Arrow Head"

  Out Of Focus   - E' un gruppo tedesco che si forma a Monaco nel 1968. Il primo disco è "Wake Up" (1970), vivace miscela degli stilemi prog di tendenza da parte di un quintetto aperto agli spazi improvvisativi. Fin dall'apertura di "See How a White Negro Flies" emergono i tratti distintivi della proposta: il flauto e la chitarra elettrica di Remigius Drechsler sono protagonisti di un cadenzato rock-blues con l'organo di supporto, mentre il canto del fiatista Moran Neumüller è molto espressivo, seppure non impeccabile, come si nota in "God Save the Queen, Cried Jesus". Riferimenti politici, com'è tipico del primo krautrock, affiorano in "World's End", che cita Nixon, e nella parte centrale dominata da organo e flauto sotto la voce recitante può ricordare i Doors. Altrove le spirali flautistiche e certe sonorità in bilico tra rock, blues e folk richiamano invece i Jethro Tull: è il caso di "No Name", soprattutto, mentre la conclusiva "Dark, Darker", tra brusche impennate e pause rarefatte guidate da organo e flauto, resta tra i momenti più interessanti. Lo stesso organico realizza quindi un secondo disco omonimo () nel 1971: in apparenza gli ingredienti sono identici, ma si tratta di un bel passo avanti. Accanto ai consueti rock-blues dal suono martellante con sax e chitarra in primo piano (l'iniziale "What Can a Poor Boy Do"), fanno la loro comparsa episodi più eleganti dominati da pianoforte, flauto e chitarra acustica, come l'eccellente "It's your Life". Molto bella è "Blue Sunday Morning", con il suggestivo crescendo guidato dall'organo di Hennes Hering nella seconda parte che rimane tra le cose migliori firmate dagli Out Of Focus. Meglio calibrati anche gli apporti del flauto e del canto solista, come dimostra "Fly Bird Fly", brano di grande pulizia formale dove con misura incidono anche organo, basso e chitarra. Il picco del disco, però, è forse la lunga "Whispering", dove chitarra e sax procedono appaiati in una brillante chiave fusion dal ritmo pulsante e ipnotico. Con il terzo album invece, il doppio "Four Letter Monday Afternoon" (1972), il gruppo vira a sorpresa verso un jazz-rock ambizioso e cerebrale dai risvolti folk-psichedelici, con un secondo chitarrista e un'intera sezione fiati. Il risultato è sicuramente interessante, ma accanto a momenti di rilievo, come le tre parti largamente improvvisate di "Huchen 55", dominate dai fiati, trovano posto episodi meno riusciti in uno stile irrisolto. Una volta sciolta la band nel 1978, Hennes Hering suona con i Sahara. Tra il 1999 e il 2002 sono quindi pubblicati i dischi postumi "Not Too Late" e "Rats Road".

"Out Of Focus"


 

 

What the world says about con and further information concerning che
Page powered by Go FTP FREE Client