Recensioni dischi - Novità e ristampe del Rock Progressivo



Asia Minor - "Points of Libration" (AMS, 2021)


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       Tracklist
1. Deadline of a Lifetime (7:56)
2. In the Mist (3:31)
3. Crossing in Between (3:40)
4. Oriental Game (9:26)
5. The Twister (7:38)
6. Melancholia's Kingdom (4:44)
7. Urban Silk (5:25)
8. Radio Hatirasi (6:09)

     Durata complessiva: 48:29

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Se è vero che una musica che si chiama progressiva dovrebbe sempre evolvere anziché puntare sul fascino retrò del passato, è altrettanto vero che ci sono dischi in grado di catturare l'attenzione pur senza rivoluzionare nulla: questione di stile e classe cristallina, qualcosa cioè che viene prima della pura tecnica strumentale e s'impone per la sua eleganza. E' appunto il caso di "Points of Libration" degli Asia Minor, una formazione di origine turca che in Francia però vide la luce, realizzando due dischi pregevoli nell'ultimo scorcio degli anni Settanta.

Prima che nel resto del mondo, questo nuovo album è stato già pubblicato in Giappone nel 2020, e non è certo un caso: proprio nel paese del Sol Levante infatti la band ha conosciuto nei primi anni Ottanta un certo successo, anche se la cosa purtroppo non impedì lo scioglimento nel 1983. La formazione odierna. comunque, ruota ancora su Satrak Bakirel (voce e chitarre) e Erik Tekeli al flauto, insieme a tre nuovi elementi, e la cosa che stupisce è l'immutato potere di seduzione che il prog-rock del rinnovato quintetto sa sprigionare. La sequenza è costituita da otto tracce che oggi qualcuno potrebbe definire Neo-Prog, ma che in realtà sembrano solo l'ideale proseguimento di un discorso interrotto troppo presto: il gruppo insomma riparte dalla fine e l'insieme colpisce ancora per la pulizia del suono, l'equilibrio armonioso tra il cantato e le parti strumentali, la mirabile compattezza di una scrittura che pure lascia emergere il genuino talento dei singoli strumentisti. La caratteristica che subito affiora all'ascolto della prima traccia, "Deadline of a Lifetime", è il timbro malinconico della voce solista di Bakirel, che da sola connota la band e si trasmette alla musica: grande atmosfera sulle tastiere liquide di Misha Rousseau e il basso di Evelyne Kandel, prima che l'organo e la batteria prendano corpo insieme alla chitarra e al canto. Un incipit ad effetto che dà un'impronta all'intero album.

Nel secondo e più breve episodio, "In the Mist", entra in scena il flauto magico di Erik Tekeli e il suono acquista una leggiadria inconfondibile, ma al brillante risultato concorrono pure i cambi di tempo e il mellotron, creando uno sfondo vagamente incombente a tratti, suonato con splendida coesione e capacità di sintesi. Il flauto è il vero protagonista di quasi tutta la sequenza, soprattutto in un brano dal titolo eloquente come "Melancholia's Kingdom", col mellotron ancora sugli scudi e la chitarra raffinata intorno al canto dolente di Bakirel: meravigliose in questo clima le spirali del flauto, come i tocchi di pianoforte distillati con sapienza nel finale del pezzo. Lo stesso può dirsi per "Urban Silk", addirittura struggente e stavolta con l'organo in bella evidenza: a incantare davvero è il passo cadenzato e sicuro della band, che senza mai strafare e puntando solo sulle proprie qualità di base, sa trascinare con naturalezza l'ascoltatore nel cuore della sua ispirazione. E' quello che si pensa spesso addentrandosi nelle pieghe di questo bellissimo disco che praticamente non ha punti deboli e regala vibranti emozioni. Un altro bell'esempio è "Crossing in Between", che fa a meno delle percussioni, e sembra compendiare uno stile di rara eleganza, con la chitarra acustica ed elettrica che convivono, e insieme a mellotron e flauto fanno cerchio intorno alla voce solista.

Anche in inglese, il canto sempre ispirato di Bakirel vibra di richiami più o meno consapevoli a certe arie medio-orientali, come nella fascinosa "Oriental Game", avvolgente ballata ancora baciata dalla grazia del flauto, finché proprio nell'epilogo di "Radyo Hatirasi", cantato stavolta in lingua turca, ci troviamo immersi nei suoni peculiari di quella cultura attraverso una vivace contaminazione di folk e rock, con il flauto e anche il basso in evidenza nelle sterzate ritmiche del pezzo. Davvero un finale all'altezza di un album suonato magistralmente da cima a fondo, che merita tutta l'attenzione possibile: non sono poi molti i dischi prog di questo spessore, e a mio parere quello degli Asia Minor è davvero un ritorno da non perdere.

Valutazione:                           Per informazioni e contatti: asiaminor.progressiveworld.net


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