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Rick Wakeman Warhorse Warm Dust The Web Weidorje Wind Wishbone Ash Wlud Writing On The Wall

 

 

  Rick Wakeman   - Il tastierista e compositore inglese Rick Wakeman (classe 1949), è un personaggio emblematico del progressive anni Settanta. Diventato celebre con gli Strawbs e soprattutto con gli Yes, si è poi dedicato a una lunga carriera solista ricca di alti e bassi, variamente giudicata. Se il primo disco a suo nome è il dimenticato "Piano Vibrations" (1971), è con il successivo "The Six Wives of Henry VIII" (1973) , interamente strumentale, che comincia la sua stagione più rinomata. Il riferimento alla storia inglese del '500 esalta le capacità evocative del tastierista, che mostra una vena fluente e articolata, all'insegna del più classico rock barocco-sinfonico. Molto bella "Anne of Cleves", col fraseggio serrato dell'organo e continue cesure ritmiche in un impasto trascinante. In "Catherine Howard", con stacchi di moog e un piano in stile rag-time accanto a spunti più solenni, viene fuori lo spirito iconoclasta del musicista. "Jane Seymour" è dominata da un maestoso organo da chiesa, mentre l'episodio più virtuosistico è sicuramente "Anne Boleyn", che include notevoli parti di pianoforte, più moog, organo e cori femminili che convivono in una partitura molto dinamica. La finale "Catherine Parr" è ugualmente frizzante, con indiavolati fraseggi all'organo e moog e un'atmosfera che richiama gli Yes del periodo. È il disco più convincente di Wakeman, prima di una serie di prove discutibili. Un esempio è il successivo "Journey to the Centre of the Earth" (1974), registrato dal vivo con la London Symphony Orchestra: un progetto ambizioso, che prevede stavolta l'utilizzo di voci e arrangiamenti pomposi, sempre sull'orlo del kitsch. Nelle due lunghe suites il rock è quasi assente, in favore d'una scrittura sinfonica immaginifica, con lunghi e noiosi interludi narrativi, cori enfatici e strani spunti funky nella seconda parte di "The Journey/Recollection". Nell'altra suite, "The Battle/The Forest", affiorano citazioni da Edvard Grieg ("Peer Gynt") e un uso massiccio del synth. Un progetto ridondante. Lo stesso può dirsi di "The Myths and Legends of King Arthur and the Knights of the Round Table", uscito nel 1975. Orchestra e coro sono rimasti, anche se la struttura è forse meno pesante. L'iniziale "Arthur" è un momento discreto, con Wakeman al moog e buone parti vocali. Il resto invece è prolisso, altisonante, con accostamenti inopinati, che solo a volte funzionano. Interessante comunque "Sir Lancelot and the Black Knight", con una melodia contrappuntata dal coro (English Chamber Choir), molto synth e un andamento ritmico ad effetto. Degli altri, oltre a qualche colonna sonora (come "Lisztomania" di Ken Russell), vanno ricordati "No Earthly Connection" (1976), con la suite "Music Reincarnate", e soprattutto "Rick Wakeman's Criminal Record" (1977), un concept quasi interamente strumentale che rimanda in parte agli inizi: due album discreti che mostrano le qualità del tastierista quando non si fa prendere la mano da progetti faraonici. Nella sterminata discografia di Wakeman, sempre attivo, spiccano numerose collaborazioni e anche due dischi realizzati con l'italiano Mario Fasciano. Altre notizie nel sito ufficiale.

"The Six Wives of Henry VIII"

  Warhorse   - Gruppo inglese di confine tra hard rock e progressive, i Warhorse sono autori di due album per la storica etichetta Vertigo all'inizio dei Settanta. A parte il fugace passaggio in organico di Rick Wakeman (che poi si unisce agli Strawbs), spicca la presenza di Nick Simper, bassista dai primi Deep Purple, e del cantante Ashley Holt, in possesso di un timbro potente, ma non sempre calibrato. Nel disco d'esordio omonimo (1970), il quintetto allinea sette tracce improntate a un rock abrasivo con la chitarra solista e il canto enfatico in evidenza. Buona la prova del tastierista Frank Wilson, come si nota soprattutto nell'efficace apertura di "Vulture Blood", un classico hard rock nel quale il tastierista inserisce apprezzabili variazioni all'organo. Discreta anche "Burning", che parte a spron battuto su organo e percussioni e poi vive sulla chitarra distorta di Ged Peck e le voci corali che affiancano Holt: è il pezzo più vario della sequenza, con un corposo lavoro al basso di Simper. Nella scaletta si segnalano poi la vivace "St. Louis", cover degli australiani Easybeats, e altri rock pesanti dai risultati alterni, perché se grinta e tecnica ci sono, mancano quelle sfumature che fanno la differenza: Holt si sgola (ad esempio nella tiratissima "Ritual") ma a volte non basta, come dimostra la prolissa "Solitude", mentre la chiusura di "Woman of the Devil" ammicca alla voga dell'occultismo, con lunghe variazioni d'organo e chitarra intorno alla voce. Il secondo album della band esce solo nel 1972: si tratta di "Red Sea", e anche se il furore dell'esordio è più sfumato, ci sono comunque lunghe tirate del nuovo chitarrista Peter Parks. Un esempio è "Back in Time", di buon impatto drammatico, ma si apprezza pure qualche episodio meno concitato, come la discreta "Feeling Better", che lascia più spazio al pianoforte e all'organo di Wilson sotto una voce meglio impostata. La title-track è una rock-song di onesta fattura, come "Confident But Wrong", ben cadenzata tra interludi dell'organo, il canto drammatico e incisivi soli della chitarra, ma la lunga "Mouthpiece" condensa pregi e difetti della proposta: grande energia e buoni spunti individuali, qui un lunghissimo assolo di batteria, in uno schema spesso frammentario. Curiosamente, tra i momenti più intriganti del disco c'è l'epilogo di "I (Who Have Nothing)", una canzone melodica portato al successo internazionale tra gli altri da Shirley Bassey, ma scritta da Mogol e Carlo Donida per Joe Sentieri ("Uno dei tanti", 1961). La band inglese comunque non riscuote il successo sperato e si scioglie nel 1974. Due nuovi gruppi di puro hard rock capeggiati in seguito dal bassista incidono dischi presto dimenticati, e più avanti Simper partecipa all'album "Long Road" dei Quatermass II (1997). Tra le molte ristampe spiccano quelle di Akarma, in CD e vinile.

"Warhorse"

"Vulture Blood"

  Warm Dust   - Catalogati in modo superficiale come brass rock, gli inglesi Warm Dust soffrono in realtà di una sottovalutazione ingiusta, come dimostrano i tre dischi realizzati. L'esordio di "And it Came to Pass" (1970) è addirittura un doppio album di grande energia creativa e spunti musicali eterogenei. La voce esuberante di Dransfield Walker è protagonista di un disco che offre un jazz-rock dai contorni molto elastici, con i fiati di Alan Soloman e John Surgey in costante evidenza insieme all'organo di Paul Carrack, e la chitarra pressoché assente. Suggestive atmosfere vicine a Canterbury prevalgono nella lunga apertura di "Turbulance", ravvivata dai picchi del sax, e armonie inconsuete in "Achromasia", affiancata da ficcanti cambi di tempo e brillanti inserti fiatistici, come pure in "Man Without a Straw" e nella morbida "Circus", con il flauto in primo piano. Più accorata è "Wash My Eyes", mentre spazi più sperimentali si aprono nella lunga title-track, tra ironiche citazioni e variegato jazz. Una prova che impressiona per l'eclettismo del gruppo, ma che forse manca di una cifra stilistica più riconoscibile. Il sestetto ci riprova con "Peace for Our Time" (1971) che ripropone la medesima ricetta in sette brani più asciutti e compatti. E' un "concept" contro ogni guerra, con titoli e testi in linea, a cominciare da "Blood of my Fathers", ben punteggiata dal basso di Terry Comer e la voce filtrata di Walker. Bella la prova del vocalist in "Very Small Child", supportato dal coro in un episodio molto intenso. "Justify" mette insieme un fitto gioco percussivo oltre a un organo ribollente e le staffilate del sax in uno schema molto libero, al limite dell'improvvisazione, mentre "Song for a Star" scorre sul colore aspro dei fiati e delle parti vocali. Tra i momenti migliori c'è "Winds of Change", brioso manifesto di jazz-rock fiatistico dal ritmo sostenuto, e poi la pacata "Rejection", uno strumentale di gran classe con la chitarra acustica di Surgey in primo piano insieme a un flauto leggiadro. L'accorato finale di "Peace of Mind", costruito sul pianoforte di Carrack e l'oboe, suona come un auspicio a futura memoria. Il terzo e ultimo album a nome dei Warm Dust è un semplice omonimo (), pubblicato nel 1972 per la BASF con un nuovo batterista. E' forse il disco più lineare della band inglese, per arrangiamenti e felicità melodica. Allinea rock-blues di grande impatto ("Lead Me To The Light" o "Long Road"), mordenti rock-song dal riff che non perdona e Walker sugli scudi ("Mister Media") e fantasiosi jazz-rock dal timbro esotico, come la splendida "Hole in the Future". A parte la breve cover da Musorgskij "A Night on Bare Mountain" (cioè "Una notte sul Monte Calvo"), il vero pezzo forte, del disco e dell'intero repertorio firmato Warm Dust, rimane però la suite finale "The Blind Boy": oltre diciotto minuti meravigliosi di un'intensa e spesso trascinante partitura tra jazz-rock e sinfonismo, con voce e flauto da brividi, che rimane il superbo congedo di una band da rivalutare nel contesto del prog inglese. CD Red Fox Records.

"Warm Dust"

  The Web   - Una band inglese formata nel 1967, che conosce due fasi ben distinte nella sua breve storia. Schierato a settetto il gruppo esordisce con "Fully Interlocking" (1968): con il cantante afroamericano John L. Watson, due chitarristi, un vibrafonista e un fiatista, lo stile è un fusion-rock interessante ma dispersivo, venato di umori blues, soul e jazz. La scaletta è molto eclettica: strumentali guidati dai fiati di Tom Harris ("Green Side Up" o la tribalistica "Watcha Kelele") si alternano a discreti pop d'atmosfera con il rinforzo degli archi ("Hatton Mill Morning"), più qualche episodio molto datato ("Reverend J. McKinnon"). La suite finale "War or Peace", in cinque tempi, è il momento più ambizioso: l'enfasi dei fiati e degli archi, però, non convince troppo e ricorda le musiche altisonanti di certo cinema americano, soprattutto "Theme" o "Conscience". La ricetta non cambia nel successivo "Theraphosa Blondi" (1970), che però focalizza meglio il repertorio, puntando anche su cover come "Sunshine of Your Love" dei Cream. Il punto forte è sempre Tom Harris, che s'ingegna al sax e al flauto per vivacizzare la sequenza: da "Like the Man Said", apertura tesa e jazzata, con il riff mordente della chitarra e Harris impegnato tra sax, flauto e clarinetto, alla spigliata "One Thousands Miles Away", ben cantata da Watson. "Bewala" è un altro brano in stile tribale imperniato su marimba, congas e percussioni varie, mentre "Kilimanjaro" è una ninna-nanna africana ancora cullata dalla marimba di Lennie Wright e dai fiati. In coda una spumeggiante "Tobacco Road/America", che incorpora il celebre motivo di Bernstein in una jam colorata da chitarre e flauto, il canto vibrante e la ritmica trascinante. L'abbandono di Watson, con l'arrivo del tastierista e cantante Dave Lawson, apre la seconda fase dei Web: in effetti "I Spider" (1970) è sicuramente il miglior disco del gruppo, che vira decisamente al progressive. Sin dall'attacco di "Concerto For Bedsprings" l'organo, il piano e il canto di Lawson mostrano un lato più drammatico che cattura l'attenzione: è una suite in cinque segmenti che lascia spazio al vibrafono di Wright e al sax di Harris, con modalità espressive più acide. Mordente anche "Love You", prima distesa sul mellotron e poi sviluppata in dure cadenze rock, con la voce aspra del leader integrata da interventi di chitarra e sax. La title track, con l'organo in primo piano e il canto multiforme, trova suggestive sonorità gotiche, come la finale "Always I Wait", che scorre nel lungo duettare di organo e chitarra, col morbido contraltare di sax e vibrafono, mentre "Ymphasomniac" è un jazz-rock strumentale dominato ancora dai fiati e dal piano, con ritmi tribali in evidenza. E' anche l'ultimo atto della band, riunita poi sotto la sigla Samurai. Lawson suonerà anche con i Greenslade ed è oggi compositore e sound engineer: info nel sito ufficiale.

"I Spider"

  Weidorje   - Ennesima band francese nata da una costola dei Magma, il gruppo Weidorje (che sta per "ruota celeste") è una creatura di Bernard Paganotti (basso) e Patrick Gauthier (tastiere) che dopo un ultimo concerto in Danimarca decidono di dedicarsi al nuovo progetto. Nell'arco di un anno vengono quindi reclutati Michel Ettori (chitarra), Jean-Philippe Goude (tastiere), il batterista Kirt Rust e infine due fiatisti come i fratelli Alain e Yvon Guillard, sax e tromba rispettivamente. Già attivi dal vivo, i sette entrano in contatto con Frédéric Leibovitz, che offre loro di incidere un album per la sua etichetta, la Cobra Records: registrato nel Febbraio del 1978, il disco omonimo () dei Weidorje esce lo stesso anno, ricevendo il plauso della critica e anche buone vendite. Pienamente calato nella sfera d'influenza della Zeuhl Music, l'album include solo tre lunghi brani interamente strumentali, a parte semplici vocalizzi senza parole. E' un jazz-rock ipnotico, su ritmi talvolta tirati allo spasimo: è soprattutto il caso di "Vilna", costruita sul piano elettrico e rimpolpata via via dai consistenti apporti della chitarra elettrica e dei fiati, con riff di grande effetto. Smagliante la sezione ritmica, col basso di Paganotti in costante primo piano insieme alla batteria, e il motivo travolgente di sax e tromba che torna come filo conduttore, spesso di concerto con i vocalizzi espressivi di Goude e dello stesso bassista. Una traccia che sprigiona energia e compattezza strumentale, ma anche l'apertura di "Elohims Voyage" dimostra la medesima caratura. E' tuttavia un brano dalle cadenze quasi sinistre, vicino alla musica di taglio drammatico dei Magma. La voce e il basso di Paganotti sono protagonisti insieme alla batteria della prima parte, poi affiancati dalla tromba e dalle tastiere, come le voci che salgono d'intensità insieme ai fiati, fino a una sorta di zenith espressivo: interessante anche la chitarra solista di Ettori, che cava dal suo strumento sonorità inconsuete. "Booldemug", l'episodio più breve del disco, sviluppa un'atmosfera calda e serrata, col sax e le tastiere che si avvitano in riff vivaci, mentre la rutilante batteria di Rust insieme al basso tiene alto il ritmo, e la chitarra si fa notare nella seconda parte. E' un jazz-rock aperto, duttile, che ogni volta porta i suoi temi a una saturazione estrema e lascia il segno. Dopo un trionfale concerto all'Olympia di Parigi (Luglio 1978), le cose sembrano mettersi al meglio, ma le attese per un secondo disco andranno deluse: qualche concerto andato male, la ricerca vana di una label che offrisse più garanzie e qualche avvicendamento in organico, coi nuovi chitarristi François Ovide e quindi Pierre Chérèze, portano frustrazione fino allo scioglimento precoce dei Weidorje nel 1979. I più attivi restano Paganotti e Goude, che spesso suoneranno insieme nei rispettivi album solisti, ad esempio in "Drones", realizzato dal tastierista nel 1980. Le ristampe di Musea e Arcangelo includono due bonus-tracks registrate dal vivo.

"Weidorje"

"Vilna"

  Wind   - Le origini remote di questa band tedesca di Erlangen (Baviera) risalgono a metà degli anni Sessanta, quando un gruppo chiamato Bentox suona nei locali delle forze americane di stanza in Germania. Nel 1969, tornati in patria dopo un disastroso tour in Asia, assumono prima il nome Chromosom e poi, con l'arrivo del nuovo cantante Steve Leistner nel 1971, quello definitivo. Scritturati dalla Miller International, i cinque realizzano lo stesso anno il primo album, "Seasons"(), che vende 30.000 copie e li impone tra i migliori esponenti del krautrock. Si tratta di sei tracce improntate a un esplosivo heavy-prog tinto di psichedelia, con chitarra elettrica e voce solista in grande evidenza assieme al timbro acido dell'organo di Lucian Büeler. Fulminante l'apertura di "What Do We Do Now", con brevi inserti di flauto a punteggiare l'incandescente rock del quintetto, che procede tiratissimo per oltre otto minuti. Bello anche "Springwind", nel quale il tessuto elettrico è spezzato da ariose armonie vocali e da parti di piano, prima che la chitarra solista di Thomas Leidenberger e l'organo si riprendano la scena, come avviene anche in "Dear Little Friend", con la voce selvaggia di Leistner al centro di un rock senza respiro. Fa eccezione la parentesi di "Now It's Over", delicato manifesto di psichedelia basato su arpeggi di chitarra e il canto assorto, con l'organo di sfondo, mentre la lunga coda di "Red Morningbird" sfugge a ogni classificazione. La voce e l'armonica di Leistner si fanno strada in un rarefatto spartito ch'evoca il Morricone più celebrato (quello dei western di Leone), tra arpeggi chitarristici e vibrafono, ma con improvvisi sussulti guidati ancora da organo e chitarra. Subito dopo, i Wind hanno un'intensa attività live (anche di spalla ai Pink Floyd) e nel 1972, passati alla CBS, pubblicano il loro secondo album, "Morning", che lascia davvero interdetti. La grintosa vena del debutto è scomparsa in favore di un pop classico-romantico che non convince: già l'attacco di "Morning Song", placida ballata col mellotron di sfondo alla voce di Leistner, sottolinea un repentino passaggio stilistico. Lo si nota soprattutto in "The Princess and the Minstrel", con il testo più parlato che cantato s'un tappeto tastieristico lezioso e poco mordente. Il pezzo migliore è forse "Carnival", con la sua solenne atmosfera a base di mellotron che richiama da vicino i King Crimson della prima ora, con vivaci parti vocali, mentre la chitarra solista si fa notare in "Dragon's Maid", ma solo in appoggio alle tastiere. "Schlittenfahrt" è un gradevole gioco di armonie vocali che però stona col resto, mentre "Puppet Master" prova, inutilmente, a legare il sanguigno rock degli esordi con le tastiere classicheggianti di Lucian Büeler: la confusione regna sovrana. Dopo un ultimo 45 giri nel 1973 ("Josephine/Puppet Master") la band si scioglie, e il batterista Lucky Schmidt entra negli Aera. CD Second Battle e Trick Music.

"Seasons"

  Wishbone Ash   - Formati nel 1969 a Torquay, nel Devon, gli inglesi Wishbone Ash sono una delle più longeve formazioni del rock inglese, con una discografia prolifica cresciuta tra alti e bassi, ma in maniera costante. Dopo l'arrivo del chitarrista Andy Powell, il quartetto esordisce con l'album omonimo nel 1970: senza tastiere in organico, è una miscela di rock-blues elettrico piuttosto tirato, con le due chitarre di Powell e Ted Turner in primo piano, e qualche parentesi folk-rock di taglio più melodico ("Error Of My Ways"). Prevale un rock sanguigno, come "Lady Wiskey" o "Queen of Torture", con le voci che punteggiano lunghe scorribande elettriche. Nei pezzi più estesi il suono si fa più meditativo e psichedelico, con spazi improvvisativi: prima in "Handy", lenta e avvolgente con inserti melodici del bassista Martin Turner nell'intreccio delle chitarre e un lungo assolo di batteria; quindi nell'epilogo di "Phoenix", che parte in sordina e cresce trascinante tra voci evocative e note lunghe di chitarra, tra sterzate ritmiche e riff in serie, con il supporto eccellente del basso. Meno brillante il successivo "Pilgrimage" (1971), che conferma la ricetta sonora, con qualche pezzo notevole e momenti più prevedibili. Tra i sette pezzi spicca "The Pilgrim", di bella atmosfera evocativa prima e poi travolgente nella progressione incalzante di Powell e Turner, ben supportati dal valido batterista Steve Upton. Oltre alla consueta parentesi folk ("Valediction"), si segnalano il vibrante rock-blues di "Jail Bait" e l'iniziale "Vas Dis", ancora con un gran lavoro di batteria sotto le scariche elettriche delle chitarre e il basso molto dinamico, prima del finale live di "Where Were You Tomorrow", un blues canonico ma suonato a dovere. Il terzo disco firmato Wishbone Ash è "Argus" (), pubblicato nel 1972 e in genere ritenuto il picco della band. Considerato un concept senza esserlo davvero, l'album ha tuttavia un'ispirazione compatta, con richiami testuali alla Bibbia e al mito (Argo è il gigante che tutto vede nella mitologia greca) che danno all'insieme un fascino speciale. Musicalmente il quartetto prosegue con grande maturità nel solco già tracciato, già nell'apertura della lunga "Time Was", divisa tra un'intro acustica e un seguito elettrico ad alta gradazione rock. A parte la bella escursione in chiave folk di "Leaf and Stream", limpida e rifinita scorre "Sometime World", cantata a due voci, prima di un'accelerazione ritmica col basso in evidenza insieme alle chitarre di Powell e Turner. Il meglio del disco sta però nella splendida "The King Will Come", cadenzata a dovere sulle chitarre, la batteria marziale e le voci, con un riff semplice quanto efficace seguito da variazioni ad effetto, e poi nel gioco serrato tra le chitarre di "Warrior", intervallato da voci corali in un crescendo d'intensità, mentre "Throw Down the Sword" evolve gradualmente sulla sei corde di Powell e un canto molto ispirato fino al maestoso epilogo che suggella l'album. Toccato l'apice, il seguito è una sterminata lista di album non sempre felici, tra blues, hard rock e progressive: merita comunque una citazione "There's The Rub" (1974), disco inciso col nuovo chitarrista Laurie Wisefield (ex Home) che include un pezzo epico quale "Persephone". La storia prosegue tra numerosi cambi di organico e il solo Andy Powell che porta avanti il nome della band fino ad oggi. Informazioni nel sito ufficiale.

"Argus"

"The King Will Come"

  Wlud   - Gruppo minore del prog francese, originario di Colmar in Alsazia, che vanta due album realizzati sul finire dei Settanta. Il primo disco dei Wlud (sigla formata dalle iniziali dei quattro cognomi Wendling, Labroche, Untersinger e Drago) è "Carrycroch´", autoprodotto e pubblicato nel 1978, con distribuzione limitata. Composto da cinque brani, è un album interamente strumentale che tradisce spesso il suo lato "amatoriale": il quartetto guidato dal chitarrista Bernard Labroche si pone nel solco del prog sinfonico di gruppi come i Camel, con qualche tocco di space-rock e una leggera patina jazz qua e là, ma senza spunti di rilievo. L'iniziale "Amazone" compendia pregi e difetti della proposta: apertura sognante su tastiere liquide e arpeggi di chitarra, prima di uno stacco rock fin troppo netto nel quale si distinguono la chitarra solista e il piano elettrico di Philippe Wendling. La title-track è un jazz-rock più mosso, con breaks ritmici del batterista Gianni Drago, e un discreto lavoro di organo e chitarra. Carino, ma in generale c'è qualcosa di scolastico nello stile del quartetto alsaziano che non aiuta la musica a decollare. Lo confermano episodi come "Remember Song", sospesa tra pause rarefatte e sussulti rock, e "Holiday Maker", con chitarra e piano Fender in evidenza senza molta fantasia. Nella chiusura di "Sweet Bridge" prevale la componente cosmica grazie al synth, con inserti chitarristici che non lasciano il segno. Un disco acerbo, penalizzato anche da una produzione mediocre. Sicuramente migliore il successivo disco, "Second", realizzato nel 1979 e più orientato verso una dimensione fusion: si nota almeno una maggiore varietà nei temi sviluppati dal quartetto, e arrangiamenti più calibrati. L'iniziale "Rocky" è un pezzo ad effetto dal ritmo sostenuto e vivaci trame tastieristiche, supportate a dovere dalla chitarra elettrica. "Ay" si fa notare invece per il suo jazz-rock intrigante dominato dal piano elettrico, e con la chitarra di Labroche ancora protagonista, mentre nel finale di "Le Tigre" la band lascia emergere elementi di space-rock interessanti, con l'ottimo apporto del bassista Untersinger e accenti di marca fusion scanditi dalle fratture ritmiche della batteria. Anche se qualche episodio è meno convincente, la seconda prova dei Wlud è senz'altro il loro migliore contributo alla scena prog dei Settanta, che pure ha regalato proposte più originali, anche in terra di Francia. Cd Musea che include i due singoli, stavolta con parti vocali, pubblicati nei primi anni Ottanta.

"Second"

  Writing On The Wall   - In origine erano The Jury, una band dedita al soul che operava dal 1966 in Scozia, e già l'anno seguente diventava un nome di punta della scena di Edimburgo. Cambiato il vento, a partire dal 1968 il nome diventa Writing On The Wall, e la musica si sposta verso il nuovo verbo progressivo, ma in maniera alquanto originale. L'unico album firmato dal quintetto scozzese per la piccola etichetta Middle Earth è "The Power Of the Picts" (1969), titolo che chiama in causa l'antica popolazione dei Pitti, stanziati prima ancora della conquista romana nell'attuale Scozia. Le colonne portanti della formazione sono Willie Finlayson (chitarra solista) e i due fratelli William e Jake Scott, tastiere e basso rispettivamente, ma soprattutto la voce solista di Linnie Paterson. E' la sua versatilità d'interprete che caratterizza tutti i nove episodi del disco, soprattutto "Shadow of Man", un mirabile manifesto di pathos e ironia abbinate a una formidabile coesione, e la travolgente "Aries", che chiude splendidamente la prima facciata. Se il cantante passa con disinvoltura dai toni foschi e ieratici a buffe coloriture vocali, con ammiccamenti all'occulto, l'impasto strumentale non è da meno. L'enfasi poggia sull'organo caldo e imprevedibile di William Scott e sulle belle incursioni chitarristiche di Finnlayson, ora più dure (come in "It Came On a Sunday"), ora eleganti, mentre particolarmente energico ed efficace è il contributo percussivo di James Hush. Il rock suonato dagli scozzesi è a tratti così godibile ed eccitante che perfino la qualità non impeccabile della registrazione passa decisamente in secondo piano: più facile farsi contagiare dal canto così personale di Paterson e dalle continue invenzioni strumentali degli altri, che sempre conservano il tipico approccio, sanguigno e abrasivo, delle loro radici soul, sia pure calato nel contesto progressive. Rimasto stranamente senza seguito, e a lungo dimenticato come il gruppo stesso, che si scioglie dopo l'ultimo singolo "Man of Renown"/"Buffalo" (1973), un album come "The Power Of the Picts" ha tutte le carte in regola per essere riscoperto e apprezzato secondo i suoi molti meriti. Paterson si ricicla subito come voce solista dei Beggars Opera nel periodo 1973-'74 e poi ancora negli anni Ottanta, quando pubblica anche un album da solista. La ristampa in CD di Repertoire del 2000 aggiunge i due brani di un singolo datato 1969: "Child On A Crossing"/"Lucifer Corpus", mentre esistono anche diverse ristampe in vinile.

"The Power of the Picts"

 

 

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Hiro Yanagida Yatha Sidhra

 

 

  Hiro Yanagida   - Vivace esponente dell'underground giapponese, il tastierista Hiro Yahagida mette insieme una lunga serie di collaborazioni in gruppi come The Floral, Food Brain e Apryl Fool prima di esordire da solista con l'album "Milk Time" (1970) , che rimane anche la sua prova più convincente in un'ottica squisitamente prog. Il tastierista è parte di un sestetto ben affiatato, nel quale spicca il chitarrista Kimio Mizutani, protagonista nella lunga "Running Shirts Long": è una sorta di selvaggia jam che include anche il violino elettrico indiavolato di Hiroki Tamaki e l'organo debordante del leader. Umori simili, tra psichedelia e rock aperto all'improvvisazione, si respirano anche in "Fingers of a Red Typewriter", col violino sempre in evidenza, mentre altrove l'andamento è più articolato: "Happy, Sorry" ad esempio, con l'organo in cattedra a reggere le fila tra i vari spunti dei solisti. Non mancano un paio di composizioni trasognate, quasi cameristiche, con il flauto di Nozomi Nakatani grande protagonista: soprattutto la leggiadra "Yum", sottolineata dalla celesta di Yanagida, ma anche la più breve "When She Didn't Agree" e la finale "Me and Milk Tea and Others", col violino languido al proscenio. Al contrario, "Fish Sea Milk" suona come una rarefatta scheggia psichedelica del tutto cervellotica. L'anno seguente è pubblicato "Hiro Yanagida", sicuramente meno riuscito. La mancanza del violino lascia protagonisti tastiere e chitarra, come si nota nell'apertura di "The Butcher", con ficcanti interventi di flauto. Yanagida si destreggia anche al piano e canta in "Always", una curiosa pop-song: in effetti, tutto l'album miscela vibranti jam strumentali ("The Murder In The Midnight") a insipide canzoncine anni Cinquanta come "My Dear Mary", un motivetto cantato da Joey Smith che lascia perplessi. Molto meglio i pezzi classicheggianti come "Fantasia", per celesta e flauto, o "Good Morning People", che abbina piano e organo alle staffilate chitarristiche di Mizutani. Segue nel 1972 "Folk & Rock Best Collection - The World of Hiro Yanagida", ovvero una serie di cover del repertorio folk e rock americano, e quindi il tastierista volta pagina. Escono prima "Hiro" (ancora 1972) e quindi "Hirocosmos" () nel 1973. In quest'ultimo la vena si avvicina a un certo jazz-rock moderno e tecnicamente pregevole: piano elettrico e synth fanno la parte del leone già nell'iniziale "The Sea Of Tempest", che evoca scenari marini, mentre in un paio di tracce il sax di Takeru Muraoka domina la scena: è il caso di "Ode To Taurus" soprattutto, sempre col synth in evidenza e una sezione ritmica mordente. Molto bella anche "Happy Cruise", con la chitarra solista protagonista insieme a piano elettrico e mellotron in una sequenza di pause e ripartenze, fino alla tiratissima "Uncertain Trip", dove al sintetizzatore incisivo del leader si affianca il grande lavoro del batterista Robert Rosenstein. Un disco notevole, anche se totalmente diverso dagli esordi. Più tardi, lasciata la scena, Yanagida scrive colonne sonore e musiche pubblicitarie. I primi due album sono stati riuniti su di un unico CD da Second Harvest.

"Milk Time"

  Yatha Sidhra   - Effimera ma eccellente formazione tedesca, Yatha Sidhra è fondata dai fratelli Rolf e Klaus Fichter (tastiere e percussioni rispettivamente) nei primi anni Settanta. In realtà il primo nome del gruppo è Brontosaurus, ma una volta registrato il disco, il nuovo contratto con l'etichetta Brain fa propendere per una diversa sigla in lingua sanscrita, che sta per "equilibrio interiore". "A Meditation Mass"(), unico album firmato appunto Yatha Sidhra, esce nel 1974 e passa quasi sotto silenzio nell'affollata scena tedesca del tempo. In realtà, se anche la musica composta dai fratelli Fichter si colloca nel novero della cosiddetta musica cosmica, lo fa con un rigore e un'impronta stilistica davvero peculiare. Il quartetto, che include il chitarrista e bassista Matthias Nicolai oltre al flautista Peter Elbracht, si cimenta con una sorta di sinfonia divisa in quattro parti. Come il titolo promette, si tratta di una composizione rarefatta, di forte inclinazione contemplativa e a struttura circolare, che si esalta nelle sfumature e le variazioni minime all'interno di un disegno sonoro molto unitario. Nella splendida "Part 1", aperta da spirali di synth, il flauto e le percussioni fanno da elementi portanti di un tema sospeso e ipnotico, con voci lontane e reiterati arpeggi di chitarra. La più breve "Part 2" vede il flauto affiancato dal piano elettrico, che sposta leggermente il tono verso sponde di sofisticato jazz. Si scivola così nel terzo episodio, dove fa il suo ingresso anche la chitarra solista di Nicolai: il fraseggio si fa più vivace, con accelerazioni ritmiche e squarci improvvisativi di ottima fattura che lasciano poi riemergere il suggestivo motivo centrale, rimarcato dal pulsare discreto del basso. La chiusura di "Part 4", ancora con il flauto in primo piano, si raccorda così all'inizio del disco suggellando coerentemente una vera messa in musica dal fascinoso timbro psichedelico. Lo scarso successo del progetto porta alla fine prematura del gruppo, ma i fratelli Fichter ci riproveranno poi con una band chiamata Dreamworld, titolare di due dischi nella medesima scia. Ristampa digitale Motor Music (2004).

"A Meditation Mass"

 

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Zakarrias Riccardo Zappa Zauber Zoo

 

 

  Zakarrias   - A lungo dimenticato, o relegato tra i minori del prog inglese, Zakarrias è una singolare meteora dei primi anni Settanta. Dietro la sigla si cela l'austriaco Robert Haumer, che milita dapprima nel gruppo viennese Expiration, titolare di un singolo inciso nel 1968, e quindi si trasferisce a Londra, dove suona tra l'altro con Noel Redding (ex-Jimi Hendrix Experience) prima di fondare nel 1970 la nuova band con lo pseudonimo Zakarrias. L'anno seguente viene pubblicato per la Deram l'album omonimo (): nove tracce in straordinario equilibrio tra pop sofisticato, folk-rock, blues e una patina jazz negli arrangiamenti che ancora oggi suona godibilissima. In effetti con il leader, che si destreggia ottimamente tra chitarre e basso oltre a mostrare una bella personalità di cantante, suonano validi strumentisti come Peter Robinson dei Quatermass alle tastiere e Geoff Leigh (in seguito con Henry Cow) ai fiati, insieme al batterista Martin Harrison. In una scaletta eccellente, che non perde un colpo, è perfino difficile segnalare i brani migliori. "Who Gave You Love" è una splendida pop-song venata di umori jazz, quasi alla maniera dei Traffic, con il piano sincopato, la chitarra acustica e la voce perfetta nell'esaltare il tema melodico: è forse il picco del disco, ma il resto è comunque su alti livelli. Decisamente intriganti sono "The Unknown Years", scandito dal piano elettrico di Robinson, tra pause e riprese ad effetto e il basso di Haumer in evidenza, e poi "Sunny Side", compatto rock per organo e chitarra acustica. Ci sono episodi di trascinante immediatezza, ad esempio l'apertura di "Country Out of Reach", con il riff di chitarra elettrica e la sezione ritmica in grande spolvero, e altri pervasi da un lirismo struggente: è il caso soprattutto di "Spring of Fate", dominata dagli archi e dal pianoforte in una chiave molto romantica. Il leader dimostra grande padronanza alla chitarra acustica in "Let Us Change", coi suoi umori blues e gli ottimi impasti vocali, mentre il flauto di Leigh corrobora episodi come "Never Reachin'" e il sax sale al proscenio in "Don't Cry", che abbina le cadenze rock alle coloriture degli archi. Insomma, da qualunque parte lo si approcci, il solo album a nome Zakarrias si rivela un vero gioiello della prima stagione prog, a dispetto dell'oblio che l'ha circondato così a lungo. Il mancato permesso di lavoro di Haumer costrinse comunque la band a interrompere ogni attività live dopo un solo concerto, e quindi a sciogliersi per mancanza assoluta di risorse. Robert Haumer rientrò in Austria, mentre il disco, subito cancellato dal catalogo Deram, diveniva un oggetto di culto: varie invece le ristampe in CD oggi disponibili.

"Zakarrias"

  Riccardo Zappa   - Il virtuoso chitarrista Riccardo Zappa (Forlì, 1951) ha goduto di una certa fama alla fine degli anni Settanta. Allievo del maestro Miguel Ablóniz, fa il suo esordio nella musica leggera con l'album "Aulehla & Zappa" (1974), realizzato in duo con lo scrittore e regista Klaus Aulehla: sono canzoni melodiche che non lasciano il segno e il sodalizio si esaurisce in fretta. Tre anni dopo però Zappa si ripresenta a sorpresa col bellissimo "Celestion" (1977) , disco interamente strumentale pubblicato dalla Divergo, registrato in casa e poi rimissato con qualche sovrapposizione. Il chitarrista suona la prediletta Ovation acustica (che diventa elettrica con un pick-up applicato) in cinque brani di grande fascino, dal carattere minimale e ipnotico. Nella lunga "Frammenti", in apertura, si nota l'eccellente tecnica del chitarrista, poi suffragato dalla sezione ritmica secondo un mood accattivante replicato anche nella title-track, tra sincopi e sonorità in stile space-rock delle tastiere di Vince Tempera. Il vero gioiello dell'album è probabilmente "Tre e quattro quarti", con la chitarra scampanellante che riecheggia musiche rinascimentali finchè viene affiancata dalla sezione ritmica di Julius Farmer (basso) e Ottavio Corbellini (batteria) con un effetto davvero trascinante. "Sonata mediterranea" invece tiene fede al titolo e sviluppa un placido arazzo con il mandolino in bella evidenza, mentre la finale "Mirage", aperta da suoni cosmici, è un gradevole folk-rock in crescendo. Il discreto successo commerciale del disco spinge Zappa a dargli subito un seguito con "Chatka" (1978): meglio prodotto del primo, è un album che conferma il talento del chitarrista in otto nuove tracce di spessore. Quasi cameristica l'apertura di "Emphasis", che esalta la raffinatezza del tocco in un gioco ben congegnato di echi e riprese, mentre "La chitarra a pila" è un raro esempio ("il primo" secondo l'artista) di tecnica tapping applicata alla chitarra acustica. Tra i brani più brevi, in odore di morbida fusion, spiccano la title-track e poi "Eleila", nei quali si segnalano le percussioni aggiunte di George Aghedo e ancora il basso di Farmer, mentre la batteria di Tullio De Piscopo sembra a volte schiacciata sulle cadenze della disco-music così in voga all'epoca. Nell'epilogo di "Numero unico", vagamente psichedelico, si ascolta anche la voce di Lella Rosnati. Passato alla DDD, Zappa realizza quindi "Trasparenze" nel 1980: un altro album di valore, ma più raccolto, dove trionfa la chitarra 12 corde. Dalle dita del chitarrista nascono nuove gemme quali "Datsun Blues" e "56 misure inedite". La title-track, con il prezioso apporto delle tastiere, richiama invece il primo disco, mentre "Archipelagos Aegeon" è un trascinante folk-rock. In "Ouverture" Antonello Venditti sovrappone la sua voce alla musica e Pietro Pellegrini (ex-Alphataurus) suona il synth. Votato per cinque anni di fila miglior chitarrista acustico italiano, Riccardo Zappa ha realizzato ad oggi una ventina di album in bilico tra classica, fusion e folk, collaborando con svariati artisti tra i quali Eros Ramazzotti, Eugenio Finardi e Gino Paoli. Ulteriori notizie sulla sua attività nel sito ufficiale. Ristampe in CD di Mellows Records e BTF.

"Celestion"

"Tre e quattro quarti"

  Zauber   - Questo gruppo torinese, fondato da Mauro Cavagliato (basso e chitarra), esordisce nel 1978 con un disco omonimo, poi riedito come "Il sogno" nella prima ristampa in CD (1989), in una fase che certo non è la più propizia a un debutto del genere. La musica proposta dal quintetto, con una ricca strumentazione che mescola strumenti elettrici e acustici, è infatti una sorta di rock da camera colto e raffinato, anche se suonato con lodevole scioltezza e mai troppo complicato o prolisso. Brani come l'iniziale "Valzer su Bach", in particolare, o anche "Glockenturm", dominati da pianoforte, violoncello e il flauto di Anna Galliano, con largo utilizzo anche di chitarra classica, sono davvero lontani dalla ruvida new wave allora in voga. Tra le sette tracce della raccolta non mancano neppure un paio di canzoni in stile più cantautorale, con liriche interessanti e molto in linea con i tempi interpretate da Liliana Bodini: ad esempio la malinconica "Canzone per un'amica", mentre la più mossa "Dietro la collina", scandita dall'organo s'un ritmo incalzante, è uno dei brani più intriganti del lotto. In generale, il collante tra i pezzi è costituito dalle morbide tastiere di Paolo Clari, mai troppo invadenti, e dal gusto per una disinvolta contaminazione di sonorità barocche e melodiche, con qualche composizione più ambiziosa tipica dei Settanta, ad esempio "Spleen", ricca di fratture, sovrapposizioni vocali e vivaci spunti di tastiere. Non ci sono episodi memorabili all'altezza del prog italiano più celebrato, è vero, tuttavia gli Zauber sanno indubbiamente scrivere musica estremamente gradevole che poggia s'una buona preparazione di base. Una menzione particolare merita la bonus-track strumentale che intitola la riedizione in CD della Vinyl Magic: davvero un piccolo gioiello, dominato dal flauto elegante di Anna Galliano. Dopo alcuni anni dedicati a iniziative musicali di carattere sociale e benefico, e diversi avvicendamenti in organico, negli anni Novanta gli Zauber hanno ripreso il percorso musicale interrotto con nuovi dischi come "Est"(1992), "Phoenix"(1992), che in realtà recupera materiale inedito dei Settanta, e quindi il live "Venti", pubblicato nel 1997 da Mellow Records.

"Il sogno"

  Zoo   - Tra le prime formazioni rock a emergere in Francia, gli Zoo nascono nel 1968 a Parigi sulle ceneri del gruppo Question. Nel 1969 viene pubblicato dall'etichetta Riviera l'album d'esordio omonimo (), storicamente importante per la scena transalpina e inciso da un folto organico che include ben due sassofonisti/violinisti, oltre a un trombettista e al valido cantante Joël Daydé. La musica è un vivace jazz-rock arricchito da elementi funk, blues e psichedelici: protagonista è spesso l'organo di André Hervé, ma il suono è sempre ricco e corposo, specie in episodi strumentali come "Bluezoo", con la chitarra solista di Pierre Fanen in evidenza nella scansione lenta ad effetto, o la briosa "Rhythm and Boss", per organo e tromba, più il violino che s'inserisce a meraviglia nel concitato schema ritmico insieme alla chitarra. Di buon effetto anche "Ramses", dalla cadenza ipnotica, e il blues avvolgente "Samedi Soir à Carnouet", ancora per organo e chitarra insieme ai fiati e al violino, mentre la lunga chiusura di "Mammouth" è costruita s'una base ritmica ossessiva sulla quale s'innestano di volta in volta tromba, organo e chitarra in una jam psichedelica estrosa e innovativa. Di spessore pure i brani cantati, grazie alla discreta verve di Daydé: ad esempio il tiratissimo rhythm and blues di "Memphis Train" (da Rufus Thomas), con l'inventiva chitarra di Fanen sotto la voce, e la brillante apertura funky-jazz di "If You Lose Your Woman". Poco dopo, Daydé e Fanen se ne vanno per divergenze stilistiche, e al gruppo si unisce il nuovo cantante Ian Bellamy, che appare nel secondo disco "I Shall Be Free" (1970). E' uno strano album, perché nelle dieci tracce si ascoltano spunti di sicuro interesse progressivo, ma calati in uno schema generale ancora sixties. I fiati sono spesso protagonisti, già nell'attacco di "City Breakdown", ma anche il ruolo del violino è più consistente: "New Violins" è uno strumentale decisamente prog, con l'apporto della chitarra di Michel Bonnecarrère e dei fiati. Tra gli altri pezzi spiccano il grintoso rock di "Runaround Lucy", con violino e organo sugli scudi insieme alla voce di Bellamy, e sullo stesso piano la fluida "Plaistown Place", con un bel lavoro del bassista Michel Hervé. Interessante anche "Endless Words", un sofisticato impasto jazz-rock con il sax protagonista, mentre il resto è comunque suonato con bella intensità e piccole invenzioni strumentali: ad esempio il blues di "I Go Out of My Mind" o anche "Luckie". Dopo aver suonato in due album di Léo Ferré gli Zoo realizzano quindi "Hard Times, Good Times" nel 1972. Ridotti a un sestetto, senza Bonacarrere, il gruppo assembla altre dieci tracce di buon livello, sempre con gli stessi ingredienti di base e una produzione eccellente. Se la title-track con i fiati e le voci corali in primo piano è un brass-rock scandito dalla chitarra, si segnalano anche la mordente "Captain", e quindi "Faces", con André Hervé scatenato al piano, mentre la chitarra e soprattutto il violino di Michel Ripoche sono l'asse portante della folkeggiante "Four Strings". Dal canto suo, Bellamy firma "What Am I To Be", un lento per pianoforte e flauto più coro femminile di bella atmosfera, oltre alla più ariosa "Second Class Games", sempre col flauto di Carlet al proscenio. Dopo l'ultimo 45 giri "Life Is Living" / "Stiggy Poo" la band si sfalda, ma nel 2010 è uscito poi "Live Tour Épisode 1". Ristampe a cura di Flawed Gems e O-Music.

"Zoo"