Classici e capiscuola del Rock Progressivo Italiano

Italia A - N

Area   Arti + Mestieri   Balletto Di Bronzo   Banco Del Mutuo Soccorso   Canzoniere del Lazio

Locanda Delle Fate   Napoli Centrale   New Trolls





AREA

Gli Area restano la più radicale esperienza della musica italiana degli anni settanta. Proprio per questa ragione hanno sempre diviso in due la critica e il pubblico. Rimane il fatto che il gruppo, formato nel 1972, ha inciso nel corso di quegli anni dischi di valore assoluto, caratterizzati soprattutto dal costante tentativo di uscire dai confini del rock sinfonico e barocco di scuola anglofona.

L'esordio di "Arbeit Macht Frei" (1973, a sinistra la copertina) basta da solo a giustificare, nel bene e nel male, l'unicità di questa proposta. La voce straordinaria di Demetrio Stratos (a suo tempo con i Ribelli di "Pugni chiusi"), unita alla trama sonora intessuta di free-jazz, richiami etnici di matrice arabo-balcanica, elettronica e altro ancora, s'impongono subito come la punta più avanzata della nostra musica alternativa. A parte il cantante di origine greca, anche Patrizio Fariselli (tastiere), Patrick Dijvas (basso), Giulio Capiozzo(batteria), Paolo Tofani (chitarre) e il valido Victor Edouard Busnello al sax, dimostrano uno per uno indiscutibili qualità, messe però al servizio di una superiore coesione. Ecco scaturire allora pezzi di presa immediata e davvero nuovi come "Luglio, agosto, settembre (nero)", accanto a scintillanti esempi di jazz mai accademico ma pulsante e vitale, come del resto i testi , duri e graffianti di Gianni Sassi: "Consapevolezza", ma anche la title-track, rumoristica e sperimentale, oltre ai larghi spazi strumentali di "5.240 chilometri da Smirne" e "L'abbattimento dello Zeppelin", fanno di questo esordio discografico un assoluto 'must' per chi voglia conoscere anche l'altro aspetto del progressive italiano.

Sulla stessa scia, ma con proposte musicali ancora più ostiche e innovative, prosegue "Caution radiation area" (1974), senza Busnello e con il bassista Ares Tavolazzi che rileva Dijvas (passato alla P.F.M.): la suggestione di "Cometa rossa", cantata in greco da Stratos, non toglie niente ai momenti più acuminati di "Mirage!", "Brujo" e soprattutto "Lobotomia", programmatica dissonanza che rifiuta ogni etichetta di comodo. Il suono aperto, destrutturato e sempre estremo degli Area fa discutere, ma non passa certo inosservato. Solo in "Crac!" (1975, a destra) si può notare come il discorso si distenda più fluido e meno aggressivo, in un brano esemplare quale "Gioia e rivoluzione", con versi che si rivolgono direttamente a chi ascolta ("Canto per te che mi vieni a sentire/suono per te che non mi vuoi capire"). Già l'attacco di "L'elefante bianco" morde e coinvolge nell'abbinamento tra la voce di Stratos e il piano di Fariselli, in un impasto di grande presa, con i suoi richiami medio-orientali, che si ripete e dilata poi negli episodi strumentali: prima "Megalopoli", con il pulsare sempre creativo del basso e lunghe variazioni dominate dai sintetizzatori, quindi "Nervi scoperti", tesa e spigolosa come il titolo, fino al vibrante jazz-rock di "Implosion". Stratos interpreta al meglio anche "La mela di Odessa (1920)", ironica ma efficace sintesi su due visioni del mondo diametralmente opposte, che diventa presto un cavallo di battaglia del gruppo dal vivo. E' probabilmente l'apice degli Area, insieme all'album d'esordio. Nel live "Are(a)zione", pubblicato lo stesso anno, si riconferma comunque l'impatto dirompente ed emozionale della band sul pubblico, ogni volta spiazzato e insieme trascinato dall'energia di Stratos e compagni.

"Maledetti" (1976, a fianco) è ancora un disco sperimentale e spigoloso, ma di grande spessore. In pratica è un audace concept di "fanta-sociopolitica" (così nelle note di presentazione), dove s'immagina che la coscienza del mondo, conservata sottoforma di plasma liquido, si disperda per un guasto, aprendo così la strada a diverse teorie per riorganizzare la società umana: restituire il potere ai più vecchi, oppure darlo finalmente alle donne, fino ai bambini e all'ipotesi del caos assoluto. Contenuti esplosivi e molto legati al tempo in cui nascono, come "la demolizione del corporativismo musicale" che passa attraverso il sabotaggio di Bach, inteso come simbolo della tradizione classica ("Il massacro di Brandenburgo numero tre in sol maggiore"), di cui resta però inalterato, anche oggi, l'enorme potenziale inventivo e provocatorio depositato nei suoni e nella voce inimitabile di Stratos. Si va dall'anarchia liberatoria di "Caos", a smaglianti esempi di jazz elettronico e sonorità mediterranee a struttura mobilissima: da "Diforisma urbano" a "Gerontocrazia", con Stratos che intona una ninna-nanna dell'Asia Minore, passando per "scum" e "Giro, giro, tondo", in una sequenza sempre creativa e pulsante. Gli Area si giovano anche del contributo di ospiti eccellenti, quali Steve Lacy e Paul Lytton, per dare corpo a uno dei progetti più innovativi della musica italiana di quegli anni.

Intanto anche Paolo Tofani cede il passo, e il momento d'oro degli Area si chiude con "Gli dei se ne vanno gli arrabbiati restano" (1978), quasi una sintesi magistrale di ricerca, provocazione intelligente e avanguardia vera. Poi, dopo un'intensa annata concertistica tra Portogallo e Cuba i pezzi si scompongono, e la morte prematura di Stratos (a New York il 13 giugno 1979) suggella insieme la storia del gruppo e la migliore stagione della musica alternativa in Italia, in un memorabile e oceanico concerto-tributo tenuto all'Arena di Milano. Il cantante aveva fatto in tempo comunque a incidere due dischi di ricerca vocale quali "Metrodora"(1976) e soprattutto "Cantare la voce"(1978): documenti straordinari sulle possibilità della voce umana, ancora da esplorare e apprezzare davvero.

Nonostante il colpo, Area riparte subito con "Tic tac" (1980), un disco sempre più orientato verso il jazz, e prosegue fino al 1983. Nel 1993 c'è una ripresa dell'attività che sfocia nella pubblicazione di "Chernobyl 7991", del 1997, ma lo scioglimento definitivo arriva alla fine del decennio. Ai nostri giorni, dopo la scomparsa di Giulio Capiozzo nell'estate 2000, Fariselli segue un percorso solista realizzando alcuni dischi, tra i quali "Lupi sintetici e strumenti a gas" (2001) sotto la sigla Patrizio Fariselli Project. Nel 2009 infine avviene una vera rinascita del gruppo, nuovamente imperniato sul trio Fariselli-Tavolazzi-Tofani e l'aggiunta del batterista Walter Paoli nelle esibizioni live del cosiddetto "Reunion Tour".

Dischi consigliati:

  • "Arbeit macht frei" (1973)
  • "Crac!" (1975)
  • "Maledetti" (1976)

    · Sito ufficiale            Guarda il video di "Luglio, agosto, settembre (nero)"(Live TV 1977)



    ARTI + MESTIERI

    I torinesi Arti + Mestieri vanno ricordati tra i gruppi più vivaci e interessanti del panorama musicale italiano, soprattutto per una proposta che dal rock si apre a soluzioni inedite, piuttosto innovative e dinamiche.

    Nata nel 1974 su iniziativa di Furio Chirico (ex-Trip), la formazione è un sestetto che fa il suo debutto lo stesso anno con "Tilt" (a sinistra), un perfetto esempio della singolare ispirazione che sorregge il progetto: brillanti arrangiamenti e repentini cambi di tempo e d'atmosfera, anche all'interno dello stesso brano, dimostrano qualità tecniche non comuni e un certo coraggio nell'uscire dai modelli prefabbricati e più appetibili dal mercato. Le sonorità tipicamente prog infatti sono coniugate a stacchi e soluzioni di stampo vagamente fusion, che mostrano la personalità del gruppo. Nel mobilissimo tessuto musicale degli Arti spiccano soprattutto il violino dinamico e spericolato di Giovanni Vigliar, oltre alla straordinaria versatilità di un batterista come Furio Chirico, abile a cucire ritmicamente i mutevoli umori del disco. In una sequenza di grande impatto si segnalano l'attacco splendido di "Gravità 9.81", con la tensione sottolineata a turno dal violino, il basso di Marco Gallesi e il sax di Arturo Vitale, sullo sfondo incombente del mellotron di Beppe Crovella. Lo stesso vale per "Strips", cantata da Vigliar e col vibrafono in evidenza, mentre il violino domina anche "Positivo/Negativo", con i suoi stacchi ritmici ad effetto. Se "In cammino" è una parentesi atmosferica costruita sui fiati di Vitale e il violino onnipresente, che cresce alla distanza in gustose variazioni in chiave jazz guidate dal piano elettrico e dalla chitarra elettrica di Gigi Venegoni, la lunga "Articolazioni" è invece una composizione multiforme, drammatica e romantica al tempo stesso: parte in sordina per trovare via via intensi spunti di violino affiancati a dovere dalla ritmica e dalle ricche tastiere di Crovella insieme ai fiati, tra pause e riprese che incorniciano la delicata parte lirica.

    Circondati subito da una certa stima, gli Arti sono protagonisti di una vivace stagione concertistica, specie nel circuito alternativo dell'epoca (come il Festival di Re Nudo al Parco Lambro) e poi in varie tournée, con Gentle Giant e Area tra gli altri. Il gruppo incide quindi "Giro di valzer per domani"(1975, a destra), completo di istruzioni per aspiranti danzatori, ma ciò che più conta ancora denso di buona musica. In organico entra pure il cantante Gianfranco Gaza (ex Procession), che risolve brillantemente un brano sciolto e intrigante come "Saper sentire", e poi la più amara "Aria pesante", ben supportato dal sax intenso di Vitale, anche se il disco è ancora in gran parte strumentale, frazionato in una serie di brani generalmente brevi, con l'elemento ritmico quasi sempre centrale. Si va dall' incipit accattivante della title-track alla bella "Mirafiori", uno dei momenti migliori, con la chitarra di Gigi Venegoni in grande spolvero accanto ai fiati e al violino, fino a intermezzi più atmosferici come "Mescalero", coi fiati e il vibrafono in primo piano, passando per le più corpose "Nove lune dopo", che aggiorna il vivace jazz-rock del debutto, o anche "Sagra", con l'energica batteria di Chirico protagonista. Ancora di buon effetto la chitarra cesellata di Venegoni in "Consapevolezza I", un brano che dimostra quanto l'amalgama tra i componenti sia ormai pienamente raggiunto, e capace di garantire una musica sofisticata e ricca di sfumature, fino a qualche parentesi più sperimentale: un valido esempio è "Marilyn", dove il pianoforte, la ritmica irregolare e il sax danno vita a una sorta di malinconico ritratto.

    La crisi generale del pop italiano si fa sentire però anche sulla band torinese, e così passano ben quattro anni prima del terzo atto discografico. Venegoni esce dal gruppo nel 1976 per formare appunto Venegoni & Co., mentre lo stesso anno Gallesi forma gli Esagono per realizzare "Vicolo", album al quale collaborano lo stesso chitarrista e Arturo Vitale.

    "Quinto stato", pubblicato finalmente nel 1979 con il nuovo cantante Rudy Pasuello, ma senza Beppe Crovella, rilevato da Marco Cimino (ex Errata Corrige) è tuttavia un album altalenante, decisamente meno compatto e convincente dei due precedenti. I testi sono comunque più ambiziosi e mordenti, nel chiaro e lodevole intento di dare voce alle realtà sociali più difficili con un linguaggio privo di fronzoli: ad esempio l'iniziale title-track, ma anche la sferzante "Arterio(sclerosi)". La parte musicale invece, sembra aver perso le sue caratteristiche più innovative, anche se in alcuni momenti strumentali emergono le indubbie qualità di Chirico e compagni: è il caso soprattutto di "Torino nella mente", con il flauto di Claudio Montafia in bella evidenza, e anche della conclusiva "Sui tetti", valorizzata dal grande lavoro al basso di Marco Gallesi.

    Negli anni che seguono inizia un periodo molto più complesso. Una nuova edizione degli Arti, con Chirico alla guida, pubblica "Acquario" (1983) e "Children's blues" (1985), in stile decisamente 'fusion', mentre nel 1990 esce un "Live '74", documento della prima fase del gruppo. Negli anni Novanta la band torinese, stavolta con cinque membri storici, torna attiva per realizzare nuovi dischi sia in studio che dal vivo, a partire da "Murales", pubblicato nel 2000, e quindi "Estrazioni", uscito nel 2005, con la partecipazione del sassofonista Alfredo Ponissi. Molto intensa, come al solito, è l'attività live del gruppo, che suona tra l'altro al Club Città di Tokyo lo stesso anno: dall'esibizione è tratto appunto il disco dal vivo "First Live in Japan" (2006).

    In seguito, gli Arti si riducono ancora a quintetto, e l'ultima incisione di studio del gruppo è un EP intitolato "Il grande Belzoni" (2009), quattro brani ispirati al famoso eploratore italiano Giovanni Belzoni. Della nuova formazione, insieme a Chirico, Beppe Crovella, Roberto Puggioni (basso) e Marco Roagna (chitarra) fa parte anche un giovane cantante di buona personalità come Iano Nicolò, noto anche come voce del gruppo Cantina Sociale.

    Dischi consigliati:

  • "Tilt" (1974)

    · Sito ufficiale          Guarda il video di "Il grande Belzoni/Il figlio del barbiere" (Live, Torino 2009)



    BALLETTO DI BRONZO

    Con una discografia in fondo striminzita è riuscito a questo gruppo storico del progressive italiano di lasciare il segno e conservare tuttora grande e meritata fama.

    Originaria di Napoli, la prima formazione del Balletto (due chitarre, basso e batteria) realizza nel 1970 un primo album intitolato "Sirio 2222" (a destra) senza farsi notare dal grande pubblico. Il disco, preceduto da un paio di 45 giri tra il 1969 e il 1970, è in realtà un discreto prodotto, con la sua miscela ingenua ma generosa, e spesso sorprendente, di hard rock e melodia post-beat, condita da belle iniezioni di pop psichedelico. Chitarre acide, una ritmica secca e irregolare, e la duttile voce di Marco Cecioni sono i tratti salienti di una sequenza piuttosto brillante per la scena italiana, nella quale spiccano episodi quali "Eh eh ah ah" (con tanto di armonica), e poi la delicata "Meditazione", con un arrangiamento orchestrale ad effetto. Di buon livello sono pure il blues tiratissimo di "Incantesimo", dove si esalta l'aggressiva chitarra solista di Lino Ajello, e quindi la chiusura di "Missione Sirio 2222", una vera fantasia cosmica tra psichedelia e sperimentazione.

    Un esordio di tutto rispetto, ma la svolta decisiva per il Balletto coincide con l'arrivo del tastierista Gianni Leone, reduce dalla prima edizione dei Città Frontale (embrione dei futuri Osanna), e l'uscita di scena di Cecioni e del bassista Michele Cupaiuolo, rilevato da Vito Manzari.
    E' proprio Leone che compone tutto il materiale di
    "Ys", il capolavoro indiscusso del Balletto e uno dei dischi più celebri del prog italiano, oggetto di culto anche all'estero. E' il 1972, e il gruppo s'impone subito tra le decine di nuovi esordienti che affollano la scena rock italiana, grazie alla grinta e alla vena estrema del funambolico tastierista, che tra l'altro si destreggia benissimo nel ruolo di voce solista: il suo timbro esasperato, infatti, sembra perfetto per le inquietanti atmosfere dell'album, incentrato s'un protagonista gravato di una verità che lo opprime ma non sa più come condividere.

    I cinque brani di "Ys" (a sinistra la copertina) sono tutti in qualche modo memorabili, e inseriti in contesto che cattura fin dalle prime note nelle sue spirali. La lunga "Introduzione", tra i picchi assoluti della sequenza, è il fascinoso primo atto di un viaggio fantastico dai contenuti spesso angosciosi e dalle tonalità dark, dove i cori lunatici, gli stacchi maestosi di mellotron e un assolo mozzafiato di Lino Ajello alla chitarra elettrica sono anche oggi di grande effetto. "Primo incontro" è invece una cavalcata ansimante a tinte fosche, che procede per strappi e sincopi in un'altalena imprevedibile che prende alla gola, fino a sfumare in una coda ineffabile di clavicembalo che scioglie per un attimo la tensione. Quanto a "Secondo incontro", che apre il secondo lato, rimane un esempio forse ineguagliato di hard rock italiano, per la carica energetica che sprigiona con la sua alternanza di pieni e vuoti e per gli incroci 'pericolosi' tra il geniale piano jazz di Leone, la ritmica cupamente ossessiva e i consueti cori stranianti quanto evocativi: è un insieme di grande potenza, che mette in luce soprattutto lo stupefacente amalgama tra i quattro componenti. Con "Terzo incontro" tutto precipita, la musica si trascina quasi spettrale in un paesaggio ormai segnato, tra gemiti e spasimi, e una ritmica cruda che affonda i colpi, fino all'incalzante coro di "Epilogo" che chiude il viaggio. Accanto all'estro visionario e dominante di Leone, non è certo trascurabile, nell'economia generale di questo disco davvero esplosivo, il contributo generoso offerto sia dal bassista Vito Manzari che da Giancarlo Stinga alla batteria.

    Subito dopo un tale exploit però, davvero come l'isoletta leggendaria della Bretagna che ha ispirato il titolo del disco, anche il Balletto affonda misteriosamente. Dopo un altro 45 giri dai tratti più morbidi pubblicato nel 1973 ("La tua casa comoda"/"Donna Vittoria"), la formazione va in pezzi e Gianni Leone intraprende una carriera solista di poca fortuna commerciale, ma di buon livello. Nel 1975 il tastierista va a New York per incidere con lo pseudonimo di LeoNero l'album "Vero" (che uscirà però solo nel 1977), interessante e ancora pieno di echi progressive ("Il castello" ad esempio, o "La bambola rotta"), dove suona in prima persona tutti gli strumenti.

    Quindi, dopo il singolo "Fremo"(1978), nel 1981 il tastierista realizza anche un secondo album come "Monitor".

    Dopo molti anni di silenzio, una nuova edizione del Balletto, col solo Leone della prima formazione, ha finalmente realizzato "Trys"(1999), che ripropone dal vivo "Ys" più nuove composizioni.

    Dischi consigliati:

  • "Ys" (1972)

    · Sito non ufficiale          Guarda il video di "Introduzione" (Live, Roma 2007)



    BANCO DEL MUTUO SOCCORSO

    Nato a Roma nel 1969 su iniziativa di Vittorio Nocenzi, giovane tastierista che aveva collaborato con la già nota Gabriella Ferri, ma stabilizzatosi solo dopo il Festival Pop di Caracalla del 1971, con la fusione tra i componenti di due band minori come i Fiori di Campo e le Esperienze, il Banco del Mutuo Soccorso è ancora oggi, dopo molte traversie, uno dei gruppi italiani più amati e stimati, anche all'estero.

    Poco prima della fortunata esibizione al Festival di Avanguardia e Nuove Tendenze di Villa Pamphili a Roma, dove la band si afferma ex-aequo con i torinesi Circus 2000, nel maggio 1972 è pubblicato dalla Ricordi l'omonimo disco d'esordio (a sinistra). Più che alla curiosa copertina a salvadanaio del vinile originale, ricercatissimo oggi dai collezionisti, deve la sua fortuna alle composizioni lunghe e ambiziose, imperniate sulle tastiere dei fratelli Nocenzi (Vittorio all'organo e il più giovane Gianni al pianoforte) e la particolare voce solista di Francesco di Giacomo, dotato di un suggestivo timbro tenorile. Completano l'organico la chitarra di Marcello Todaro, il basso di Renato D'Angelo e la batteria di Pierluigi Calderoni. Il tono generale è romantico e severo, ispirato nei testi ai poemi cavallereschi del rinascimento italiano, e il connubio di 'bel canto' e moderna ricercatezza dei passaggi strumentali, rimane inconfondibile. Da "R.I.P.(Requiescant in Pace)", prima martellante e poi stupendamente risolta in 'pathos' intorno alla voce di Di Giacomo, a "Metamorfosi", con il celeberrimo attacco alla chitarra elettrica di Todaro e le brillanti variazioni di organo e pianoforte, fino al "Giardino del mago", articolata e intrigante suite dove il gruppo sembra cesellare all'infinito uno stesso tema ricorrente, tra un diffuso lirismo e ritmi trascinanti e sorprendenti. Stupisce la personalità dell'ispirazione, che si esprime in una scrittura complessa e per una volta anche molto, molto 'italiana'. In breve, un classico assoluto del rock progressivo italiano, e per molti anche la prova migliore della band.

    Subito amatissimo dal pubblico, il Banco replica alla fine del '72 con "Darwin!" (a destra), un concept dedicato alle teorie evoluzionistiche dello scienziato inglese. Dietro il pretesto, tra ironia e poesia, il gruppo regala ancora perle: spicca soprattutto "750.000 anni fa...L'amore?", forse il vertice assoluto dell'accoppiata pianoforte-voce che rievoca romanze d'altri tempi. Sublime. Il disco, più in generale, conferma le qualità dei sei, l'amalgama ormai perfetto tra le parti, con una invidiabile integrazione, soprattutto, tra lingua italiana e ritmica rock, così fatale invece ad altre band pur dotate del nostro panorama: lo dimostrano episodi memorabili come "La conquista della posizione eretta", di grande lirismo, o la lunga apertura de "L'evoluzione", che espone per sommi capi le teorie di Darwin. Gianni Nocenzi, col suo pianoforte ben supportato dal contrabbasso di Renato D'Angelo, si prende poi lo spazio per un raffinato strumentale in odore di jazz come "Danza dei grandi rettili", tra i momenti più evocativi della sequenza, a testimonianza che il talento abbonda e non sopporta etichette.

    Poi ecco "Io sono nato libero"(1973, sotto la copertina), da molti considerata la prova più alta del gruppo romano. Il Banco matura e prende posizione sin dal titolo, schierandosi a favore di ogni libertà calpestata. E' il tempo del golpe cileno, e non per caso Di Giacomo intona il suo "Canto nomade per un prigioniero politico", lungo episodio connotato da una prima parte nostalgica e insieme orgogliosa, che scivola quindi in atmosfere più rarefatte e quasi oniriche, dove si dintinguono le percussioni, il synth e la chitarra acustica. Il clima cupo e solenne dell'apertura è poi addolcito dalla bella parentesi melodica di "Non mi rompete", che rimarrà uno dei maggiori cavalli di battaglia della band romana: è la forza del sogno, a volte, ad essere rivoluzionaria e a spezzare l'assedio delle dittature. In questo contesto, probabilmente è "La città sottile", musicata da Gianni Nocenzi, con le sue trame misurate e inquietanti ben riassunte dalla duttile voce solista, a suonare più innovativa. Infine, prima della seconda "Traccia", che replica quella posta in coda al disco d'esordio, ecco il potente affresco di "Dopo, niente è più lo stesso": vibrante nella voce dolente di Francesco Di Giacomo, è l'umanissima protesta contro ogni conflitto bellico che rompe fatalmente l'armonia tra uomini e cose. Davvero belle e persuasive le immagini del testo, e molto ricercata l'articolazione sonora del pezzo, con il synth di Vittorio Nocenzi in primo piano.

    E' questa triade di album che racchiude il meglio del Banco in chiave progressiva, ma la storia continua, e Todaro lascia il posto al nuovo Rodolfo Maltese. A questo punto, come pure ad altre band italiane, si presenta al gruppo l'occasione di farsi notare all'estero: succede con l'uscita di "Banco"(1975), antologia di brani tratti dalle prime tre prove, nuovamente incisi con piccole varianti e i testi in lingua inglese, e pubblicata dalla Manticore, l'etichetta gestita da Emerson, Lake & Palmer. L'unica traccia inedita è "L'albero del pane", bellissimo brano che esalta più che mai la personalità vocale di Francesco Di Giacomo. L'esperienza raccoglie molti consensi critici, è vero, ma purtroppo scarso riscontro da parte del pubblico inglese.
    Segue la colonna sonora de
    "Il garofano rosso" (1976), il film diretto da Luigi Faccini sulla base del celebre romanzo di Elio Vittorini. Si tratta di un album interamente strumentale, ricco di splendidi passaggi e suggestioni liriche: la scrittura del Banco, immaginifica ma ricca di chiaroscuri, pare fatta apposta per dipingere l'epoca e il clima descritti dal romanzo e dal film. Quasi tutti i pezzi sono segnati dagli spunti alla chitarra e alla tromba di Rodolfo Maltese, davvero prezioso polistrumentista.

    Il successivo concept dello stesso anno, "Come in un'ultima cena" (a fianco) segna una piccola frattura tra il gruppo romano e i suoi fans, lasciando interdetta anche la critica. Il tema al centro del progetto è quello di una crisi personale che sollecita, dalla cerchia degli amici più intimi, la risposta per una possibile via d'uscita: idea interessante, ma al primo impatto sembra un'opera avara di slanci, musicalmente quasi racchiusa in se stessa rispetto al passato. In realtà, riascoltato oggi, l'album ha davvero dei momenti pregevoli e i testi, anche se più riflessivi, hanno una loro coerenza. "Voilà Mida", "Il ragno" e "Slogan", ad esempio, sono comunque brani di spessore in una sequenza che pure, a volte, sembra un po' condizionata dal dipanarsi ragionativo del racconto. La Manticore pubblica il disco anche in versione internazionale ("As in a Last Supper"), con i testi tradotti in lingua inglese, per l'occasione, da Angelo Branduardi.
    Finalmente è poi il momento di misurarsi con una vera orchestra, in
    "...Di terra" (1978): gruppo d'impronta e formazione classica, il Banco lo riafferma sul campo, attraverso la bella partitura sinfonica concepita da Vittorio Nocenzi. Più che in altre esperienze consimili, l'integrazione tra il gruppo e l'Orchestra dell'Unione dei musicisti di Roma, diretta da Antonio Scarlato, appare qui pienamente compiuta e offre un armonioso dispiegarsi della musica in sei movimenti, i cui titoli nascono da una poesia di Francesco Di Giacomo. E' un disco di classe eccelsa, dalle mille risonanze e dai raffinati arrangiamenti, che varca felicemente i confini di genere.

    L'anno seguente, con il nuovo bassista Giovanni Colaiacomo (a suo tempo con i Kaleidon) che rileva Renato D'Angelo, esce "Canto di primavera": è un disco festoso come il titolo, che dimostra vitalità e buon sangue. Tuttavia è un fatto che i tempi sono cambiati, e il titolo del successivo album dal vivo, "Capolinea" (1980), sembra profetico, anche se in realtà è solo il nome dell'omonimo locale milanese dove appunto ha luogo il concerto finito su disco.

    Gli anni ottanta sono funesti per il Banco e per l'intero progressive italiano: il gruppo sforna sì diversi album, come "Buone notizie"(1981) o "...E via" (1985), il primo senza Gianni Nocenzi che inizia una carriera solista, ma decisamente lontani dai livelli della prima fase. La musica si alleggerisce, utilizzando formule sonore più dirette a scapito però di quella patina lirica che la faceva così unica. Da segnalare anche un'apparizione al Festival di Sanremo 1985 con "Grande Joe".

    Dopo anni di difficoltà, finalmente il gruppo sembra ritrovare una sua rinnovata vena, anche in concomitanza col generale 'revival' degli anni settanta. Il doppio CD "Nudo" (1997), quasi interamente registrato dal vivo, con una formazione che include i giovanissimi Tiziano Ricci (basso), Filippo Marcheggiani (chitarra) e Maurizio Masi (batteria) accanto agli inossidabili Nocenzi, Maltese e Di Giacomo ci regala una galleria di splendidi cavalli di battaglia, ma anche la lunga title-track inedita, nella quale il Banco sembra davvero pronto a ricominciare.

    In seguito, la band romana è colpita però da due lutti che mettono in dubbio la sua stessa esistenza: prima l'improvvisa scomparsa in un incidente stradale di Francesco di Giacomo (febbraio 2014), cui il gruppo dedica idealmente l'album-progetto "Un'idea che non puoi fermare", seguita da quella di Rodolfo Maltese (ottobre 2015). Lo stesso Vittorio Nocenzi viene colpito da emorragia cerebrale, ma alla fine recupera e l'attività del gruppo prosegue con un cospicuo rinnovamento dell'organico e l'ingresso di Marco Capozzi (basso), Fabio Moresco (batteria) e il cantante Tony D'Alessio. Sono anche loro i protagonisti, con i più vecchi Di Già e Marcheggiani, dell'album "Transiberiana", realizzato per la nuova etichetta Inside Out Music nel 2019: è il primo disco di studio interamente inedito dal lontano 1994. La storia del Banco, guidato come sempre da Vittorio Nocenzi, non è ancora finita.

    Dischi consigliati:

  • "Banco del Mutuo Soccorso" (1972)
  • "Io sono nato libero" (1973)

    · Sito ufficiale          Guarda il video di "Canto nomade per un prigioniero politico" (Live, Roma 2010)



    CANZONIERE DEL LAZIO

    Singolare caso di folk regionale che nel tempo si arricchisce fino a inglobare altre tradizioni e materiali eterogenei (dal jazz al rock), il Canzoniere del Lazio è tra i pochissimi gruppi italiani che ha saputo nobilitare la tradizione popolare fino a inserirla, a suo modo e senza tradirla, nel circuito della musica progressiva. Non a caso, il gruppo parteciperà a tre edizioni del celebre Festival di Re Nudo al Parco Lambro, insieme ai nomi più alternativi della scena rock italiana.
    A formare nel 1972 la band romana, ispirata e supportata dal noto ricercatore e critico musicale Alessandro Portelli, tra i primi a capire l'importanza della musica popolare, è un pugno di musicisti come Piero Brega e Sara Modigliani (voci e percussioni), con Carlo Siliotto (violino, mandolino, chitarra) e Francesco Giannattasio (organetto e percussioni): sono loro i protagonisti del primo disco,
    "Quando nascesti tune", pubblicato nel 1973 dalla storica etichetta Dischi del Sole, punto di riferimento della migliore canzone folk e politica, da Giovanna Marini a Paolo Pietrangeli e Ciccio Busacca. Il disco raccoglie quindici pezzi che rispettano in pieno il proposito di recupero della musica popolare del Lazio, con una strumentazione acustica e voci genuine ben orchestrate, quelle di Brega e Modigliani soprattutto, sostenute dal ritmo battente e incalzante delle chitarre e del violino indiavolato di Siliotto. Sono canti della tradizione operaia ("Su comunisti della capitale"), schietti e sanguigni senza troppi fronzoli ("Tutti ci hanno quarche cosa" o anche "Uno, evviva Giordano Bruno"), ingenuamente festosi e sensuali ("Sabato vado a Marino", cantato a più voci come la canzone del titolo), anche presi a prestito dal folk meridionale ("Cu' trenta carrini - Tarantella dei baraccati"), ma più in generale tipicamente romani o ciociari, tra fatalismo e rivolta sociale.

    Solo col successivo "Lassa sta' la me creatura" (1974), il gruppo comincia a contaminare il folk di partenza con nuove suggestioni. Non a caso, l'album esce per una label come la Intingo, guidata da Ricky Gianco, e accanto agli strumenti acustici compaiono il basso elettrico (Brega) e la chitarra elettrica (Pasquale Minieri), mentre in formazione adesso ci sono ben tre fiatisti, con Luigi Cinque e Gianni Nebbiosi che affiancano Giannattasio e contribuiscono alle inedite aperture strumentali. Nella lunga "'Ncominciai a non avè più bene in vita mia (da piccolo fanciullo)", cantata da Brega, colpisce appunto l'incontro tra il canto popolare e il suono del sax, con innesti percussivi e violinistici che spostano gli equilibri sonori in una direzione tutta da sperimentare, ma già intrigante, nuova per il panorama italiano. Notevole nel finale lo spunto al sax soprano di Nebbiosi, mentre ancora organetto e sax, con il basso a supporto, convivono nel vivacissimo impasto di "Saltarello de la Tolfa" e anche la marcia rituale di "Processione" acquista un sapore inedito per l'uso dei fiati: sempre efficace il canto di Brega, ma a fare la differenza sono proprio le variazioni del violino e dei tre sax (soprano, sopranino e tenore). Originale anche "Su gravellu arrubiu (Il garofano)", con gli strumenti acustici integrati dalla chitarra elettrica in un raffinato intreccio dalle risonanze mediterranee, tra cesure ritmiche e riprese, mentre il sax soprano di Nebbiosi (e poi il tenore) si fa notare ancora in "Canti a mete di Barbarano" sullo sfondo delle percussioni, in una lunga deriva fuori schema: quasi una sorta di free-jazz calato nell'ambiente dei mietitori.

    "Spirito bono", l'album del 1976, allarga ulteriormente l'orizzonte, aprendosi ai suoni (e alle lingue) della Sardegna e della Campania, oltre che del continente africano. Il disco include solo quattro lunghi brani, tutti sorretti dal tentativo di fondere tradizione e nuove sonorità: il risultato è una contaminazione affascinante, in cui i riferimenti si confondono e si mischiano per approdare a una musica avventurosa e fuori dagli schemi. E' così nell'apertura potente di "Ballo in Re", con ampi spazi per il violino e le chitarre, più il sax di Luigi Cinque, a creare un'atmosfera mobile e imprevedibile, a tratti dissonante, libera dai vincoli formali più consueti, anche se l'organetto di Giannattasio chiude nel solco cantabile e trasognato della tradizione. In realtà lo spazio delle voci si riduce quasi sempre a pochi versi emblematici e ripetitivi, che danno l'impronta di base al crescendo sonoro: è il caso della breve "Ballu", di ambientazione sarda, con la voce solista strumento aggiunto ai fiati e al violino che dilagano in una danza ossessiva contro "sa tirannia". Più meditativa e struggente è "Morte di Pulcinella", un testo della tradizione napoletana cantato sulla base di sax e violino nella prima parte, per lasciare spazio a un ricco tessuto musicale, con margini d'improvvisazione per violino e fiati. La lunga title-track comincia e prosegue imperterrita su di un ritmo tarantellato, guidato dai fiati e dalla batteria di Piero Avallone, con vivaci coloriture di clarinetto e sax soprano, più l'organetto, che poi incorporano i versi incisivi di Piero Brega, stavolta di area laziale, cullati da una base battente di chitarre, col violino in grande spolvero. Ficcante qui anche il flauto ottavino di Luigi Cinque sul ritmo sempre tiratissimo.

    Dopo un lungo e gratificante tour di concerti nei paesi africani di recente indipendenza (Somalia, Tanzania, Mozambico, Zambia e Kenia), su incarico del Ministero degli Esteri, arriva nel 1977 un album come "Miradas": il titolo vuol dire "sguardi" in sardo come pure in lingua spagnola, e a pubblicarlo stavolta è una label di tendenza come la Cramps, con la produzione di Paolo Tofani, il chitarrista degli Area. L'uscita di Piero Brega dalla formazione lascia spazio all'ingresso di Clara Murtas come voce solista, insieme a Marcello Vento alla batteria, mentre ai fiati adesso c'è un jazzista vero come Maurizio Giammarco. Davvero trascinante l'attacco di "Nu gatto come nu lione", con la voce femminile al centro d'un canto di tradizione siciliana, sostenuto dal sax e dal violino secondo un modello ormai ben sperimentato che lascia il segno. La batteria di Vento, non c'è dubbio, contribuisce a rinvigorire la musica del gruppo avvicinandola al rock, anche se il focus vero rimane un impasto di rara efficacia tra vecchio e nuovo che trova una sintesi nella voce femminile, soprattutto in un episodio come "Glorias" (così sono chiamate le baracche delle feste popolari sarde), vivace e convincente almeno quanto il violino di Siliotto e il flauto di Giammarco. L'album, a ben vedere, si dipana dall'isola fino all'Africa in due episodi come la breve "Zandamela", per sole percussioni, e quindi nella finale "Mogadishu", con il testo che non a caso recita "Africa Africa ci siamo / sembra Sardegna Campidano / l'aria si scioglie nei colori": una sorta di profonda consonanza emotiva, restituita a dovere da Clara Murtas in un brano di forte impatto, costellato di sincopi jazz guidate da un pianoforte spigoloso cui si aggiungono via via violino e fiati nel bellissimo crescendo finale. Più raccolta invece l'atmosfera de "Il poeta", estratto di una lirica in sardo qui tradotta in italiano, con la voce vibrante e ben incastonata tra il pianoforte e un raffinato gioco percussivo. Probabilmente è il punto più alto nella parabola del Canzoniere del Lazio.

    Intanto, a riprova dell'interesse che il gruppo romano suscitava anche fuori dai nostri confini, in Germania esce "Italien", raccolta pubblicata dall'etichetta berlinese Amiga nel 1977, dopo la partecipazione al Festival Internazionale di Musica Politica (Berlino Est), che anticipa su disco la lunghissima "Tarantellone". Nel 1978 esce quindi "Morra", disco nuovamente pubblicato dalla Intingo per motivi contrattuali e nato dalle stesse sessioni di "Miradas": è l'ultimo capitolo discografico del gruppo e ne ribadisce l'unicità nel panorama italiano. Intensa l'apertura di "Tanto ho aspettato", con la voce dolente di Clara Murtas che restituisce tutta l'amarezza di chi ha creduto, invano, che tutto potesse cambiare. Funzionale qui è la scelta di cantare in napoletano, con il violino eclettico che sottolinea impennate e riprese. Più tirata è la traccia che intitola l'album, con un pirotecnico lavoro al basso di Minieri tra i picchi di sax, il violino esasperato e il ritmo frantumato ad arte da batteria e percussioni: è un brano che testimonia l'ispirazione sempre più ricca e aperta del gruppo, in un'affascinante terra di confine tra folk e canzone politica, jazz e avanguardia, mentre i versi catturano crude scene di vite marginali. "Tarantellone", che occupa l'intero secondo lato del disco, ha invece le cadenze ossessive di una festa finita male, con violino, basso e sax protagonisti con le vivaci percussioni di Vivaldi, finché la voce femminile leva alta la sua richiesta di aiuto. La musica si fa più camaleontica sui fiati e le chitarre, le sincopi ritmiche e le spirali del violino, di volta in volta cerebrale, dissonante, malinconica, ma sempre cangiante secondo l'estro dei singoli. E' un degno epilogo per il Canzoniere, un gruppo sempre stimolante e coraggioso nelle sue scelte che lodevolmente hanno tenuto insieme musica e parole, la tradizione ma anche gli umori di una società che si evolve vorticosa nei complessi anni Settanta italiani.

    Sciolto il sodalizio, molti dei componenti storici si ritroveranno nel gruppo Carnascialia (e nel disco omonimo) voluto da Pasquale Minieri e Giorgio Vivaldi nel 1979. Carlo Siliotto, dopo aver realizzato un album solista chiamato "Ondina", sempre del '79, è oggi un raffinato compositore e autore di colonne sonore per il cinema. Anche Luigi Cinque prosegue una vivace attività come solista, mentre Giannattasio e Brega hanno suonato insieme nel gruppo Malvasia.

    Dischi consigliati:

  • "Spirito bono" (1976)
  • "Miradas" (1977)

    · Sito ufficiale di Carlo Siliotto (col suo libro sul Canzoniere)          Ascolta "Mogadishu"



    LOCANDA DELLE FATE

    Formata nei primi anni Settanta ad Asti, questa formazione ha subito diversi cambi di organico fino al 1976, quando si stabilizza come settetto con l'arrivo del cantante Leonardo Sasso. Messo sotto contratto dalla Polydor, il gruppo esordisce finalmente nel 1977, dunque in una fase già problematica per certe sonorità, con un disco dal titolo molto evocativo, "Forse le lucciole non si amano più" , prodotto da Niko Papathanassiou, fratello del più noto Vangelis.

    Con una ricca strumentazione, che includeva due tastiere, due chitarre e la robusta voce solista di Leonardo Sasso, che qualcuno ha voluto accostare a Francesco Di Giacomo del Banco, la Locanda si è segnalata come una delle ultime incarnazioni di un certo rock romantico e sinfonico, e di sicuro una delle più brillanti nell'ambito delle produzioni autoctone del genere. L'impostazione molto classicheggiante dei brani, col pianoforte di Michele Conta sempre in primo piano, arricchita però da improvvise accensioni ritmiche, e anche da una felice impronta melodica, rendono l'album estremamente gradevole e a tratti perfino memorabile. Niente di rivoluzionario, forse, poiché i riferimenti del gruppo sono piuttosto evidenti, ma indubbiamente l'ottimo affiatamento tra i sette elementi e una qualità tecnica davvero molto buona collocano la band in una posizione di rilievo nella scena progressiva italiana.

    Momenti di sicura presa, in una sequenza di sette brani che si distingue anche per l'apprezzabile omogeneità stilistica, sono lo strumentale d'apertura "A volte un istante di quiete", col fraseggio serrato che poi si distende armonioso sul flauto di Ezio Vevey, e la stessa title-track, che si giova di un testo generazionale sottolineato da belle pause meditative e cambi di tempo molto efficaci, con il chitarrista Alberto Gaviglio in grande spolvero. Non mancano nella sequenza brani più intimisti nei testi come "Profumo di colla bianca", venata di nostalgia, fino a episodi come "Non chiudere a chiave le stelle", d'impostazione acustica e con le voci in primo piano. Tra i momenti più grintosi si segnala soprattutto il breve "Sogno di estunno", uscito anche come singolo, mentre il finale è affidato alla lunga "Vendesi saggezza", forse il pezzo che meglio rappresenta le grosse potenzialità strumentali della Locanda: il flauto e il pianoforte trovano qui un colore più drammatico e vibrante, in una frase ripetuta più volte di grande effetto.

    Dopo altri due 45 giri realizzati tra il 1978 e il 1980, "New York/Nove Lune" e "Annalisa/Volare un po' più in alto" (il secondo con la sigla accorciata in "La Locanda"), il gruppo si scioglie, nonostante le discrete vendite dell'album, e con un secondo disco solo abbozzato. Del progetto reca tracce un titolo come "La giostra", brano inserito nel disco "Live" (a fianco), registrazione di un concerto del 1977 e pubblicato solo nel 1993 da Mellow Records.

    Dopo molti anni di silenzio, nei Novanta la Locanda delle Fate si ritrova quasi al completo, a parte il cantante Sasso e Michele Conta, per realizzare un nuovo progetto discografico: "Homo homini lupus"(1999). In seguito, dopo un'altra pausa, c'è una reunion nel 2006 che non porta nessun risultato concreto, finchè nel 2009 la band mette insieme quattro dei suoi componenti originali (Leonardo Sasso, Giorgio Gardino, Oscar Mazzoglio e Luciano Boero) e due nuovi arrivati (Maurizio Muha e Massimo Brignolo) per ripresentarsi nuovamente dal vivo nella nativa Asti nell'estate del 2010. Il tastierista Michele Conta, pur non partecipando a questo nuovo corso della band, è invece da tempo alle prese con un suo progetto solista.

    Dischi consigliati:

  • "Forse le lucciole non si amano più" (1977)

    · Sito ufficiale            Guarda il video di "Forse le lucciole non si amano più" (Live Asti, luglio 2010)



    NEW TROLLS

    Un altro nome storico del rock italiano: formati a Genova dapprima come Trolls, e aggiornata poi la sigla, esordiscono nel 1967 con il singolo "Sensazioni"/"Prima c'era luce", che regala loro l'affermazione al Festival di Rieti e li fa notare al pubblico italiano più affamato di novità. Altri singoli di successo, come "Visioni" (1968), affermano il potenziale della band: da un lato la chitarra esplosiva di Nico Di Palo, in possesso anche di un falsetto micidiale, e dall'altro un prezioso polistrumentista come Vittorio De Scalzi (tastiere, flauto, voce).

    La prima prova veramente impegnativa è costituita dall'album "Senza orario senza bandiera", realizzato nel 1968: si tratta del primo concept italiano, e si basa sulle liriche di un personaggio già abbastanza noto come Fabrizio De André. Musicalmente, ispirata dai bellissimi testi del cantautore e dagli arrangiamenti di Giampiero Reverberi, la band amplia il suo orizzonte, dal sanguigno hard-rock degli esordi in direzione di un pop-rock più variegato, ma ricco del consueto gusto melodico ("Vorrei comprare una strada" ad esempio). I brani più riusciti sono comunque l'iniziale "Ho veduto", manifesto di una generazione nuova e consapevole, e poi soprattutto la preghiera naive di "Signore, io sono Irish". C'è anche spazio per il falsetto di Nico Di Palo: ad esempio "Duemila" o "Padre O' Brien", fino all'ambigua nostalgia tra reduci di "Ti ricordi Joe?". La dimensione più roccheggiante, un po' sacrificata nel disco, ha modo di esprimersi nuovamente nella manciata di singoli pubblicati in sequenza tra il 1969 e il 1970: da "Davanti agli occhi miei" a "Una miniera", fino ad "Annalisa", titoli di grande successo che in gran parte confluiscono nel secondo album, intitolato semplicemente "New Trolls" (1970). Siamo agli albori del nuovo decennio che consacrerà l'affermazione del progressive, e il gruppo, lanciatissimo da un paio di partecipazioni a Sanremo (nel 1970 con "Una storia") e diversi Festival Pop del periodo (Caracalla, Viareggio, Davoli Pop) non si lascia sfuggire l'occasione giusta per incrementare la propria fama.

    Interpellati dal compositore argentino Luis Enriquez Bacalov alle prese con la colonna sonora del film "La vittima designata" (regia di Maurizio Lucidi), si cimentano con entusiasmo nel progetto di fondere il loro potenziale elettrico con le sonorità barocche di una vera orchestra classica. Ancora una volta, i New Trolls aprono la strada a una tendenza già dilagante all'estero, ma non si tratta solo di un'intuizione tempestiva. Infatti "Concerto grosso per i New Trolls" (1971, a fianco) rimane sicuramente tra gli esperimenti più riusciti di questo genere, per una serie di motivi. Bacalov sa trovare anzitutto l'intesa con il quartetto (il tastierista Mauro Chiarugi ha lasciato), convogliando il loro talento dispersivo in un'unica direzione, così da ottenere un risultato tecnico-espressivo di grande valore. Il concerto vero e proprio si compone di tre brani, con la coda aggiunta di "Shadows" (un hard-rock psichedelico che omaggia Jimi Hendrix, da poco scomparso), mentre la seconda parte è costituita da una lunga improvvisazione in studio del gruppo. I tre movimenti, comunque sia, formano una sequenza che farà scuola. Nel primo tempo, "Allegro", il violino e il flauto ficcante di De Scalzi duellano con inedita energia, sullo sfondo orchestrale che funge da raccordo, e col rincalzo della chitarra elettrica. Il vertice è probabilmente il secondo tempo, "Adagio": un clavicembalo e un violino preludono al tema maestoso degli archi, quindi al canto di De Scalzi, che cita alcuni versi dell'"Amleto" di Shakespeare, finché sul pieno orchestrale entra la chitarra solista di Di Palo, con un timbro inusuale di meraviglioso effetto drammatico. Un gioiello dove ogni singola nota contribuisce alla bellezza dell'insieme. Molto bello è pure il terzo tempo che segue, "Cadenza-Andante con moto", più disteso e giocato sull'effetto suggestivo delle voci all'interno del tema orchestrale, e con un ruolo importante della batteria di Gianni Belleno che fraziona ritmicamente il virtuosimo del violino. Insomma, trattasi di capolavoro, che non per caso avrà vendite eccellenti e soprattutto regolari nel tempo, come si addice ai veri classici.

    Il capitolo che segue questa pietra miliare svela però la dicotomia che travaglia la formazione ligure, perché il doppio album "Searching for a land" (1972), realizzato col nuovo bassista Frank Laugelli Rhodes che subentra a Giorgio D'Adamo, è praticamente diviso in due parti nettamente distinte. Nella prima, abbondano le ballate acustiche, con melodie sottolineate da arrangiamenti orchestrali e di bella atmosfera: ad esempio la title-track, e soprattutto "In St. Peter day", ben interpretata da De Scalzi s'un tappeto di chitarra e pianoforte, con interessanti aperture sinfoniche. La seconda parte è invece dominio assoluto dell'anima visceralmente rock di Nico Di Palo, che si lancia in lunghe e insistite galoppate chitarristiche, per la verità non sempre convincenti al di là della tecnica individuale. Difficile trovare un equilibrio tra queste due impostazioni di fondo, con la parziale eccezione della lunga "To Edith", col suo lento e sofferto crescendo strumentale e la buona interpretazione vocale dello stesso Di Palo. In sostanza, nonostante le ambizioni e la produzione di livello, una prova deludente.

    Le tensioni sembrano confermate dalla pubblicazione di "Ut" (1972, a sinistra), un disco che vede De Scalzi limitarsi al ruolo di secondo chitarrista, sostituito alle tastiere da Maurizio Salvi, mentre rientra nei ranghi anche Giorgio D'Adamo. E' dunque Nico Di Palo a dominare la scena, anche come cantante, perfino in un paio di canzoni intimiste come "Chi mi può capire", insolitamente malinconica. Tra gli altri episodi non mancano comunque le consuete zampate di classe: piuttosto originale, anche per le liriche, è "I cavalieri del lago dell'Ontario", in bilico tra suggestioni epiche e robuste sterzate rock. Ancora più sanguigno è "C'è troppa guerra", soprattutto, mentre "Nato adesso" parte su accenti intimisti, surclassati poi dall'enfasi della vibrante chitarra solista. A parte stanno due pezzi strumentali come "Studio", barocca elaborazione tastieristica da parte di Salvi di un pezzo di Cramer, e anche "XXIIª strada", breve frammento ben giocato tra pianoforte e chitarra elettrica. Schegge di un talento indiscutibile, putroppo vanificato dalla scarsa armonia all'interno della band.

    Difatti i New Trolls vanno in pezzi, e inizia la lunga serie di contrasti, gruppi paralleli, dispute legali e via dicendo. Mentre Di Palo e Belleno vanno a formare gli Ibis, De Scalzi con Giorgio D'Adamo mette insieme i cosiddetti N.T. Atomic System. In questa nuova formazione entrano nomi di buon livello: Tullio De Piscopo (batteria), Renato Rosset (tastiere) e Giorgio Baiocco (fiati). Il disco, intitolato appunto "Atomic system" (1973, a destra) è un documento interessante, spesso giudicato di scarso livello, mentre mostra ancora la buona vena di Vittorio De Scalzi in una scaletta più che discreta. A parte qualche momento forse troppo enfatico delle tastiere (specie in "Quando l'erba vestiva la terra"), si nota il tentativo di uscire dalle formule più facili per contaminare il rock melodico di sempre con umori jazz e fratture ritmiche inusuali. E' il caso di "Ibernazione", pezzo caratterizzato da larghi spazi di synth con un bel lavoro alla batteria di De Piscopo. Interessante è anche l'inserto di sax nel cuore di "Ho visto poi", tra riff roccheggianti e il timbro vivace delle percussioni. A ricollegare i fili dell'avventura anche nel titolo ci pensa "La nuova predica di padre O' Brien", con un flauto davvero accattivante, il giro ossessivo delle tastiere e la voce solista particolarmente intensa.

    L'anno seguente, dopo l'interessante singolo "Una notte sul Monte Calvo", che rilegge in chiave moderna il brano omonimo di Mussorgski, la stessa formazione porta a naturale compimento i nuovi fermenti musicali con la pubblicazione di "Tempi dispari" (1974, sotto a sinistra), disco registrato dal vivo al Teatro Alcione di Genova. Due sole, lunghe suite compongono il disco, e i titoli sono di per sé eloquenti. "7/4" e "13/8", infatti, alludono appunto a quei tempi ritmici irregolari che sono tipici del jazz: nel primo episodio, soprattutto, l'accento free del gruppo è particolarmente evidente, con il basso e la batteria impegnati allo spasimo in uno spartito aperto, sul quale interviene anche il sax di Baiocco, e la chitarra solista che si allinea al nuovo indirizzo stilistico. Interessante, come pure "13/8", introdotta dal piano elettrico, e quindi, dopo una ripresa del tema dell'"Adagio" (dal "Concerto grosso"), dirottata verso un tessuto frastagliato e mobilissimo, ricco di pathos strumentale, dove i diversi musicisti hanno modo di far valere tutto il loro potenziale tecnico. In particolare, visto il contesto, si segnala la verve e il talento di un batterista come Tullio De Piscopo, ma anche dell'ottimo Giorgio D'Adamo, un bassista che si mostra molto eclettico e versatile. E' un disco, nonostante le polemiche legate all'utilizzo di De Scalzi del marchio New Trolls, decisamente da rivalutare nell'accidentata discografia della band genovese.

    Mentre Di Palo e soci vanno avanti per un paio d'anni per conto loro, De Scalzi scioglie la sua formazione. Solo nel 1976, dopo anni di freddezza e divisioni, il nucleo storico dei New Trolls si riunisce per un rientro a sorpresa. Richiamato il vecchio complice Bacalov, l'idea è di mettere in piedi un secondo esperimento di fusione tra orchestra classica e rock. Esce così "Concerto grosso n.2" (1976), che come in passato offre tre brani scritti per gruppo e orchestra appaiati dal compositore, e una seconda parte di motivi rock. Il disco, che indubbiamente soffre un po' il confronto con l'illustre predecessore e il tempo trascorso, è comunque una conferma della classe genuina del gruppo: i vecchi Gianni Belleno, Giorgio D'Adamo, Nico Di Palo, Vittorio De Scalzi e il nuovo acquisto Ricky Belloni, chitarrista ex-Nuova Idea, mettono insieme ancora ottimo materiale. Per quanto meno brillanti e innovativi, i tre movimenti composti da Luis Bacalov sono di buon effetto, con l'utilizzo più intensivo di tastiere e synth: molto bello soprattutto l'"Andante", con lo squisito gioco delle voci a sottolineare il tema malinconico, ma godibile anche l'abbinamento tra la chitarra classica e il synth del "Moderato". Nella seconda parte invece si dimostra tutto il potenziale melodico dei New Trolls. "Let it be me" recupera un successo di Gilbert Becaud, "Vent'anni" è il biglietto da visita acustico e corale per ripresentarsi al pubblico, mentre "Bella come mai" è una canzone più tradizionale, con la bella voce di Vittorio De Scalzi in primo piano. Il gioiello vero sta proprio in coda: "Le roi soleil" è un'invenzione a suo modo geniale, costruita su armonie vocali vertiginose, incastonate in un brillante schema rock. Insomma, gli anni passano, le mode cambiano, ma il talento vero resta inalterato.

    Il successo del disco però è inferiore alle attese, e seguono anni di alti e bassi, mentre escono un paio di dischi dal vivo ("New Trolls live" e "Revival", entrambi del 1976). Il gruppo, con l'innesto di un tastierista come Giorgio Usai, collabora con Ornella Vanoni ("Io dentro io fuori", 1977) prima di scegliere poi una strada più leggera, spesso affacciandosi nelle classifiche con brani come "Aldebaran" e "Quella carezza della sera" (1979) e più tardi "Faccia di cane" (1985), che partecipa anche al Festival di Sanremo.

    A parte sta comunque un album come "FS" (1981), insolito ma suggestivo concept ispirato al mondo ferroviario, con tutta la simbologia collegata, che offre l'ennesima prova delle qualità compositive del quartetto (D'Adamo infatti ha lasciato): ad esempio l'iniziale "Il treno", un capolavoro assoluto per il suggestivo stato d'animo evocato dal testo, interpretato mirabilmente da De Scalzi s'uno spartito musicale che si evolve da tonalità crepuscolari in un crescendo davvero intenso.
    La consueta insofferenza e qualche dissidio interno contraddistinguono anche gli anni più recenti, con Vittorio De Scalzi che porta nei teatri un progetto come "La storia dei New Trolls", con tanto di orchestra al seguito. A sorpresa però lo stesso De Scalzi e Di Palo si ritrovano insieme con altri elementi per pubblicare lo splendido
    "The Seven Seasons" (2007), una versione più matura e raffinata della formula che abbina squisita melodia alle partiture classiche e a un sanguigno rock, suonata davvero alla grande. Di una band come i New Trolls, comunque sia, non si possono dimenticare le grandi intuizioni e soprattutto il dono di una musicalità sempre brillante, nonostante i problemi che ne hanno spesso segnato la lunga storia.

    Dischi consigliati:

  • "Concerto Grosso per i New Trolls" (1971)

    · Sito ufficiale            Guarda il video di "Allegro-Adagio (Concerto Grosso 1)" (Live 2010)



    NAPOLI CENTRALE

    Dirompente e anomala, l'esperienza musicale di Napoli Centrale negli anni Settanta italiani ha lasciato tracce durature, nonostante una parabola artistica non sempre fortunata, anche per il carattere irrequieto dei due fondatori. La band si forma infatti nel 1974 su iniziativa del sassofonista nero e vero "figlio della guerra" Gaetano "James" Senese (Napoli, 1945) e del batterista Franco Del Prete (Frattamaggiore, 1943), reduci dalla comune militanza negli Showmen, noto gruppo di rhythm & blues capitanato da Mario Musella e titolare di un paio di successi: prima "Un'ora sola ti vorrei" (1968) e quindi "Tu sei bella come sei", presentata al festival di Sanremo nel 1969. Sciolto quel sodalizio all'inizio del nuovo decennio, Senese e Del Prete virano con il nuovo progetto verso un jazz-rock sanguigno e tecnicamente modernissimo che suscita subito un certo scalpore.

    In effetti il primo album omonimo, pubblicato dalla Ricordi nel 1975, rimane ancora oggi memorabile per come riesce a coniugare una fusion aggressiva e dinamica agli umori schiettamente partenopei dei testi, cantati in un dialetto strettissimo da Senese: una miscela esplosiva e davvero innovativa nei risultati, pur in presenza di richiami a gruppi come Weather Report e simili. La formazione include il talentuoso pianista Mark Harris e il bassista Tony Walmsley, ma trova i suoi picchi espressivi proprio nel sax di Senese, dotato di un fraseggio molto incisivo che connota da subito il sound del gruppo. Nella sequenza di sei episodi, spesso frazionati come mini-suites, trovano posto un pezzo dal refrain melodico vincente come "Campagna", polemica smitizzazione di ogni fantasia bucolica, ma anche momenti di formidabile impatto strumentale, ad esempio la lunga "Viecchie, mugliere, muorte e criaturi": nei testi, segnati da un realismo mordente, affiorano squarci di un tessuto sociale stravolto dalla cultura industriale, immortalato da una voce rabbiosa e disincantata, mentre sassofono, piano elettrico e sezione ritmica disegnano spirali ossessive e circolari ben adeguate al contesto. Tra le pagine migliori c'è sicuramente "'A gente 'e Bucciano", sul tema dell'emigrazione che spopola interi paesi, con basso e batteria in grande spolvero, mentre "Vico Parise N.8" scorre all'insegna di uno smagliante jazz-rock tecnicamente eccelso che lascia libero sfogo all'estro dei quattro musicisti, a partire dal piano elettrico di Harris. Il disco è pervaso, fondamentalmente, da una disperata vitalità, come nell'ultimo segmento della finale "'O lupo s'ha mangiato 'a pecurella", dove a tratti le voci della strada soppiantano la parte sonora, e si tira il fiato soltanto nella parentesi più solare, quasi indolente nel suo sviluppo, di "Pensione Floridiana".

    L'esordio piace al pubblico più attento, ma soprattutto alla critica: in un momento che vede il progressive barocco-sinfonico della prima ora in netto calando, Napoli Centrale suona come una novità davvero stimolante, allineata all'affermarsi del jazz-rock su scala internazionale. Il gruppo intanto partecipa al rinomato Festival Jazz di Montreux (Svizzera) e dopo un'intensa stagione live realizza un secondo disco come "Mattanza" (1976): vanno registrate le defezioni di Walmsley e poi dello stesso Harris, che si uniscono al Rovescio della Medaglia, rilevati dal tastierista Pippo Guarnera e dal bassista Kelvin Bullen, mentre diversi batteristi affiancano Franco Del Prete alle percussioni, tra i quali Agostino Marangolo (Goblin). In ogni caso, i sette brani dell'album confermano l'elevato standard di Senese e compagni: travolgente la vena dell'iniziale "Simme jute e simme venute", con liriche sempre mordenti e la ritmica serratissima, e di grande impatto la lunga "Sangue misto", una "jam" strumentale fitta di pause e riprese, dove i diversi musicisti fanno valere le proprie qualità in una sequenza affilatissima. Il dinamico sax tenore di Senese, il piano elettrico di Guarnera e il pulsante lavoro di basso e batteria (qui Bruno Biriaco del Perigeo), riassumono al meglio l'eclettica fusion mediterranea della band napoletana, come pure "Sotto 'a suttana", che cattura col suo incedere sornione scandito dal sassofono soprano. Non mancano però episodi dove il furore ritmico cede il passo ad un intenso lirismo: ad esempio il breve epitaffio di "'O nonno mio", con la voce in primo piano, e poi soprattutto "Forse sto capenno", stupenda meditazione strumentale sviluppata ad arte sul pianoforte e sul sax vibrante, evocativo di Senese, capaci di creare un'atmosfera davvero suggestiva.

    Dopo aver suonato tra l'altro al Festival di Parco Lambro nello stesso anno, Napoli Centrale arriva finalmente in studio per il suo terzo disco. "Qualcosa ca nu' mmore", che esce nel 1978, ha sempre raccolto opinioni controverse, ma in realtà non manca affatto di attrattive. Senese e Del Prete suonano ancora con Guarnera, impegnato anche all'organo stavolta, e altri ospiti esterni, ma l'effetto d'insieme è più dirompente, perfino esasperato: si ha l'impressione che ogni preoccupazione formale vada in pezzi di fronte all'urgenza espressiva dei musicisti che si traduce in una spontaneità, nelle voci e nei passaggi strumentali, ancora inaudita. E' il caso di "O nemico mio", posto in apertura, con la voce rabbiosa fino all'invettiva di Senese prima del dipanarsi di un free-jazz spigoloso, ruvido, trascinante. Tutto il disco respira di una cocente disillusione (politica e umana) che affiora nei versi durissimi di Franco Del Prete, e quest'amarezza si sposa a suoni liberati da ogni cautela stilistica. Il suono deflagra, si torce in ardite contaminazioni con la ricca tradizione partenopea: ad esempio nella title-track, con il pianoforte e il sax che trovano accenti nostalgici, quasi elegiaci e cantabili, di sorprendente umiltà. In una sequenza che sembra vivere di estremi che si toccano, ecco allora che in un jazz-rock da manuale come "A musica si' tu", il pianismo incalzante di Guarnera include un tema melodico che riconferma il saldo cordone ombelicale con le proprie radici. La sintesi del disco, e forse dell'intera parabola della band, sta però in un episodio emblematico come "A musica mia che r'è". Qui il sax dolente, e il pianoforte cupo e incombente di Guarnera, fanno da scarna ma intensa cornice ad una sorta di toccante autoritratto fuori dagli schemi: la tensione nuda, elementare sprigionata dai versi investe la musica di una verità umana degna del blues nero delle origini, eppure personalissima grazie al timbro inconfondibile di James Senese e al suono lancinante del suo strumento. E' un momento di valore assoluto, probabilmente il picco artistico di Senese e Del Prete.

    Il gruppo si scioglie poco dopo, e per alcuni anni il sassofonista collabora attivamente con Pino Daniele, dedicandosi quindi ai suoi progetti solisti: a suo nome escono in sequenza diversi dischi, tra i quali
    "James Senese" (1983), "Alahambra" (1988) fino a "Hey James" (1991). Sono anni comunque intensi, in varie direzioni: nel 1982, ad esempio, Senese compare nel ruolo di se stesso nel film "No grazie, il caffè mi rende nervoso" di Lodovico Gasparini, con Lello Arena e Massimo Troisi tra gli altri. Di poco posteriore è anche la sua partecipazione, con altri musicisti napoletani, alla rassegna "Harlem Meets Naples", a New York, dove si esibisce tra l'ammirazione del pubblico e degli addetti ai lavori americani (1986).
    Nel 1992, finalmente, Senese rifonda il suo gruppo su nuove basi, e con Agostino Marangolo, Gigi De Rienzo e il tastierista Savio Riccardi realizza l'album
    "Jesceallah", che ripropone un paio di vecchi motivi in nuove versioni e alcuni inediti molto interessanti, come "Acquaiò l'acqua è fresca" o la stessa title-track strumentale, con la sua atmosfera orientale davvero intrigante. Il medesimo organico produce anche il successivo "Ngazzate nire", pubblicato nel 1994: nella title-track, tra l'altro, Senese prende di mira con la consueta vis polemica la "musica fetente" di alcuni colleghi. A proposito di contenuti urticanti, non è un caso che un brano come "Maria Maddalena", incluso nell'album "Zitte! Sta arrivanne 'o mammone" (2001), venga addirittura censurato dal Vaticano a causa del testo. Insomma, ancora attivo e battagliero, il sassofonista prosegue il discorso musicale iniziato tanti anni prima, anche se per strada ha perso alcuni compagni storici. L'ultimo album realizzato a suo nome, uscito nel 2012 per l'etichetta Arealive, s'intitola "È fernut' 'o tiempo" e il musicista lo ha presentato così: "Ho composto questo disco in un momento particolare della mia vita, in cui ho avvertito l’urgenza di parlare dei sentimenti, dell’amore. Non solo l’amore passionale ma anche quello per un’idea o per la vita. Ho fatto tanti dischi ma qui mi sono impadronito della mia anima senza accettare compromessi di nessun genere. [...] Nella mia strada ho trovato molti amici, e anche molti nemici, senza mai comprendere la provenienza dei falsi sentimenti. Riprendetevi l’anima che avete perso, in questa società gli uomini onesti restano pochi. E la mia onestà, non la cedo in cambio di niente e nessuno".

    Dischi consigliati:

  • "Napoli Centrale" (1975)
  • "Qualcosa ca nu' mmore" (1978)

    · Pagina Facebook                Guarda il video di "A musica mia che r'è"              Leggi i testi scelti di Napoli Centrale


    A - E   F   G - H   I - O   P - S  T - Z    ITALIA O - Z